L’Arsenal campione d’Inghilterra è il capolavoro di Mikel Arteta, un fuoriclasse di inventiva, pazienza e coerenza

Il progetto del tecnico spagnolo si fonda sui tanti milioni spesi sul mercato, ma anche su idee visionarie e bizzarre, in campo e fuori.
di Redazione Undici 20 Maggio 2026 alle 02:03

Perfino un titolo vinto “sul divano” può fare un rumore assordante. E quello dell’Arsenal, di rumore, ne ha fatto tantissimo. Perché certe attese finiscono per trasformarsi in ossessioni collettive, soprattutto quando si tratta di un club così prestigioso. E 22 anni di digiuno, nel calcio moderno, equivalgono praticamente a tre o quattro ere geologiche. Quando i Gunners avevano conquistato la loro ultima Premier League, nel 2004, il mondo era diverso: gli smartphone non esistevano, i social network erano fantascienza e soprattutto l’Arsenal era una delle grandi potenze del calcio europeo.  Era l’Arsenal degli Invincibili. L’Arsenal di Thierry Henry, Patrick Vieira, Dennis Bergkamp e di Arsène Wenger.

Questi anni sono stati una lunga traversata fatta di occasioni mancate, ricostruzioni infinite e mai portate a termine, promesse non mantenute e una lenta perdita di identità. Per molte stagioni l’Arsenal è sembrato vivere soltanto nel ricordo di ciò che era stato, quasi schiacciato dal peso romantico della propria storia. Col tempo, però, qualcosa di quello spirito immortale ha ricominciato a farsi percepire dentro il club. E la scintilla che ha riacceso il fuoco è stata appiccata, su questo non c’è dubbio, da Mikel Arteta. Quando l’ex capitano è diventato allenatore, nel 2020, in molti hanno visto quella mossa come una scommessa affascinante ma rischiosa. Arteta aveva idee moderne, potenzialmente bellissime ma pochissima esperienza. Ciò che però si è intuito fin da subito è stata la sua ossessione totale, maniacale, per i dettagli.

Era inevitabile comportarsi in questo modo: Arteta, infatti, non voleva semplicemente riportare l’Arsenal in alto. Voleva rifondarlo culturalmente. Voleva costruire una mentalità vincente che fosse prodromica alla creazione di una dinastia. Per farlo, ha iniziato fin da subito a costruire un ecosistema d’élite. E infatti una parte enorme del merito di questa rinascita passa dalla costruzione di uno staff di altissimo livello. Dall’arrivo del direttore sportivo Andrea Berta, uno degli uomini chiave dei successi dell’Atlético Madrid, fino alla scelta di collaboratori come Gabriel Heinze, allenatore considerato tra le menti più interessanti del calcio argentino, oppure Thomas Gronnemark, vero e proprio creativo delle rimesse laterali. E poi Nicolas Jover, il genio delle palle inattive. Un uomo diventato quasi una celebrità nel nord di Londra. I suoi schemi hanno trasformato i calci piazzati in un’arma devastante: soltanto in questa Premier League l’Arsenal ha segnato 22 gol da situazione di palla inattiva, circa il 32% del totale. Numeri impressionanti che raccontano perfettamente quanto ogni dettaglio sia stato studiato in maniera ossessiva.

Anzi: ossessiva è un aggettivo fin troppo riduttivo. Perché Arteta, nel corso della sua avventura all’Arsenal, si è inventato tantissime trovate bizzarre, talvolta anche surreali, per affermare la sua leadership e i suoi metodi. Ecco un po’ di esempi: labrador introdotto al centro sportivo e chiamato “Win”, vittoria, per abituare i giocatori a pronunciare continuamente quella parola e trasformarla in una normalità quotidiana. La consulenza con i piloti della RAF per studiare la gestione della pressione e della tensione nei momenti decisivi o il gruppo di attori che, fingendosi ladri, ha rubato gli oggetti personali dei calciatori per insegnare loro a restare sempre vigili e mentalmente presenti. Scene che altrove sarebbero sembrate teatrini motivazionali, ma che all’Arsenal sono diventate parte di una strategia molto più ampia.

