Ormai siamo la barzelletta del pallone, e sarebbe infantile offendersi. Ma tra l’infinità di problemi che attanagliano da tempo il calcio italiano, ogni volta pronto a riscrivere le dimensioni dell’abisso, ce n’è uno che spesso purtroppo passa in secondo piano: l’assoluta incapacità di produrre talenti in grado di fare strada all’estero. I nuovo dati pubblicati dal CIES Football Observatory sono decisamente scoraggianti. Se per esempio il Brasile resta il leader mondiale dell’export di calciatori (1455 nel 2026), seguito da Francia (1275) e Argentina (1016), l’Italia arranca sui bassifondi di questa speciale classifica — 27esima su 50 — con 181 giocatori in tutto. Meno di Ghana, Ucraina e — guarda un po’ — Bosnia-Erzegovina.
Le cause di questa fragilità strutturale vanno rintracciate nel tempo. Con la storia gloriosa che diventa un castigo per il presente: come sistema-calcio infatti siamo sempre stati abituati a importare, a essere un punto di riferimento, il sogno di ogni giovane campione e “il campionato più bello del mondo”. Vero. Ma negli anni Ottanta e Novanta. Il mondo nel frattempo è andato avanti a passo spedito e noi — non solo nel calcio, che comunque resta un buon termometro del Paese — ci siamo illusi a dismisura di poter campare di rendita e di pura nomea. Presunzione medievale, più che futuristica programmazione. Nemmeno la tripla sberla di altrettanti Mondiali mancati sembra abbastanza per ripartire davvero — ma sul futuro ancora da scrivere lasciamo pure il beneficio del dubbio.
I dati invece fotografano il presente e raccontano una Serie A sempre più periferica nello scacchiere europeo, con le categorie minori costellate di fallimenti societari e uno spazio ridottissimo per i giovani italiani in campo. Non c’è alcuna sfumatura di consolazione, in questo senso: magari altri sport devono fare i conti con simili problemi strutturali, eppure qualche segnale di vita lo danno. Prendiamo il basket, per esempio, dove a fronte di club dalle risorse economiche limitate — e una Serie A altrettanto di secondo piano —, il movimento sta vivendo un periodo di grande fermento proprio sul fronte dell’esportazione dei giovani italiani, che per trovare spazio a cifre adeguate scelgono di andare a giocare altrove. E valgono abbastanza per farlo ad alti livelli: i 25 cestisti azzurri nell’attuale NCAA sono un record assoluto, e un segnale che i nostri vivai, su quel versante, ancora funzionano.
Nel calcio invece tutto è buio pesto. E per rendere l’idea di quanto le esportazioni di talenti siano correlate col rendimento sportivo delle rispettive nazionali, si guardi ancora la classifica del CIES: la top 10 è completata da Spagna, Inghilterra — nonostante l’appeal della Premier League —, Nigeria, Germania, Colombia, Portogallo e Olanda. Praticamente tutte le più grandi potenze calcistiche del mondo, eccezion fatta per gli africani. Davanti all’Italia ci sono anche Paesi molto più piccoli, ma con serbatoi giovanili evidentemente più strutturati: Croazia, Uruguay, Belgio, Danimarca, Svezia, Giappone, Svizzera, Norvegia — con gli scandinavi, non a caso a registrare uno dei tassi di crescita più elevati a questa voce. Dietro gli Azzurri? Russia, Slovacchia, Grecia, Romania. Continuiamo pure a guardare il nostro orticello, se non siamo stanchi di inanellare figuracce.