La Spagna continua a produrre tantissimi calciatori di alta qualità, e il merito è di un modello che valorizza davvero il talento

Il Barcellona, il Real Madrid, gli altri club e anche la Federazione sono al centro di un progetto che, col tempo, ha assunto sembianze industriali.
di Alessandro Cappelli 14 Aprile 2026 alle 15:10

C’erano 12 giocatori catalani nel derby tra Barcellona ed Espanyol giocato sabato 11 aprile 2026, sette titolari, cinque entrati dalla panchina. Quasi la metà dei giocatori scesi in campo nei novanta minuti è nata nella stessa comunità autonoma. È il dato più interessante di una partita priva di grandi sorprese, illuminata solo dal talento di Lamine Yamal, che ancora una volta ha dimostrato di giocare a calcio su frequenze diverse da tutti gli altri. Poche ore prima, in Siviglia-Atlético Madrid, Diego Pablo Simeone aveva fatto un ampio turnover in vista dei quarti di Champions League e mandato in campo quattro canterani dal primo minuto, più altri tre dalla panchina. Scene simili si vedono sempre più spesso anche nelle partite del Real Madrid, soprattutto da quando Álvaro Arbeloa è diventato allenatore. Thiago Pitarch è ormai un titolare, ma hanno giocato anche César Palacios, Diego Aguado, Manuel Ángel, Daniel Yáñez, e ne arriveranno altri nelle prossime settimane. In generale, nella Liga, questa cosa succede ovunque.

I club spagnoli sono obbligati a registrare i loro giocatori con i numeri dall’1 al 25 all’inizio del campionato, ma ogni weekend si vedono in campo maglie con numeri più alti. Sono i ragazzi delle seconde squadre, chiamati a riempire spazi e minuti dal Bernabéu al Camp Nou, dal Wanda Metropolitano al Sánchez-Pizjuán. È il segno più evidente di una filiera che funziona, che accompagna i giovani fino al professionismo senza strappi. In Spagna, di fatto, le rose non sono mai solo di 25 giocatori.

La Spagna è sempre stata forte nell’ultimo miglio: non solo formare talento, ma portarlo fino in prima squadra. È una questione strutturale data dalla presenza storica delle seconde squadre, che permette grande fluidità nel passaggio ai massimi livelli dei giovani talenti. Ma anche culturale: «Il calcio, in Spagna, è un linguaggio condiviso, un sistema che attraversa territori e generazioni. Club come Barcellona o Athletic Club non rappresentano solo squadre, ma identità: luoghi in cui il talento nasce, cresce e si riconosce», scriveva poche settimane fa Revista Líbero. È proprio questo legame profondo tra club e formazione a spiegare la continuità con cui la Spagna trova riserve di talento di primissimo livello in ogni generazione, ogni anno.

Nessun altro campionato europeo riesce a portare con questa continuità così tanti giocatori formati in casa fino al calcio professionistico. Secondo il CIES Football Observatory, 14 tra i 100 migliori settori giovanili del mondo – per presenza nei campionati professionistici – sono in Spagna. Ma il dato quantitativo, da solo, non basta a spiegare il fenomeno. La Liga lavora da anni con progetti e programmi per andare oltre le singole eccellenze e creare una struttura diffusa di individuazione, sviluppo e fioritura del talento. In uno studio sul sistema spagnolo si parla di «eccellenza ingegnerizzata», cioè di un sistema progettato per generare talento in modo replicabile. Nella stagione 2024/25, i canterani hanno rappresentato il 19,8 per cento dei minuti giocati in Liga, più di qualsiasi altro campionato di primo livello. Verrebbe da fare un paragone con l’Italia, dove il passaggio al professionismo, o in generale in prima squadra, viene sempre vissuto e raccontato come un «salto», come un momento delicato in cui il fallimento è sempre dietro l’angolo e lo scenario più probabile. In Spagna è vissuto come la prosecuzione naturale di un percorso. Poi, ovviamente, non ci sarà spazio per tutti, e non tutti manterranno le promesse delle giovanili, nemmeno quelli che crescono nel Real Madrid Castilla o nel Barcelona B. Ma per questo non c’è soluzione.

Accanto alla dimensione tecnica esiste una componente economica a guidare questa produzione di talento su larga scala. La Liga, al netto delle grandi squadre, è un campionato povero. I club hanno dovuto fare di necessità virtù e puntare molto sui settori giovanili, da cui estrarre plusvalenze stagione dopo stagione per tenere i conti a posto. Il vero merito, in questo caso, è riuscire a mantenere alta la competitività mentre si vendono ogni anno i migliori giocatori a disposizione. Negli ultimi cinque anni, la percentuale di ricavi derivanti dalla cessione di giocatori cresciuti internamente è passata dal 27% al 45%. A dimostrazione che la formazione del talento è una componente centrale del modello di business, quindi anche una necessità strutturale.

