Il commissioner della NFL ha detto che nella lega, in futuro, ci saranno anche delle squadre non americane

"È soltanto questione di quando e non di se", i vertici del football americano preannunciano la rivoluzione.
di Redazione Undici 18 Agosto 2026 alle 18:27

Non soltanto le partite nel resto del mondo, le iniziative di marketing sempre più insistenti e capaci di coinvolgere un pubblico globale a trecentosessanta gradi. Il football americano sta davvero pensando a una brand extension in senso geografico, pensando il giorno in cui i Dallas Cowboys o i Miami Dolphins arriveranno a sfidera una franchigia di Londra o Città del Messico. L’annuncio arriva direttamente da Roger Goodell, commissioner della National Football League: “Ne stiamo parlando parecchio”, ha spiegato il dirigente. “A un certo punto ci sarà una NFL anche al di fuori degli Stati Uniti. Non ho alcun dubbio a riguardo: un giorno accadrà questo, semplicemente non so ancora quando sarà effettivamente così”.

Sarebbe un salto di specie mai visto per i grandi sport americani, che tuttalpiù contano qualche franchigia in Canada – considerato, sotto il profilo sportivo e di mercato, un tutt’uno con gli Stati Uniti. Oggi la NFL conta 32 formazioni, che negli ultimi tempi si sono esibite anche oltreoceano in vere e proprie tournée continentali: Londra, Monaco di Baviera, Rio de Janeiro, Parigi, Melbourne e Città del Messico, soltanto per citare le destinazioni scelte per diverse gare di regular season nel 2026. Non solo: lo stesso Goodell rende noto che anche il prestigioso Super Bowl, in un futuro non così lontano, potrebbe essere ospitato in una città straniera. “Ci sono metropoli internazionali con tutte le carte in regola per organizzare un evento del genere. Ma vorrei prima la nascita di una franchigia di NFL, in quelle stesse realtà”.

E allora negli States è subito scattata la caccia alle candidate. Quali città si potranno fregiare davvero del marchio NFL? Gli indizi arrivano direttamente dagli appuntamenti internazionali scelti dalla lega, non a caso: dunque, più delle altre, fari puntate su Città del Messico, Londra, Parigi e Madrid. La prima è senz’altro la più conveniente per motivi logistici – non cambierebbe poi così tanto rispetto a una trasferta canadese – e soltanto nell’ultima stagione il football americano si è esibito al leggendario Stadio Azteca per ben cinque volte: anche i Mondiali di calcio sono stati una convincente prova del nove, in termini di estensione del raggio d’azione. Le tre capitali europee rappresentano invece le opzioni più attrezzate e comparabili agli Stati Uniti, in termini di infrastrutture, bacino d’utenza e capacità di spesa del pubblico locale. Londra ha una marcia in più in termini di anzianità e fidelizzazione: basti pensare che la NFL sbarca annualmente sulle rive del Tamigi sin dal 2007. Parigi è un target in grande fermento sportivo, dal calcio al basket, e da quest’anno ospiterà anche la sua prima partita di football americano. Lo stesso destino è già toccato a Madrid pochi mesi fa, e la tre giorni di trasformazione funzionale al Bernabéu si è rivelata un incoraggiante successo.

Per tutte le mete europee, in ogni caso, resta un gigantesco interrogativo sul piano geografico: come conciliare il fittissimo calendario sportivo americano con le distanze oceaniche che si presenteranno con le nuove franchigie? Evidentemente, gli organizzatori della lega lo ritengono un ostacolo possibile. Ciascuna squadra dovrà sostenere un piano di trasferte ad hoc, che si incastri a quello di tutte le altre – mentre l’ipotetica formazione europea dovrà da subito abituarsi a un’esistenza on the road. E in un certo senso le prove generali sono già in corso: l’arrivo in Australia a settembre, anche per una sola partita, è una sfida mica da poco. I San Francisco 49ers che saranno impegnati a Melbourne hanno spiegato di “volersi prendere tutto il tempo necessario per acclimatarsi, arrivando a destinazione 7-9 giorni in anticipo”. I Los Angeles Rams, loro avversari per l’occasione, preferiscono invece presentarsi laggiù a ridosso della partita. Ciascuno, insomma, valuta il suo metodo più congeniale. E la NFL ha miliardi di validi motivi per assecondarlo.

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