Una Lazio timorosa facilita l’ultima fatica dell’anno. L’autogol di Marusic e la zampata del solito Lautaro portano l’Inter alla conquista della decima Coppa Italia della sua storia: Double servito e nerazzurri in estasi. Il tutto quando sono passati pochi giorni dalla conquista matematica dello scudetto, in attesa di festeggiare il titolo a San Siro davanti al popolo nerazzurro. Sembra passata una vita, e invece è solo un anno dallo scudetto perso nel testa a testa con il Napoli, e poi dallo psicodramma di Monaco per mano del PSG: poteva essere la finale della disfatta — e punteggio alla mano lo è stata — ma, evidentemente, non ha lasciato strascichi emotivi come tanti temevano. Il merito di questo ribaltamento va ascritto soprattutto a Cristian Chivu. E a un gruppo di giocatori che forse sarà anche arrivato a fine ciclo, ma che all’interno di questo ciclo ha vinto come nessuno in questo frangente in Italia.
Dal 2021 in poi fanno tre scudetti, tre Coppe Italia e altrettante Supercoppe. Con le due finali di Champions che non vanno prese come una diminutio: poteva essere un’epoca clamorosa, resta comunque un percorso da grande squadra. Perché forse troppo in fretta, e con troppa facilità, si sono additati i nerazzurri come la nuova big del calcio italiano dopo un decennio di monopolio juventino. Abbiamo a che fare con un’altra stagione, però, dove i valori tecnici della Serie A sono più livellati ed è più difficile emergere dal gruppo di contendenti che ogni anno punta legittimamente allo scudetto. In sei stagioni — con tre allenatori diversi al timone: Conte, Inzaghi, Chivu — l’Inter ha vinto ogni trofeo nazionale nella metà delle circostanze. Non è un dominio assoluto, ma uno strapotere relativo che Lautaro e compagni hanno saputo costruire sul campo.
E veniamo alla guida tecnica. Se Conte aveva portato la mentalità vincente e Simone Inzaghi il salto di qualità per sognare in grande, la bravura di Chivu è stata innanzitutto quella di rinvigorire in fretta un ambiente inevitabilmente scoraggiato: passare dal potenziale Triplete al nulla di fatto su tutti i fronti non è un verdetto facile da digerire per nessuno. La scorsa estate tanti giocatori nerazzurri potevano essere a corto di motivazioni — e con qualche sassolino nelle scarpe, come dimostra il caso Calhanoglu. Nel giro di poche settimane invece le hanno ritrovate, si sono ricompattati e sono tornati a fare quello che sanno: vincere più partite possibile. In Europa la ferita resta aperta — e il Bodo/Glimt è un coltello che si rigira nella piaga — ma in Italia la ripartenza è stata bruciante. E questo Double, il primo convenzionale di questo lustro, il primo dai tempi di Mourinho e del suo indimenticabile Triplete, rappresenta un successo che sa di rivincita.
Sommer, Bastoni, de Vrij, Acerbi, Frattesi, forse anche Mkhitaryan e chissà chi altro: sono tanti i giocatori nerazzurri in odore di addio. Eppure molti di loro hanno onorato la maglia con prestazioni maiuscole fino all’ultimo — si pensi all’armeno, che in queste settimane è stato anche un fattore sotto porta — e hanno aiutato i trascinatori della squadra a esaltarsi come non mai. Federico Dimarco è alla miglior stagione della sua carriera. Lautaro e Calhanoglu, infortuni a parte, registrano una media gol/minuti giocati altissima. Magari Marcus Thuram non è stato straripante come due anni fa fa, ma dopo un periodo di flessione si è risollevato anche lui alla grandissima. E poi ci sono i nuovi che avanzano: Sucic, Bonny, Pio Esposito. Sono già protagonisti dell’Inter del presente, ma l’Inter del futuro dovrà ripartire da loro. Ci si ragionerà più avanti. «Non è mai scontato vincere due trofei», ha detto giustamente Chivu dopo la finale di Roma. «Siamo felici, adesso ce la godiamo». E i tifosi nerazzurri fanno bene a godersi questa squadra.
In virtù di tutto questo, è inevitabile chiudere parlando della società. Della forza di Marotta e di tutti gli altri dirigenti, del modo in cui l’Inter – intesa come club, come squadra, ma anche come ambiente – sia riuscita a riprendersi dopo ogni delusione. Dopo ogni addio eccellente. Solo un grande gruppo di lavoro avrebbe potuto assorbire bene l’addio di Conte e poi quello di Inzaghi, solo un grandissimo gruppo di lavoro avrebbe potuto rilanciare senza rivoluzionare, vincere e convincere dopo due Champions League perse sul traguardo, elevando i vari Lautaro, Barella, Bastoni, De Vrij, Dimarco e Calhanoglu allo status di vere e proprie icone interiste. Sono loro gli uomini che hanno forgiato un grande ciclo vincente, culminato in un Double inatteso e meritato, nell’apice di un progetto che sembrava fuori tempo massimo e invece non lo era.