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Prima del Leicester, il Kaiserslautern

Nel 1998 la squadra di Rehhagel vinceva la Bundesliga tra lo stupore generale. Come alcuni dei suoi protagonisti ricordano i volti del Leicester di oggi.

Di Manuel Santangelo

Mi sento come  alla fine di una festa bellissima in cui non posso fare a meno di continuare a fissare l’organizzatore. Tutti l’hanno applaudito, festeggiato, hanno brindato con lui ma presto tornerà solo, una sbiadita Polaroid da mostrare davanti a un caffè. L’organizzatore della festa, questo singolare anfitrione così simile al Jep Gambardella de La Grande Bellezza, nei miei incubi ha il volto segnato di Claudio Ranieri, in bilico tra un capolavoro da tutti riconosciuto ed una sequela di “però” che lo perseguitano. I “però” di Ranieri sono quelli che i suoi detrattori tirano fuori per screditare il suo capolavoro. I “però” di Gambardella riguardano quello che venne dopo il suo capolavoro ma il concetto che sorregge il ragionamento alla sua base è lo stesso.

La favola non si può ripetere: fa parte della sua natura intrinseca. La festa non si può ripetere altrimenti si rischia di incorrere in una serie di fallimenti vagamente “gasbyani” ma con meno fascino. Su Ranieri, sul suo Leicester si è scritto tanto e tanto si scriverà in questa epoca in cui viviamo in un ormai acclarato “overload informativo”. Studi attendibili hanno riconosciuto che ormai abbiamo una mole di contenuti potenzialmente leggibili mai vista che ci porta a interfacciarci con minore attenzione a ciò che leggiamo e quindi anche a ricordarlo peggio. Alcuni hanno complicato ulteriormente l’assunto finendo per scrivere più parole di quante ne abbiano lette (e non si parla purtroppo solo delle velleità autoriali di calciatori di fronte alla loro biografia). Non è stato sempre così. Se sia un bene o un male è questionabile ma di certo essere arrivati “prima” ha privato altri autori di miracoli sportivi affini all’epopea dei Foxes della stessa copertura mediatica e della stessa letteratura riservata a Vardy & co. La differenza essenziale è che favole come il Lens, il Blackburn, il Castel di Sangro, il Limoges nel basket possono contare quasi unicamente su scritti “postumi” per analizzare e glorificare la propria impresa. Il Leicester ha visto la sua storia diventare romanzo quasi in presa diretta. Il tempo con cui si è raccontata la sua impresa è il presente, non il passato.

Celebration time for Kaiserlautern

Qualche anno dopo, durante una vittoria contro il Tottenham in Coppa Uefa, nel 1999 (Jamie McDonald /Allsport)

Il Kaisersalutern appartiene alla  florida generazione di miracoli sportivi degli anni Novanta, come i nomi sopracitati. Anche la loro favola è stata raccontata più ampiamente dopo e la sua potenza narrativa sfruttata, per quanto non fino in fondo, in un arco di tempo più lungo per tutta una serie di ragioni socio-culturali facilmente intuibili. Eppure la favola dei “Red Devils” poveri e teutonici ha molti punti di contatto con quella dei Ranieri-boys. Oggi il Kaiserslautern è rientrato nei ranghi, navigando senza infamia è senza lode nella Zweite Liga, la seconda divisione tedesca. Il giocatore con più curriculum è il prodotto del vivaio Daniel Halfar, con non abbastanza presenze nelle Nazionali giovanili tedesche per essere considerato davvero un talento bruciato.

Nel calcio europeo esistono anni in cui l’intero sistema pare in mano a un imprevedibile bug nel sistema. Il 1997/98 appartiene a pieno titolo a questa categoria come il 2004 (Grecia e Porto) e forse il 2016 (Leicester campione e Atlético in finale con ancora un Europeo alle porte). In quella stagione forse nel Belpaese eravamo tutti troppo impegnati a rimirare le nostre sette sorelle per curarci di una squadra straniera; fatto sta che il Kaiserslautern, come contemporaneamente il già citato Lens in Francia, vinse in maniera impronosticabile un campionato tedesco senza raccogliere i proseliti degli inglesi in questa stagione.

La cavalcata del Kaiserslautern nella Bundesliga 1997/98. In tedesco.

Se si eccettuano queste differenze, tuttavia, i punti di contatto tra le due squadre, gestite quasi come delle famiglie dai loro allenatori, ci sono. D’altronde, come scriveva Tolstoj nell’incipit di Anna Karenina, tutte le famiglie felici si somigliano. D’altronde, aggiungiamo noi, i lieto fine delle favole tendono a somigliarsi a prescindere dal loro antefatto. Prendiamo dunque alcuni dei protagonisti delle due storie e giochiamo ad incrociarli. D’altronde entrambe le storie sembrano fatte apposta per essere raccontate al pub davanti ad una birra, poco importa se inglese o tedesca.

Claudio Ranieri/Otto Rehhagel

Claudio Ranieri appare vecchio anche nelle figurine Panini in cui indossa la maglia del Catanzaro. Claudio Ranieri le ha allenate tutte o quasi, le ha viste tutte o quasi, alla fine ha vinto la più difficile ma questo lo sapete già. Il condottiero del Leicester ha un punto di contatto nella carriera con Otto Rehhagel che si chiama Grecia, anche se le due squadre erano diametralmente opposte, e in generale i due Paesi che rappresentavano erano diversi ed avevano un entusiasmo diverso.

Se si scorre il palmarès di Rehhagel si scopre ad ogni modo che il tedesco anche ha girato quasi tutte le panchine top di Germania. Tuttavia neanche la sua traiettoria, come quella del collega italiano, è stata lineare. Successi in Germania ed in Europa col Werder Brema ma anche chiaroscuri forti come quando, alla guida del Dortmund, si vide annichilire dall’altro Borussia, allora nella sua fase più splendente. Era il ‘Gladbach del Pallone d’Oro Allan Simonsen e del poi grande allenatore, allora solo implacabile cannoniere Jupp Heynkes. Quella squadra, rivoluzionata da Udo Luttek in una compagine dura e disciplinata lontana dai barocchismi del predecessore, tuttavia tornò la squadra spettacolare che era stata per una notte infliggendo a Rehhagel un umiliante 12 a 0. Un colpo da cui sarebbe stato difficile riprendersi, come una sconfitta con le Far Oer, aggiungerebbe Ranieri.

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Otto Rehhagel nel 2003, ai tempi della Grecia (Ben Radford/Getty Images)

Rehhagel tuttavia arriva a Kaiserslautern in un periodo diverso della sua carriera rispetto a Ranieri. Come lui però sembra sempre costretto ad andarsene sul più bello, dopo aver costruito per altri. Succede a Ranieri al Chelsea quando se ne va senza avere mai avuto la possibilità di costruire una squadra davvero sua con i soldi di Abramovich. Succede a Rehhagel nel ’95 quando viene esonerato prima di una finale di Coppa Uefa che lui aveva conquistato. Al Bayern però l’imperativo è vincere, possibilmente di tanto e il Rehhagel si vede togliere il giocattolo sul più bello. Beckenbauer vincerà quella Coppa, Mourinho raccoglierà anche quanto di buono fatto da Ranieri a Londra.

Quando Rehhagel arriva in quel Kaiserslautern ha però una credibilità diversa da Ranieri quando viene ingaggiato dal Leicester. Rehhagel è un simbolo della Bundes: è l’unico che ha più di 1000 presenze tra panchina e campo e l’ultima esperienza è stata al Bayern, non è esattamente la tragedia greca di Ranieri. Ad ogni modo il football del tedesco che si basa sui dettami del Kontrollierte Offensive non è molto diverso. Stesso approccio aggressivo, stessa fame e stessa fisicità. I centrali del Kaiserslautern sono grossi, grandi colpitori di testa come in tutte le squadre di Rehhagel. Il paragone con i due marcantoni Huth e Morgan viene spontaneo.

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Un piccolo tifoso vestito molto anni Novanta (Craig Prentis /Allsport)

Già allora Rehhagel aveva subito in Baviera l’etichetta di allenatore “vecchio”, portato a esprimere un calcio anacronistico, catenacciaro e che abusava del contropiede. Nonostante ciò Rehhagel non cambierà mai il suo tipo di gioco, anche perché nel prosieguo della carriera non incontrerà più individualità con le qualità per permettergli un’evoluzione tattica che forse non vuole. Andree Wagner, tifoso e studioso del Kaiserslautern, ha dedicato molto tempo allo studio di quella squadra. Di recente a Sky Sport ha individuato il grande merito di Rehhagel: «Fu in grado di tenere i giocatori con i piedi per terra, non parlò mai di titolo, fino alla fine, e riuscì a far viaggiare la squadra quasi sotto traccia». A questo punto è lecito porsi il dubbio se Ranieri non sia altro che un Rehhagel travestito, magari un giorno scriveranno di lui la biografia non autorizzata. Il titolo sarà facile: “Il fu Otto Rehhagel”.

Jamie Vardy/Olaf Marschall

Jamie Vardy rappresenta al meglio le caratteristiche che dipingono lo stereotipo, per la verità poco riscontrabile, dell’attaccante britannico. Olaf Marschall oggi è un signore che ha superato i cinquanta, ha le ginocchia che gli fanno male e non è stato l’attaccante con la carriera più sfavillante della sua generazione. Eppure racchiude l’immagine del nove tedesco meglio di colleghi più talentuosi.

