L’ultima idea di Luciano Spalletti è quella di far giocare obbligatoriamente un Under 19 in ogni squadra italiana. «Così devo farne crescere almeno quattro, e iniziare a capire due anni prima chi sono i potenziali giovani su cui poter puntare». Si è parlato tantissimo di giovani talenti e di dove andarli a trovare, dopo la terza eliminazione di fila da un Mondiale. Qualcuno è andato giustamente a ripescare le 900 pagine del piano scritto da Roberto Baggio più di 15 anni fa, qualcun altro rimpiange il vecchio calcio giocato per strada: romantico sì, sicuramente creativo oltre che pratico, ma lontano dagli esempi di Paesi che investono in strutture, impianti sportivi, accademie di educatori sportivi. Eppure, una generazione di talenti ci è passata davanti, e non ce ne siamo nemmeno accorti. Nell’era dello scrolling su Instagram, dello swipe e dei contenuti snackable, ci siamo dimenticati i nostri millennials, presi come siamo dalla scoperta della prossima generazione di fenomeni o presunti tali.
Guardando giocare Lorenzo Insigne con il Pescara, nelle ultime settimane, un po’ tutti ci siamo chiesti cosa ci faccia un giocatore così in Serie B. Lo guardi correre, esultare felice come un tempo, trascinare i compagni, e pensi che un giocatore così sia un quarantenne che ha voglia di togliersi un’ultima grande soddisfazione: salvare la squadra che l’ha lanciato nel grande calcio. Invece no: la carta d’identità ci ricorda che Lorenzo Insigne è nato nel 1991, a pochi mesi dal definitivo sgretolamento dell’ex Jugoslavia, un evento che ha cambiato l’Europa politica, quella calcistica — le qualificazioni non saranno più le stesse, si passa da poche nazionali alle attuali 54, esclusa la Russia — e persino il nostro destino come tifosi della Nazionale. Eliminati prima dalla Macedonia del Nord e poi dalla Bosnia, avamposti di una squadra che nel 1992 sarebbe stata la favorita degli Europei, se solo non fosse scoppiata la guerra e se, scrive Gigi Riva, Faruk Hadžibegić, capitano dell’ultima nazionale jugoslava, non avesse sbagliato quel rigore a Italia ’90, ai quarti contro l’Argentina.
Mentre la geografia del nostro continente cambia, i nuovi Stati costruiscono nazionali in grado di competere in pochi anni: la Croazia che arriva terza ai Mondiali nel 1998 e seconda nel 2018 è la principale rappresentante di un movimento che oggi annovera l’Ucraina che fu di Shevchenko, la Georgia di Kvaratskhelia, la Bosnia di Džeko, la Serbia e persino il Kosovo di Vedat Muriqi tra le contendenti a un posto agli Europei e ai Mondiali. E mentre in Sudamerica fanno la corsa sempre gli stessi Paesi, spareggiando con le asiatiche o le oceaniche, in Europa devi stare attento a non uscire ai playoff contro Nazionali che trent’anni fa sognavano di poter giocare almeno una partita ufficiale, proprio come la Bosnia che esordì contro l’Italia nel 1996. Lorenzo Insigne non avrebbe potuto dare un gran contributo alla nostra Nazionale, esattamente come Marco Verratti e Jorginho, oggi in Brasile, anche loro della stessa generazione: sono tutti tra i 34 e i 35 anni, un’età perfetta per giocare un Mondiale nell’epoca della longevity, altro trend caldissimo e molto battuto dalle aziende. Ma un po’ meno affascinante per lo sport e per il calcio in particolare.
Forse è superfluo ricordare che Leo Messi, 24 giugno 1987, e Cristiano Ronaldo, 5 febbraio 1985, giocheranno un altro Mondiale. Così come Modrić, che ha 40 anni e sembra non perdere il proprio passo. Cosa ne è stato, allora, dei nostri talenti?Guardando la rosa dei campioni d’Europa del 2021 si nota che molti dei giocatori spariti dai radar del calcio che conta avrebbero l’età per giocare ancora ad alti livelli. Matteo Pessina, 28 anni, autore anche di un gol importantissimo contro l’Austria agli ottavi, gioca nel Monza in Serie B; Federico Chiesa ha la stessa età, mentre Mimmo Berardi è del 1994 e ha scelto di giocare per tutta la vita a Sassuolo. Senza andare troppo lontano, persino Belotti e Immobile sono nati tra il 1990 e il 1993, così come Mario Balotelli, che se avesse fatto le cose in un altro modo oggi si appresterebbe a giocare il suo quarto Mondiale. Del 1992 è anche Stephan El Shaarawy, 34 anni ancora da compiere, uno dei nomi più esotici del nostro roster Under 21 del 2010, che ai tempi della sua esplosione fu anche indicato come precursore di quell’Italia multietnica che ci avrebbe dato grandi soddisfazioni negli anni a venire.
Ci sono altri esempi eclatanti. Per esempio quello di Gaetano Castrovilli, nato nel 1997 e finito a Cesena in Serie B dopo una triste parentesi a Bari (a lui non è riuscito nemmeno il ritorno a casa). E poi ci sono due nomi che avrebbero fatto molto comodo a Rino Gattuso negli spareggi, senza nessun senno di poi, visto che la loro mancata convocazione ha suscitato più di una perplessità fin da principio: Nicolò Zaniolo è nato nel 1999 e sta disputando un ottimo campionato con l’Udinese, dopo alcuni anni davvero complicati; Federico Bernardeschi è del 1994 e ha deciso di abbandonare il grande calcio a 28 anni per trasferirsi a Toronto. Proprio insieme a Insigne. È tornato a giocare, e bene, a Bologna, ma Gattuso non lo ha preso in considerazione per gli spareggi playoff, in favore di un gruppo che aveva giocato insieme poche partite, vincendone ancora meno. Bernardeschi è una delle grandi scoperte della Fiorentina che finì nel reality di MTV Giovani Speranze: registrata durante il girone di ritorno del campionato Primavera 2011/12, la trasmissione raccontava le vicende di dieci giovani calciatori della Fiorentina di età compresa tra i 16 e i 17 anni. Tra questi c’erano Leonardo Capezzi, Alan Empereur, Cedric Gondo e Andy Bangu. Un solo calciatore non concesse la liberatoria per la ripresa della vita privata: «Ho lasciato che mi riprendessero mentre giocavo», racconta Bernardeschi, «ma non ho voluto le telecamere nella mia vita privata. L’iniziativa sembrava interessante, ma alla fine credo che possa deviare dall’obiettivo di diventare calciatore». Oggi Berna gioca a Bologna, dove vive benissimo dopo essere diventato un’icona di stile in Canada, aver fatto imparare l’inglese ai figli ed essere diventato un meme, non necessariamente in quest’ordine. È anche un ottimo rigorista, ma questo particolare ormai lascia il tempo che trova.
Come abbiamo fatto allora a sperperare tanto talento? E come si è arrivati a sentirsi dire da Federico Chiesa “no grazie, io passo”, poco prima delle due partite che avrebbero deciso la sorte della Nazionale? E perché continuiamo a parlare di dove trovare i talenti, se poi non siamo in grado di salvaguardarli e farli prosperare? Ogni storia meriterebbe un discorso a sé: caratteri non semplici come per Zaniolo e Balotelli, infortuni gravi come per Castrovilli, Berardi e lo stesso Chiesa, scelte sbagliate o affrettate, campionati poco o paradossalmente troppo competitivi come la Premier per uno come Chiesa che ha bisogno di continuità, ingaggi irrinunciabili preferiti a squadre in grado di alzarne il livello, ma soprattutto legittime ragioni individuali e scelte di vita personali in cui il calcio – vivaddio per loro – non è più al centro di tutto. Tutto questo senza nessun tipo di supporto da parte di una Federazione che nulla può fare, ad oggi, per preservare i suoi talenti.
La longevity di cui tutti parlano, insomma, non è arrivata nel nostro calcio. Aggiungiamo due grandi depressioni calcistiche — l’eliminazione dal Mondiale in Qatar è stata una botta durissima per tutto il gruppo di Mancini, e si vede anche nel modo in cui i vari Donnarumma, Barella, Mancini e Cristante affrontano le partite che scottano in Nazionale, salvo ritrovarli perfettamente sul pezzo la domenica dopo in campionato — oltre che per l’allenatore che più di tutti aveva creduto in quel gruppo di promesse. C’è un’intervista di Spinazzola, subito dopo i rigori di Zenica, che racconta molto. Si scusa con i telespettatori, i bambini, i tifosi, poi aggiunge: «Era l’ultima occasione, non ci sarà un altro Mondiale da conquistare per me». Era lo stesso Spinazzola che ha sorriso felice dopo la vittoria ottenuta dal suo Napoli contro il Milan, quasi sollevato dall’essersi tolto il peso della maglia della Nazionale.
Quello di una generazione che ci ha messo molto di suo, ma certamente non è stata aiutata né supportata a dovere. Il nostro calcio non solo è in grande difficoltà quando si tratta di scovare i calciatori del domani, ma anche quando la sfida è farli arrivare ad alti livelli tra i 30 e i 35 anni. Gli anni in cui ai Mondiali non solo ci si qualifica, ma a volte si vincono pure.