Visto che ha vinto il Pallone d’Oro, da oggi in poi Harry Kane avrà un appeal commerciale (e anche un potere negoziale) decisamente più elevato

Dietro il premio di France Footall c'è un sistema multimilionario fatto di sponsor, partner commerciali e procuratori disposti a tutto, pur di conquistare la vittoria.
di Redazione Undici 27 Ottobre 2026 alle 10:54

Harry Kane ha vinto il Pallone d’Oro, e subito dopo l’annuncio di Ronaldo il Fenomeno ha accolto la notizia facendo cadere la faccia sulle mani. Il centravanti del Bayern ha manifestato pura emozione, dopotutto ha vissuto un momento che si può considerare come l’apice, l’apoteosi, il coronamento di una carriera. E non è una questione economica: vincere il premio individuale più ambito del calcio, infatti, non porta premi in denaro da parte di France Football, né un compenso fisso per chi lo vince. Eppure, vincere il riconoscimento del magazine francese vale molto più di un assegno: significa acquisire prestigio, aumentare il proprio peso commerciale e presentarsi alle trattative con il club in una posizione più forte.

Facciamo alcuni esempi: Luka Modric, dopo il trionfo del 2018, pare abbia ricevuto dal suo sponsor tecnico un bonus stimato intorno agli 800mila euro, poi dopo poche settimane è stato lanciato uno scarpino speciale dedicato a lui. Anche l’attaccante del Barcellona femminile, Aitana Bonmatí, ha visto crescere la propria visibilità commerciale e le collaborazioni con marchi internazionali dopo aver conquistato il premio (lei per altro l’ha vinto per tre edizioni consecutive, dal 2023 al 2025)..

Il ritorno economico, però, non riguarda soltanto il vincitore. Club, sponsor e agenti hanno tutti un grande interesse a legare il proprio nome al nuovo miglior giocatore del mondo. Lo ha sottolineato anche il trionfatore della serata di ieri al Palladium Theatre di Londra, Harry Kane: «Sono contento di riportare il Pallone d’Oro nella bacheca del Bayern», ha confessato, consapevole che il club tedesco non ne poteva vantare uno dal 1981, quando aveva vinto Karl-Heinze Rummenigge.

Ecco, questo è un dato significativo: per quanto si parli di un grandissimo riconoscimento individuale, la squadra di chi conquista il Pallone d’Oro può beneficiare dell’aumento del valore di mercato del calciatore e di una maggiore esposizione internazionale. Stesso discorso anche per i suoi agenti, che possono sfruttare il riconoscimento per migliorare le condizioni contrattuali dei propri assistiti. È anche per questo che la corsa al Pallone d’Oro, oltre a essere una questione di prestigio sportivo, è diventata un terreno di lotta mediatica tra varie personalità e istituzioni, di pressioni e manovre, tanto che quest’anno, per vincerlo, c’è stata una sorta di campagna elettorale tra gli altri due candidati favoriti alla vittoria finale, vale a dire Kylian Mbappè e Lamine Yamal.

Pascal Ferré, ex direttore di France Football e responsabile dell’organizzazione del premio dal 2016 al 2022, racconta nel libro La Face cachée du Ballon d’or alcuni retroscena di questa competizione. Tra questi, il ruolo del Real Madrid, che nel 2024 aveva disertato la cerimonia di Parigi dopo il secondo posto di Vinícius, superato da Rodri. Ferré descrive anche le pressioni esercitate da alcuni procuratori, tra cui Jorge Mendes, storico agente di Cristiano Ronaldo e un presunto tentativo di corruzione attribuito al rappresentante di una stella della Premier League, che avrebbe lasciato deliberatamente una busta sul tavolo al termine di un incontro in un grande albergo parigino.

«Non bisogna illudersi: gli interessi economici sono enormi, anche per le persone che circondano il giocatore. Si va ben oltre il calcio», osserva Sidney Govou, ex attaccante del Lione intervistato da Le Monde, criticando anche la tendenza di alcuni candidati a promuoversi attraverso i media. Tutto questo clamore, secondo l’ex calciatore francese, finisce per danneggiare il valore del riconoscimento e alimentare tensioni: «Il Pallone d’Oro dovrebbe essere un premio eccezionale. Designare il miglior giocatore del mondo non è una cosa da poco». Govou, perciò, ammette di non seguire più la cerimonia da qualche anno: «Per me non ha più molto senso». È facile pensare che Harry Kane, subito dopo la cerimonia di premiazione di Londra e per il resto della sua vita, possa farsene una ragione.

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