Ci sono i gol di Ounahi, le parate di Bono, le giocate di Brahim Díaz. E poi c’è tutto il resto, a sostenere il Marocco dei record. La rivoluzione calcistica della diaspora, allenatori e osservatori di livello mondiale. Ancora più importante, forse, il luogo idoneo ad accogliere il cambiamento: un centro sportivo “che non ha nulla da invidiare nemmeno a Clairefontaine”, scrive la testata spagnola AS, paragonando l’invidiatissima academy parigina con il complesso di Rabat intitolato a Re Mohammed VI – e a cui lo stesso Brahim ha dedicato la vittoria contro il Canada “per l’appoggio che ci offre”. Certo, accorta adulazione ma non solo. Perché è senz’altro vero che il sovrano marocchino, negli ultimi anni, ha deciso di portare la Nazionale verso un autentico salto di specie. Investendo tanto, e bene.
Il complesso in questione, costruito nel 2019, è frutto di un investimento stimato da 55 milioni di euro. Una cifra che rispecchia un progetto in grandissimo stile: 35 ettari, 11 terreni di gioco in erba naturale, artificiale e ibrida, un centro di medicina sportiva, un ospedale, hotel e case di lusso per le 27 selezioni marocchine coinvolte – maschili, femminili, giovanili –, più auditorium, piscina olimpionica e uffici amministrativi della Federcalcio di Rabat. Insomma, una cittadella del calcio essenziale e messa a punto con tutta la larghezza di vedute di una big del ranking FIFA, per dare origine all’exploit innescato a stretto giro da Hakimi e compagni.
Il Marocco si era infatti riaffacciato ai Mondiali nel 2018, dopo vent’anni di assenza. In Russia fu una comparsata poco degna di nota – un solo punto e ultimo posto nel girone –, e anche per questo in Qatar, quattro anni dopo, l’opinione pubblica non dava chance particolarmente più incoraggianti ai Leoni dell’Atlante. Nel frattempo però era sorta l’oasi del pallone. E non a caso, novità assoluta per un’africana, il sogno sportivo si è subito riscoperto metodo, struttura, pianificazione. Lo storico quarto posto che ha sconvolto il mondo è stata una tappa naturale del processo, che in seguito avrebbe portato al titolo iridato Under 20 nel 2025 e alla Nazionale maggiore di nuovo fra le prime otto – nel peggiore degli scenari – anche nell’edizione del Mondiale in corso. Se tre indizi fanno una prova, siamo nel pieno di un’ascesa curata in ogni suo aspetto.
Perché il metodo Marocco fa scuola per l’oculato reimpiego della diaspora in ambito calcistico (per chi volesse approfondire, leggere quest’articolo), unito a un approccio al gioco molto europeo a partire dal percorso di formazione del proprio staff tecnico – ct compreso, da Regragui a Ouahbi. Ma senza delle infrastrutture all’ultimo grido, tutto questo sarebbe stato molto più complicato. E a proposito di Clairefontaine: domani alle 22 c’è la grande sfida alla Francia. Ancora quattro anni fa impossibile, oggi chissà. Alla voce academy è quasi pareggio.