Naturalmente tutto questo non sarebbe bastato senza una rosa straordinaria. E qui Arteta, sostenuto dalla proprietà, ha avuto il coraggio di fare scelte aggressive, costose e talvolta apparentemente incomprensibili. In cinque anni l’Arsenal ha investito oltre mezzo miliardo di euro sul mercato. Una cifra enorme, spesso criticata, ma che oggi appare come il prezzo necessario per tornare davvero al vertice. Alcune mosse avevano fatto sorridere molti osservatori, come l’ossessione per i giocatori – e specialmente per i difensori – mancini. Per un periodo sembrava quasi che Arteta volesse collezionarli, in realtà dietro quell’accumulo c’era una logica molto precisa: migliorare gli angoli di passaggio, la fluidità nell’uscita del pallone e le rotazioni posizionali nella costruzione dal basso. Ancora una volta, un dettaglio si è trasformato in vantaggio competitivo.

Alla fine, Arteta è riuscito a costruire è una delle rose più profonde e complete d’Europa. Ed è forse proprio questa la differenza più grande rispetto all’Arsenal del 2004. Se gli Invincibili avevano un undici leggendario, questo Arsenal invece possiede un gruppo di 18-20 giocatori praticamente sullo stesso livello. Un livello altissimo, naturalmente. Chi parte dalla panchina potrebbe tranquillamente essere titolare in quasi qualsiasi squadra di Premier League, forse con la sola eccezione del Manchester City. È stata questa profondità ad aver reso i Gunners quasi inarrestabili lungo una stagione logorante, anche in Europa. Arteta non ha più una squadra splendida ma fragile, come accaduto in passato: oggi l’Arsenal è un gruppo feroce, preparato a reggere qualsiasi tipo di battaglia.

Questo atteggiamento è visibile anche sul campo, nella tattica di gioco. L’Arsenal pratica un calcio basato sul possesso, sulla riaggressione immediata e su una verticalità estrema. Quello di Arteta è un sistema in cui ogni giocatore conosce esattamente tempi, spazi e movimenti. E sa interpretare più spartiti, più istruzioni. Lo vedi guardando le varie forme che possono assumere i Gunners, che di fatto sono capaci di dominare il pallone ma anche di attaccare la profondità con una rapidità quasi brutale; allo stesso tempo, però, sanno addormentare completamente le partite, sanno mettersi lì a far scorrere il tempo in attesa di un’occasione buona. Che spesso si manifesta sugli sviluppi di una palla da fermo. Insomma, l’Arsenal sa fare tutto e lo fa con dei giocatori fortissimi. Il fatto che abbia vinto la Premier e debba ancora giocare la finale di Champions League, senza voler usare degli eufemismi, significa che stiamo parlando di una squadra che ha degli attributi enormi.

Non a caso, viene da dire, Arteta e il suo gruppo sono riusciti a riaccendere un pubblico che, nel corso degli anni, si era lentamente spento. L’Emirates Stadium, per molto tempo considerato freddo e distante, oggi è tornato a essere uno degli stadi più vibranti d’Inghilterra. Si respira di nuovo quell’orgoglio quasi aristocratico che aveva caratterizzato l’era Wenger, ma con una ferocia moderna, diversa, più intensa. Per questo la sensazione è che questa Premier League non rappresenti un punto d’arrivo, ma l’inizio di qualcosa di più grande, di un ciclo. Esattamente come accadde ai tempi di Wenger. Esattamente com’è accaduto dieci anni fa al Manchester City di Guardiola. A proposito: forse è una coincidenza, o forse no, che a chiudere un altro ciclo, quello del City e di Guardiola, sia stato proprio uno degli assistenti preferiti di Pep. Come spesso accade nel calcio e nella vita, gli studenti migliori, prima o poi, finiscono per superare chi li ha formati. Arteta ci è riuscito per la prima volta, con pieno merito. Ed è chiaro, chiarissimo, che il manager dell’Arsenal abbia tutto ciò che serve perché non resti un caso isolato.

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