Visto il disastro in cui versa il nostro calcio, forse siamo di fronte a una parabola da augurarsi anche per gli Azzurri. Scomodando i nostri paperoni di turno. Soltanto due anni fa gli Stati Uniti se la passavano calcisticamente male: brutta eliminazione dalla Copa América, l’esonero di Gregg Berhalter, uno smarrimento tecnico preoccupante visto il Mondiale casalingo alle porte. Un appuntamento da non mancare, costi quel costi. Letteralmente: perché a levare le castagne dal fuoco per la Nazionale a stelle e strisce ci hanno pensato i miliardari del Paese. Portando in dote il gran nome di Mauricio Pochettino, ora ct degli USA che hanno debuttato contro il Paraguay vincendo e convincendo.
Il retroscena arriva dalle pagine di The Athletic, dove si racconta come ci sia stato un grosso movimento dietro le quinte — lobby, magnati, imprese — per garantire a Pulisic e compagni un profilo all’altezza della situazione. E siccome in patria non si è mai riusciti a partorire una classe di allenatori di livello globale, o quantomeno capace di portare la Nazionale al salto di qualità definitivo, ci è voluta una spinta supplementare per aprirsi al nuovo. E all’usato sicuro: è vero, prima di questa esperienza Pochettino non aveva mai allenato una nazionale, ma tra PSG e Tottenham è stato per anni uno degli allenatori più ambiti in Europa.
Come si è riusciti a portare in porto l’operazione? Mentre la Federcalcio statunitense si occupava dei colloqui tecnici con l’argentino, dietro le quinte una cordata di facoltosi volontari ha iniziato a raccogliere sponsor e potenziali donatori a supporto dell’operazione. Una sorta di “adunata filantropica” — o almeno, così la definiscono i ricchi americani — per garantire a Pochettino un contratto irrifiutabile: diversi milioni di dollari a stagione. “Senza questo aiuto dall’esterno, non saremmo mai riusciti a farlo firmare”, ha ammesso anche il presidente della Federazione.
Sia chiaro, è ancora prematuro parlare di successo tecnico: in questi due anni al timone Pochettino è arrivato in finale di Gold Cup — perdendo contro il Messico —, per poi centrare qualche risultato lusinghiero in amichevole come la cinquina rifilata all’Uruguay. La prova del nove, neanche a dirlo, sarà nelle prossime settimane. Certo è che gli Stati Uniti sono arrivati al main event profondamente rinnovati, sia negli interpreti sia nell’impostazione tecnica: soltanto il tempo potrà dire se la mano del nuovo ct sarà stata propizia. Fatti alla mano, un Mondiale di livello ormai è questione di interesse nazionale. Soprattutto in un Paese fortemente nazionalista come quello di Trump, incline al panem et circenses, ma anche condizionato dalla ricerca di investimenti sempre nuovi. Vedere Pulisic guidare il soccer oltre le migliori otto squadre al mondo — più in là Team USA non si è mai spinto nella sua storia — cela anche un profondo valore economico, per quel che un risultato del genere potrebbe portare all’interno del sistema. Infrastrutture, broadcaster, altri fuoriclasse del pallone: un volano che partirebbe da un semplice allenatore. E a giudicare dal suo lauto compenso, ci sono i miliardari d’America che hanno fatto di tutto per legittimarlo.