Non poteva finire altrimenti. Un epilogo triste come un addio a parametro zero, per un attaccante che in origine, gennaio 2022, era stato pagato 70 milioni più 10 di bonus (!). Dusan Vlahovic e la Juventus sono l’uno la delusione dell’altra. Sincroni in un profondo ridimensionamento, se dire flop è troppo, con l’attaccante e il club mai davvero capaci di estendere le sfere della sintonia. Troppe le aspettative sul groppone del centravanti serbo, arrivato a Torino con l’aura del goleador salvifico. Quasi come il fuoriclasse globale che non era e non è riuscito a diventare. Dall’altra parte i bianconeri gli avevano garantito – si erano autoconvinti di avere? – un progetto di sicuro rinascimento tecnico, in grado di proiettare Vlahovic ai vertici del calcio europeo.
La scintilla non è scoccata nemmeno per un momento. A 22 anni, con soltanto con l’esperienza alla Fiorentina alle spalle, per quanto sontuosa, Vlahovic era stato preso per raccogliere l’eredità offensiva e carismatica di Cristiano Ronaldo: una missione semplicemente impossibile. L’inizio in bianconero è pure discreto, sul fronte del rendimento. Poi una serie di guai fisici e di limiti mentali hanno presto fatto capire al club di aver puntato sul cavallo sbagliato. E a Vlahovic che questa Juve era tutto fuorché la realtà organizzata e in crescita che gli serviva per il salto di qualità decisivo. Non ha aiutato la girandola di rose, allenatori, maxi-acquisti fallimentari transitati per Vinovo in questi anni. Soprattutto con una girandola forsennata proprio nel reparto d’attacco. Mentre Dusan, dal canto suo, si è rivelato un giocatore complesso da gestire tatticamente: poco coinvolto nella manovra, a volte sprecone sotto porta, spesso discontinuo per rendimento.
Chiude la sua esperienza in bianconero con 68 gol in 168 presenze: 0,4 a partita. Un bottino nemmeno così negativo, di per sé, ma a cui corrisponde un peso specifico decisamente modesto nel percorso della squadra. Con Vlahovic al centro dell’attacco la Juventus non è mai andata oltre il terzo posto in campionato: aveva vinto il suo ultimo scudetto un anno e mezzo prima del suo arrivo. Ormai è da inizio 2025 che il nome di Dusan è finito a più riprese al centro delle voci di mercato per una possibile cessione, sintomo di un rapporto mai davvero decollato a Torino.
Ed è perfino ironico che il serbo sia tornato su discreti livelli proprio quando ormai era dato per partente. Anzi: fuori rosa, chiuso da David e Openda, nella stagione appena conclusa Vlahovic non avrebbe nemmeno dovuto vedere il campo. Quasi da esubero, da separato in casa. Invece, complice il pessimo impatto dei nuovi acquisti (altro abbaglio bianconero, la lista è lunga), nel corso dei mesi si è riscoperto il miglior attaccante a disposizione di Spalletti. «Non si può giocare a calcio senza uno con le sue caratteristiche, senza un terminale fisico, forte, che fa gol», l’aveva elogiato il suo ultimo allenatore. E alla fine, decisamente a sorpresa, oggi Vlahovic è il giocatore della Juve più prolifico per media gol: dieci in 23 presenze stagionali, spesso da subentrato. Con tanto di doppietta rabbiosa nel derby degli addii, all’ultima giornata.
L’inatteso ritorno di fiamma ha perfino spinto club e giocatore al riavvicinamento, fino a discutere di un clamoroso rinnovo last minute. La trattativa c’è stata davvero, in queste settimane. Alla fine però è arrivata la fumata nera: Vlahovic chiedeva almeno otto milioni, la Juve gliene avrebbe offerti sei più bonus. Così l’attaccante se ne andrà via come da copione a parametro zero, nel solco di una relazione disfunzionale e con rari momenti di serenità reciproca. «Fino all’ultimo Dusan ha dimostrato di tenere alla Juve», l’ha difeso Chiellini. «A queste cifre comunque non rimarrà in Italia: resta una persona seria, è legittimo che cerchi un altro tipo di ingaggio altrove». Visti gli ultimi trascorsi, non solo è legittimo: è anche necessario. Ha 26 anni, è un attaccante di discreto talento, che potrà mettere in luce in un campionato e in una squadra più congeniali alle sue caratteristiche. E senza il macigno di pressioni ambientali che certamente non l’ha aiutato.