Cinque trofei in due anni, l’ultimo festeggiato sull’onda della commozione. Con Hansi Flick in panchina, il Barça è tornato al centro della cartina calcistica spagnola ed europea: la Liga 2025/26 conquistata con ampio anticipo – e lo sfizio dell’aritmetica arrivata proprio contro il Real Madrid – certifica il lavoro di un allenatore che ha riportato in Catalogna la sensazione di avere a che fare con uno squadrone. Magari non perfetto, ma dal potenziale offensivo illimitato, abituato a scendere in campo con la mentalità di segnare sempre un gol gol in più degli avversari. E non è un caso che questo percorso di risalita sportiva – accompagnato in termini infrastrutturali dal restauro del Camp Nou, tra mille peripezie – porti il marchio di fabbrica del club. Cioè la sua cantera: la Masía e il suo seguito di talenti prodotti in casa.
Lamine Yamal è naturalmente il caso più abbagliante. Ma non è l’unico. Anzi, è emblematico che la prima di Flick sulla panchina blaugrana – agosto 2024 – coincida anche con la consacrazione in campo di tre giovani promesse nella formazione titolare: Pau Cubarsí in difesa, Marc Bernal a centrocampo e appunto Yamal a decidere le partite. Tre classe 2007, vent’anni dopo quella classe ’87 – Piqué, Fàbregas, Messi – che per un’epoca intera ha fatto le fortune del Barcellona. Certo, nel frattempo la Masía non era esattamente caduta in disgrazia: si pensi a Gavi, Pedri, Ansu Fati. Eppure, durante la fase più delicata della storia moderna del Barça, tra gravi dissesti finanziari e il caos nella catena di comando, anche la sua leggendaria accademia aveva iniziato a perdere qualche colpo.
Nulla di irrimediabile, ma è stato Flick a riportare la Masía al centro del villaggio. Basti pensare, come sottolinea El País in questo approfondimento, che in questa stagione circa il 50% dei minuti disputati dai blaugrana sono stati effettuati da giocatori provenienti dal settore giovanile. Ormai sono di nuovo nove i membri della squadra provenienti dal vivaio: stando a Transfermarkt, hanno un valore di mercato complessivo che si aggira attorno ai 610 milioni di euro – d’accordo, “pompato” da Yamal, che da solo ne vale 200. Si tratta di una componente fondamentale, in grado di trasmettere identità all’intero Barcellona e a farlo poggiare su basi costruite con pazienza, nell’arco di una vita. Pau, Marc e Lamine sono cresciuti insieme, giocano a calcio fra loro da quando si ricordano e l’allenatore tedesco ha avuto il merito di accorgersi anche di questo. Non soltanto dell’enorme bagaglio tecnico a sua disposizione.
Oggi il Barça ha un’età media di 24 anni, forse non dispone ancora dell’esperienza necessaria per imporsi in Europa come fece ai tempi di Messi, Xavi e Iniesta – le eliminazioni per mano di Inter e Atlético saranno una sana lezione per l’avvenire – ma ha tutti gli ingredienti per riuscirci di nuovo. E non è nemmeno un caso che i fuoriclasse di oggi si siano formati grazie agli insegnamenti di quelli di ieri: “I giocatori locali sono più preparati di quelli che vengono da altrove”, aveva spiegato Xavi, durante la sua breve esperienza da allenatore blaugrana prima di Flick. “Cerco di renderli ancora meno timorosi: quando le cose non vanno bene, ho imparato che bisogna puntare tutto sui giovani. Vedo le loro facce e hanno fame di successo”.
L’ex Bayern ha fatto lo stesso: Yamal e Cubarsí sono diventati tra gli elementi più utilizzati durante la sua gestione, forse anche troppo imprescindibili rispetto alla loro giovane età. Ma la prontezza del talento, d’altronde, è difficile da dosare. “Performare a questo livello a 18-19 anni è incredibile”, ha riconosciuto Flick. “Mi congratulo con la Masía per quello che è riuscita a fare con questi ragazzi: poter contare sul vivaio è il nostro modo di fare le cose”. E infatti oggi il Barcellona è il club con il maggior numero di calciatori professionisti cresciuti nel proprio settore giovanile fra i primi cinque campionati europei: ben 40, la maggior parte con un minutaggio da big. Con delle promesse così, tornare a vincere è la più naturale delle conseguenze.