Allo stadio Sánchez-Pizjuán, a due passi dal centro della città, i tifosi sono tanto increduli quanto rassegnati. Come se stessero aspettando da tempo qualcosa di temuto, impronunciabile, impensabile e che pure alla fine rischia di materializzarsi come un macigno: il Siviglia retrocesso in Segunda División. Oggi, a cinque giornate dalla fine della Liga, sarebbe questo il verdetto senza appello. Gli andalusi sono terzultimi, a 34 punti, in un’annata in cui la lotta salvezza è più infiammata che mai e verosimilmente ne serviranno più di 40 per scampare il pericolo. Ma, soprattutto, parliamo di una squadra sopraffatta dalla paura. Travolta dalla legge di Murphy, per di più. L’ultimo psicodramma settimanale si consuma sabato a Pamplona: fino all’80esimo il Siviglia è avanti, poi subisce il pareggio dell’Osasuna. Dopo inizia un’agonia interminabile. Come va a finire? Non serve nemmeno dirlo: incornata di Alejandro Catena e 2-1 per i padroni di casa. Al minuto 99′.
«Quando ho visto la lavagnetta dei minuti di recupero ho pensato: ma che diavolo, così tanti?», racconta nel post partita Luis García, da un mese allenatore del Siviglia dopo l’esonero di Mati Almeyda. «Quando perdiamo ne danno tre. Quando dobbiamo tenere duro ne capitano nove. E sono forse parole come queste che certificano lo stato d’animo di un club intero: l’ansia di dovercela fare per forza, la paralisi per non sapere come affrontare una situazione fuori dagli schemi – sette Europa League in bacheca negli ultimi vent’anni, ricordiamolo – e la fede irrazionale nel doverla in qualche modo sfangare per forza, perché comunque «siamo il Siviglia, un gigante in Spagna e in Europa, non dobbiamo dimenticarlo». Ragionamento sbagliato, fatti alla mano.
A Pamplona il destino ha apparecchiato un bello scherzo, d’accordo. Però va anche detto che, dopo il vantaggio degli andalusi, nel forcing finale, l’Osasuna ha prodotto almeno sei o sette palle gol piuttosto nitide. Ha tirato 15 volte contro otto, nello specchio sette contro due. Ha chiaramente meritato di vincere. Gudelj e compagni invece, quando stavano per farlo, sono rimasti sopraffatti dalla pressione emotiva. Il problema è che succede così ogni weekend, ormai da mesi. Tolta l’illusoria vittoria per 2-1 sull’Atlético Madrid – coi Colchoneros imbottiti di ragazzini, focalizzati sulla sfida di Champions poi vinta contro il Barcellona – il Siviglia ha perso le ultime cinque partite su altrettanti incontri. La volta precedente che centrava i tre punti risale addirittura al 22 febbraio scorso, 1-0 sul campo del Getafe, in undici contro dieci dal 26esimo: come racconta il Guardian in questo lungo approfondimento, pare che Almeyda pare abbia detto qualcosa del tipo «non credo che ne vinceremo altre» (e forse anche per questo un mese più tardi è stato esonerato, nonostante un promettente avvio di stagione). C’è, insomma, una cappa di fatalismo nel bene e nel male, fra staff e giocatori, un’ineluttabilità irrazionale, che piano piano sta portando al disastro.
Perché dopo il ko di Pamplona le immagini di spogliatoio erano già quelle di una retrocessione: Gabriel Suazo faticava a parlare, Nemanja Gudelj, il capitano, continuava a ripetere «fa male, fa davvero male», mentre i giovani provenienti dalla cantera se ne stavano con le mani fra i capelli. «Siamo devastati, tanto tanto devastati», ripete Luis García, con parole che non aiutano a stemperare la tensione. «I giocatori stanno piangendo, sono chiusi lì dentro, distrutti. Sono feriti nel profondo, affondati. Quando hai la partita in pugno, non puoi lasciartela scappare: giochiamo per le nostre vite». Un po’ troppo, forse. A maggior ragione se sei dentro un ambiente già carico di aspettative, adombrato dai mugugni e dalle proteste dei tifosi. Ma soprattutto, quando mancano ancora cinque partite e il Siviglia è a un punto dal quartultimo posto. Non solo: se avesse battuto l’Osasuna, sarebbe finito a -2 dagli stessi rossoblù che ora sono al nono posto e possono sognare l’Europa. La classifica è davvero molto corta, alla fine si salverà chi avrà i nervi più saldi.
Quelli del Siviglia sono evidentemente a pezzi e il calendario in effetti non corre in aiuto della squadra: Real Sociedad, Espanyol, Villarreal, Real Madrid, Celta Vigo. Servirà una mezza impresa, a questo punto sì. Ma con la consapevolezza che le colpe dei giocatori in organico sono limitate: a causa di sanguinose beghe societarie e della crisi finanziaria che da tempo attanaglia la società, quest’anno a fronte di 55 milioni di euro incassati in uscita ne sono stati spesi appena 250mila in entrata. E il monte ingaggi del club è tra i più bassi delle prime due categorie spagnole. Non solo: anche in termini di valore di mercato, un parametro patrimoniale più di ampio respiro – soltanto tre anni fa il Siviglia vinceva l’ultima Europa League – gli andalusi oggi sono undicesimi in Liga. E l’undicesimo posto in classifica si trova soltanto cinque punti più avanti: non sono tanto Sow e compagni ad aver particolarmente sottoperformato, ma è la situazione a monte a collassare verso il disastro, con ben undici cambi di allenatore negli ultimi nove anni. Una confusione manageriale totale, che finora ha rinviato un tracollo sportivo forse all’inverosimile. E forse, ora, più vicino di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare.