La Spagna è diventata così forte anche perché ha esportato tantissimi giovani giocatori (e anche allenatori) all’estero

Una filosofia che ormai fa scuola, basata sul sistematico investimento di ogni club nei propri settori giovanili. E sullo spazio che poi quei giovani trovano subito in campionato.
di Redazione Undici 23 Luglio 2026 alle 10:16

Lamine Yamal è soltanto la punta di un iceberg ricchissimo. Perché, come ha raccontato in questi giorni anche Javier Tebas, il presidente della Liga, «tutti i nostri club sanno che il cammino da intraprendere è far arrivare in prima squadra i ragazzi della cantera». E così fanno. Sistematicamente, a ogni livello. Il risultato è che il calcio spagnolo produce una quantità eccezionale di talento a basso costo. Lo porta a competere al massimo, lo integra nel calcio moderno. Poi i suoi esponenti migliori iniziano a fare strada: in patria o pure all’estero. Soprattutto all’estero, ultimamente. Ed è qui che nasce la miniera d’oro della Nazionale di de la Fuente che sta vincendo tutto.

Il quotidiano spagnolo AS, raccontando il fenomeno con ampio anticipo rispetto al trionfo mondiale, spiegava già tutto nei mesi scorsi. Quando le cessioni più altisonanti del calciomercato estivo rappresentavano plusvalenze reali per tutti quei vivai responsabili della crescita di tanti ragazzi d’oro: Zubimendi all’Arsenal per 70 milioni di euro, Jesús Rodríguez e Álex Valle finiti al Como, Fer López dal Celta Vigo al Wolverhampton, Yéremy Pino e Álex Baena ceduti dal Villarreal a Crystal Palace e Atlético Madrid – che in questa sede va classificato come top club globale, più che club spagnolo. In totale, le cessioni dei giovani iberici nel 2025 hanno portato in dote la bellezza di 289 milioni di euro. Una cifra record, sottolinea anche la stampa locale. Riflesso di una materia prima di qualità eccellente.

Ma la forza della Spagna non è soltanto l’esportazione. O meglio, la valorizzazione avviene anche in casa: tra i principali campionati europei, la Liga è quello che offre più opportunità di giocare ai calciatori dei propri settori giovanili con ben il 19,8% dei minuti giocati in campionato. E infatti il valore di mercato complessivo dei giocatori Under 21 provenienti dai vivai delle squadre di Liga raggiunge 1,46 miliardi di euro: quasi 400 milioni più della Premier League, quasi il doppio più della Serie A. Un modello virtuoso, indubbiamente, che tuttavia non è sempre funzionato così – la prova che insomma ci vuole la forza e la volontà di cambiare davvero, senza fatalismi. Soltanto negli ultimi cinque anni infatti la percentuale di ricavi derivanti dalla cessione di giocatori cresciuti nei settori giovanili spagnoli è schizzata dal 27 al 45%. Si tratta ormai di una filosofia abbracciata dai tutti i club professionistici, sfruttando anche la presenza – dalla Segunda in giù – di seconde squadre autentiche, costruite per dare spazio ai prospetti emergenti e non per parcheggiare giocatori in esubero senza possibilità concrete di farli approdare fra i big – di nuovo, ogni riferimento geografico è puramente casuale.

Ormai la Spagna fa talmente scuola che anche le Federcalcio di altri Paesi in tutti i continenti, dalla Cina a Honduras passando per l’Iraq, hanno iniziato a seguire corsi d’aggiornamento per importare i progetti sportivi e la metodologia della Liga, con particolare attenzione allo scambio di conoscenze con i responsabili dei settori giovanili. D’altronde, imparare dai migliori si può e si deve. Soprattutto se nel frattempo, grazie a questi stessi ragazzi, i migliori sono diventati anche campioni del Mondo.

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