Ogni Paese e ogni Federazione calcistica hanno i loro metodi di lavoro sulle giovanili, sullo sviluppo del talento, quasi sempre dettate da tradizioni, cultura, fattori economici, anche abitudini. Non esiste uno schema unico e non c’è un modello vincente, riconosciuto come superiore. Perfino la Spagna, dopo le grandi vittorie dei primi anni Dieci, ha rallentato. Negli anni il modello è stato esportato, poi copiato, ritoccato, aggiornato, superato. La Spagna invece è stata meno ricettiva alle evoluzioni del gioco. Dopo la Generación de Oro campione del mondo e bicampione d’Europa c’è stata la Generación Perdida, quella di Thiago Alcántara, Koke, De Gea, ma anche Isco, Bartra, Muniain. In un sistema politico, calcistico e industriale sano, però, i momenti di flessione sono seguiti da studio e analisi, da tentativi di rinnovamento, a volte bastano solo piccoli ritocchi. In Spagna avviene di continuo, per aggiustare ciò che si è rotto o non è più al passo con i tempi – non sempre con tempismo, va detto. L’ultimo appuntamento per discutere del sistema calcio spagnolo è stato il Foro 26 organizzato a metà marzo dalla federazione a Saragozza: durante l’incontro si è parlato di come aggiornare le competizioni giovanili, il calcio femminile, l’integrazione del futsal. Sono pulsazioni di un sistema vivo. Quello che fino al 2021 sembrava un progetto fallito, o comunque non più all’altezza, è sbocciato fino a tornare in cima alla piramide calcistica globale. Non a caso oggi i due under-23 più costosi al mondo giocano nel Barcellona, sono Lamine Yamal e Pedri. In top-10 c’è anche Fermín López, sempre del Barcellona. E nei primi 30 ci sono anche Pau Cubarsí, Dean Huijsen, Alvaro Carreras, Pablo Barrios (dati Transfermarkt).

Sui metodi di formazione del calcio spagnolo si è scritto molto e i riferimenti sono ormai noti a tutti. I rondos a un tocco sono diventati materiale da reel di Instagram o da TikTok, poi ci sono allenamenti a campo ridotto, situazioni specifiche di superiorità o inferiorità numerica. Un approccio in cui l’allenamento non è costruito attorno alla ripetizione di gesti tecnici isolati, ma alla riproduzione di diverse situazioni di gioco, per costringere i giovani a prendere decisioni in contesti dinamici e variabili, proprio come quelli di una partita di calcio. In questo, la Spagna è perfettamente allineata alle indicazioni della Uefa, che nel report Youth Development in Football scrive «i contesti in cui si apprende di più sono quelli in cui si replicano situazioni di partita reali». In questo senso, l’allenamento non mira a costruire una tecnica pura, astratta, come se fosse separabile dal contesto. L’obiettivo invece è sviluppare la capacità di replicare i gesti tecnici all’interno del gioco. La conseguenza è che il giocatore non apprende soluzioni predefinite, ma costruisce risposte adattive. Ne parlava la settimana scorsa Philipp Lahm sul Guardian, quando diceva che il calcio spagnolo richiede «cooperazione, orientamento e decision-making all’interno di una struttura collettiva». Tutto questo per dire come il vantaggio competitivo di club e Nazionale derivi proprio da questa capacità di integrare i giocatori all’interno di un sistema comune.

Più che sulla tecnica in senso stretto, il sistema spagnolo si concentra sulla capacità di leggere il gioco e prendere decisioni in tempi ridotti. «Il calcio è prendere decisioni, più velocemente pensi, meglio giochi», spiegava Xabi Alonso a The Coaches’ Voice. Per questo si allenano situazioni che riproducano fedelmente la partita: è lì che si sviluppa la relazione tra percezione e azione, migliorando velocità di elaborazione, anticipazione, orientamento nello spazio.

Uno dei risultati più evidenti di questo sistema è anche l’omogeneità con cui in Spagna si produce talento creativo. Una delle poche certezze della vita è che la Spagna mantiene sempre quella capacità adamantina di produrre i migliori centrocampisti del mondo in ogni generazione. È molto probabile che il ct Luis de la Fuente porti ai Mondiali un pacchetto di centrocampo formato da Rodri, Pedri, Martín Zubimendi, Gavi, Fermín Lopez, e se non fossero infortunati ci sarebbe spazio per Fabián Ruiz e Mikel Merino.

Insomma: i giovani spagnoli crescono all’interno dello stesso ecosistema metodologico, attraversano contesti diversi ma finiscono per sviluppare un linguaggio calcistico condiviso. Non è un caso che i principali bacini di formazione – Paesi Baschi, Catalogna e Madrid – coincidano con le aree più ricche di infrastrutture e competenze tecniche. Ma c’è anche una continuità tra il lavoro dei settori giovanili dei club e della Nazionale. È per questo che, quando si ritrovano insieme, i giocatori sembrano ridurre la complessità del gioco: condividono già riferimenti, tempi e spazi.

Il confronto con l’Italia rende ancora più evidente la natura sistemica del modello spagnolo. Se in Spagna il talento viene costruito all’interno di un’infrastruttura coordinata e coerente, in Italia il percorso è storicamente più frammentato, con forti differenze tra club, territori e metodologie. La stessa FIGC ha riconosciuto questa criticità nel proprio programma di sviluppo, sottolineando la necessità di «fornire un indirizzo formativo ed educativo univoco e coordinato attraverso una programmazione e una metodologia condivisa». Una dicitura simile era contenuta anche nel piano strategico presentato dalla federazione spagnola ormai sei anni fa.

«Ho passato tutta la mia vita a cercare lo spazio». È una frase attribuita a Xavi, il leggendario centrocampista del Barcellona, citata più e più volte magari con sfumature diverse. L’originale è nel libro di Damian Hughes The Barcelona Way, edito da Macmillan Pub Ltd nel 2018. Spiega perché anche in un calcio sempre più veloce e complesso, in cui il tempo per decidere si riduce e gli spazi si comprimono, la capacità di leggere il gioco è sempre e comunque una skill decisiva. È l’essenza del calcio spagnolo. E oggi sembra uno dei più coerenti con lo spirito del tempo. Forse è proprio per questo che in Spagna il talento fiorisce di continuo.

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