Tra le grandi storie di questo Mondiale 2026 c’è senza dubbio quella di Mohamed Ouahbi. Il ct del Marocco, che ha sostituito Walid Regragui, dimessosi dopo la contestata finale di Coppa d’Africa (e prima che venisse accolto il ricorso contro il Senegal) su pressioni della Federazione, ha davvero un percorso molto particolare. Nell’ultimo anno e mezzo è arrivato a vincere un mondiale Under 20, sempre con il Marocco, e per questo è stato scelto sull’onda dell’entusiasmo popolare. Il punto è che prima dell’ottobre 2025 era poco più che uno sconosciuto, quantomeno rispetto a tanti altri protagonisti del calcio d’élite..
Nato a Bruxelles da genitori marocchini, per molti anni ha insegnato educazione fisica in una scuola della capitale belga. Ha iniziato ad allenare i bambini del settore giovanile dell’Anderlecht solo quando aveva 27 anni, quindi molto dopo la fine della sua carriera come calciatore – che non è andata oltre i settori giovanili. Nello spogliatoio tutti lo chiamano “Coach Momo”, racconta El Mundo. Il fatto di non essere stato un calciatore professionista, naturalmente, non gli ha permesso di aere una rete di conoscenze influenti, e quindi negli anni successivi ha alternato il lavoro da allenatore nei campionati dilettantistici alle lezioni alla École du Canal di Bruxelles, dove i suoi alunni erano bambini tra i sei e i dodici anni.
Niente riflettori, niente grandi stadi. Fino al 2003, l’anno in cui un suo amico personale gli apre le porte del vivaio dell’Anderlecht. Ouahbi parte dai più piccoli, allenando la categoria Esordienti, ma da lì inizia un lungo percorso di crescita. In quei campi sono passati diversi ragazzi destinati a diventare protagonisti del calcio europeo: Romelu Lukaku, Youri Tielemans, Jérémy Doku, Dodi Lukebakio. Tutti incrociano lo sguardo e i consigli. di Ouhanbi Oltre a questi futuri professionisti c’era anche un bambino che, a un certo punto, avrebbe scelto un’altra strada. Si chiamava Remco Evenepoel e per qualche anno ha diviso il tempo tra il pallone e la bicicletta, prima di diventare uno dei migliori ciclisti del mondo.
All’Anderlecht Ouahbi rimane per diciassette stagioni, scalando progressivamente tutte le categorie del settore giovanile fino a entrare nello staff della prima squadra. In quel periodo conosce Yannick Ferreira, allenatore belga di origini spagnole che nel 2021 lo vuole al suo fianco nell’esperienza all’Al-Fateh, in Arabia Saudita. È proprio quella parentesi internazionale, unita alla reputazione costruita in Belgio, ad attirare l’attenzione della Federazione marocchina. Da anni il Marocco investe nella ricerca di talenti sparsi per l’Europa, sia in campo che in panchina, e nel 2022 individua in Ouahbi il profilo giusto per guidare l’Under 20.
In patria il suo nome diceva poco o nulla, ma il presidente federale Fouzi Lekjaa gli affida una delle generazioni più promettenti del Paese. La scelta viene ripagata nel migliore dei modi: il Marocco conquista il titolo mondiale di categoria battendo l’Argentina in finale, dopo aver eliminato anche la Francia. Quel successo trasforma rapidamente Ouahbi in uno dei principali candidati alla panchina della Nazionale maggiore. Così, dopo la conclusione della Coppa d’Africa e l’uscita di scena di Regragui, la Federazione decide di affidargli la squadra con l’obiettivo di proseguire il percorso di crescita iniziato negli ultimi anni.
Una scommessa che, almeno finora, ha dato ragione ai dirigenti marocchini. Come è accaduto in Spagna con Luis de la Fuente, anche Ouahbi è arrivato al vertice dopo un lungo lavoro nelle selezioni giovanili. È stato uno degli uomini coinvolti nella costruzione dell’enorme rete di scouting che il Marocco ha creato per convincere i giovani della diaspora a vestire la maglia dei Leoni dell’Atlante, e oggi la Nazionale sta raccogliendo i frutti di quel lavoro. Molti dei giocatori più giovani li ha allenati personalmente nell’Under 20, altri li ha conosciuti durante il delicato processo di reclutamento. Il fatto di essere cresciuto tra due culture permette a Ouahbi di comprendere bene i suoi giocatori, di gestire con la giusta delicatezza il identitario che molti ragazzi affrontano quando devono scegliere quale Nazionale rappresentare. In poche parole: il ct del Marocco è riuscito a entrare in sintonia col suo gruppo in modo del tutto naturale.
Il suo Marocco è una delle squadre più giovani del torneo, con un’età media di 26,4 anni, e abbina coraggio, qualità tecnica e una solidità difensiva ormai diventata il marchio di fabbrica della Nazionale. La sua ossessione coincide con quella del re Mohammed VI: cambiare definitivamente la mentalità del calcio marocchino e convincere tutti che vincere un Mondiale non sia più un sogno irrealizzabile. «Il Marocco è entrato in una nuova era, un’epoca nella quale dobbiamo credere davvero nella possibilità di diventare campioni del mondo», ha dichiarato dopo la vittoria contro Haiti nella fase a gironi. «Dobbiamo puntare al titolo, perché abbiamo tutto quello che serve».
In fondo, la storia di Mohamed Ouahbi racconta meglio di qualsiasi discorso il progetto costruito dalla Federazione marocchina negli ultimi anni. È un allenatore europeo e marocchino allo stesso tempo, insegnante prima ancora che tecnico, formatosi nel vivaio dell’Anderlecht ma cresciuto con il mito della Nazionale del 1986, sconfitta agli ottav dalla Germania Ovest dopo aver vinto il girone. Allora era soltanto un bambino che giocava per le strade di Bruxelles. Oggi è l’uomo chiamato a trasformare quel ricordo d’infanzia nell’ambizione di un intero Paese.