Marschall non è arrivato tardi in senso assoluto in Bundesliga, aiutato anche dal fisico da carrozziere. Segnò anche all’esordio due gol con la Dinamo Dresda. L’aver giocato nella più operaia e comunista parte Est della Germania gli ha impedito da giovane di avere una esplosione vera e propria, oltre ad avvicinarlo nelle nostre menti al background alla Ken Loach che ha costruito il personaggio Vardy. Quando arriva al Kaiserslautern Marschall fa fatica ad ingranare. La squadra è solida, arriverà anche una Coppa di Germania. Sembra l’apice di una favola, come la promozione record del Leicester di Pearson, invece è una falsa partenza: i Diavoli retrocedono incredibilmente l’anno dopo. Risaliranno dopo solo un anno di purgatorio. In tutto questo tempo Olaf, come Vardy, è apparso un giocatore solido, adatto alla categoria ma nulla più.

Olaf Marschall con il Kaiserslautern insegue Sol Campbell, allora al Tottenham. Coppa Uefa 1999 (Jamie McDonald /Allsport

Olaf Marschall con il Kaiserslautern insegue Sol Campbell, allora al Tottenham. Coppa Uefa 1999/2000 (Jamie McDonald /Allsport

Ritornati in massima serie qualcosa cambia: il Kaiserslautern vince la prima con i campioni del Bayern di Trapattoni e sembra più il classico upset della prima giornata, dovuto più alle gambe imballate dei bavaresi. Marschall anche inizia a segnare con straordinaria regolarità: quasi mai sono gol belli, sempre da attaccante d’area, opportunista. Alla fine saranno ventuno in 24 presenze. Vardy ha quasi trent’anni. Il suo omologo aveva un’età simile in quell’anno. Rinunciò a capitalizzare economicamente quella stagione. Partecipò ad un mondiale grigio e restò a Kaiserslautern. Alla fine il suo score finale in Bundes parlerà di soli 60 gol in 176 presenze in massima serie. Alla fine il suo spirito di sacrificio lo spinse a riciclarsi difensore prima di abbandonarsi nel cimitero degli elefanti per eccellenza dei primi anni zero: gli Emirati.

Demarai Gray/Michael Ballack

Demarai Gray non sarà mai Michael Ballack e non gli viene chiesto di esserlo. Gray è un’ala vecchio stile di quelle che sarebbero piaciute a un innamorato degli esterni tipo Cuper o Zaccheroni, e nel calcio del Leicester ha un funzionamento piacevolmente vintage.

Ballack arrivò per una cifra considerevole dalla terza serie dove aveva segnato 9 gol, pur giocando più avanti e con un raggio d’azione limitato rispetto a quello che avrebbe avuto più in avanti. Anche Gray è arrivato col Leicester in Premier per una cifra importante. Gray non è il protagonista di questa cavalcata ma una pedina importante dalla panchina. Nell’anno a Kaiserslautern Ballack metterà a referto solo sedici presenze ma sarà chiaro che strada ne farà.

Gokan Inler/Ciriaco Sforza

In un universo parallelo tre comici stanno completando una scena famosissima. Uno di loro porta addosso la maglia di un centrocampista svizzero di qualità ma transitato senza troppo brillare nonostante le premesse. Uno fa all’altro: «Ma vai con la maglia di Inler?» La risposta è un tormentone destinato a restare un simbolo di quegli anni: «Eh.. quella di Higuaín era finita…». Il film sarà un successo al botteghino ma lo sbeffeggio per quel centrocampista svizzero ma di chiare origini lontane (turche) sarà esagerato. Viene infatti ceduto al Leicester dove, pur senza brillare, vincerà quel campionato che sembrava troppo opaco per poter vincere come Ciriaco Sforza.

Ciriaco Sforza a Kaiserslautern (Clive Brunskill /Allsport)

Ciriaco Sforza a Kaiserslautern (Clive Brunskill /Allsport)

Sforza era un centrocampista elegante e dai ritmi forse troppo compassati per adattarsi all’Inter battagliera della seconda metà dei Novanta. Venne venduto senza troppi rimpianti a una squadra quasi destinata alla retrocessione. Vincerà con il Kaiserslautern il campionato che i suoi ex compagni perderanno con la Juve. L’autore dell’articolo ha passato molto tempo a cercare una maglia di Inler o di Sforza in una bancarella, salvo poi arrivare alla conclusione che evidentemente in Svizzera non si contraffanno neanche le maglie da calcio.

Com’è finita la favola del Kaiserslautern? La luce si è spenta lentamente, immalinconendosi stagione dopo stagione per poi retrocedere nell’assordante silenzio generale nel 2006, spegnendosi come una candela lasciata accesa cui non si fa più caso la mattina dopo, quando si ha bisogno di essere razionali e bisogna mettere da parte le favole e le promesse romantiche a cui non si credeva sussurrate all’orecchio di qualcuno che avrebbe voluto crederci. A volte però anche solo essersi gustati la notte e serbarne ricordo può aiutarti a superare l’hangover.

 

Nell’immagine in evidenza, la formazione del Kaiserslautern prima del quarto di finale contro il Bayern Monaco, nella Champions League del 1998/1999. (Mike Hewitt /Allsport)