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Aspettando Gabigol

Chi è, e cosa sarà, Gabigol, in un'Inter in cui il brasiliano è diventato un caso. Quattro firme di Undici si esprimono sulla questione.

Di Aa. Vv.

Nemmeno venti minuti in nerazzurro collezionati, frazionati in un anonimo spezzone di gara contro il Bologna e nel surreale ingresso a pochi istanti dalla fine nell’ultima partita contro il Sassuolo, condito da quell’ammonizione che ha alimentato la potenza dei sensori dell’incomprensione, quando non dello scherno, nei suoi confronti. Si dice che Gabigol sia un “oggetto misterioso”, ma fin qui, a essere misterioso, è stato il suo destino: perché il ventenne attaccante brasiliano, al netto delle comprensibili difficoltà di ambientamento umano e calcistico e al netto di una preparazione deficitaria per la partecipazione alle Olimpiadi (vinte) di casa, con l’Inter sembra non avere nulla a che fare. Il fatto che sia stato utilizzato pochissimo ha lasciato perplessi i tifosi, ma d’altra parte sono in tanti a chiedersi come mai un potenziale patrimonio calcistico sia diventato un fastidio, più che una risorsa, una volta approdato in Serie A. Quattro tifosi interisti, nonché collaboratori di Undici, aiutano a definire meglio il caso Gabigol, con i loro punti di vista sulla questione.

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Vorrei avere un’idea su Gabigol, un metro di misura del suo talento, un’ipotesi delle sue potenzialità, un’impressione di come potrebbe giocare nell’Inter. Non la ho. Gabriel Barbosa Almeida — questo il suo nome completo — ha giocato per la seconda volta in Serie A per tre minuti contro il Sassuolo, domenica scorsa. L’Inter ha vinto 1 a 0. Il suo contributo è stato ricevere una palla in fuorigioco, fare finta che l’arbitro non avesse fischiato, segnare un gol, guadagnare un giallo e i fischi di tutti i tifosi, avversari e amici. E certo è facile fare ironia, prendersela con lui: l’Italia è maestra di accanimento sui vinti. Quando è arrivato, il Corriere dello Sport ha scritto: «Inter, c’è una luce dopo il buio di San Siro. Arriva dal Brasile». Non è stato il solo quotidiano a celebrarlo sulla fiducia. Oggi è un “bidone”, uno dei tanti della storia dell’Inter, e siamo già lì a compilare le liste delle giovani promesse trasformatisi in soliti flop, da Vampeta a Pancev, per non dire quelli che hanno fatto tonfi veri come Bergkamp e Djorkaeff.

FC Internazionale v Bologna FC - Serie A

E non capisco che c’entri Gabigol con queste delusioni illustri. Per essere un bidone, uno se lo deve guadagnare: giocare e fallire, entrare in campo e stupire per inadeguatezza, farti girare i coglioni almeno cinque o sei volte a partita. Qui, invece, parliamo di un ragazzo di vent’anni che non ha mai giocato, anche se non è passato di lì per caso. Ha un ingaggio netto mensile di 380 mila euro e un costo per la società di 462 mila euro, cioè un sacco di soldi, spesi — se così rimarranno le cose — senza il criterio della necessità e della visione. L’Inter ha già cambiato tre allenatori. Ha mandato via Roberto Mancini senza dargli la possibilità di raccogliere i frutti di un anno e mezzo di lavoro. Ha assunto e licenziato de Boer dopo tre mesi. Ha preso Stefano Pioli, che Gabigol forse lo farà giocare, più probabilmente no. Ed è possibile dunque che un’idea su Gabigol non l’avrò mai. Ho chiaro, però, che egli è un sintomo. La malattia è di chi l’ha comprato. (Nicola Mirenzi)

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Darko Pancev, Sebastian Rambert, Robbie Keane, Hakan Sukur: tutti attaccanti rispettabili, lontano da Milano. Avioncito a parte, il quale arrivò supportato da un paio di videocassette, insieme ad un terzino di fascia che oggi ricopre il ruolo di vicepresidente, tutti hanno lasciato un segno, un sorriso, un ricordo, qualche gol e addirittura alcuni rimpianti. Leggende sul mancato ambientamento di Pancev, con Ruben Sosa che gli faceva la guerra nello spogliatoio, o sulla saudade ottomana di Hakan Sukur. Robbie Keane fa storia a sé, perché è un grande giocatore, punto e basta, e guai a chi mi viene a dire il contrario. Nessuno di loro, però, può ricordare Gabigol. Al massimo, se proprio dovessi trovare un predecessore non illustre, farei il nome di Caio, un attaccante brasiliano assolutamente inadeguato e per questo giustamente dimenticato dai più. Ma Caio — nomen omen — aveva già un destino segnato: quello di essere un carneade qualunque, questo signore no. Perché se nel tuo nome c’è il suffisso gol, allora ogni tifoso si aspetta da te non dico di essere il nuovo Ronaldo, ma almeno – ci accontentiamo – il nuovo Adriano. Fortuna che sulla maglia numero 96 dell’Inter c’è scritto Barbosa, se non altro abbiamo evitato al ragazzo l’umiliazione.

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Ci vuole tempo, dicono. Verissimo. Ma esattamente quanto tempo? Non dico per vedere un gol, ma per almeno per vedere dieci minuti fatti bene, non un’operazione di marketing, ma un giocatore che entra per aiutare la squadra, per dialogare con l’altra punta, per proporsi. Dire che i tre minuti di Sassuolo sono archiviabili è puro eufemismo. In 180 secondi Gabriel Barbosa ha, nell’ordine: sbagliato una sovrapposizione intralciando Icardi durante un contropiede; dimostrato di non capire o quasi la regola del fuorigioco; preso un giallo inutile, rischiato di provocare una rissa dopo l’espulsione di Melo. Mi piace pensare, ma temo sia un esercizio illusorio, che l’abbia fatto perché non vedeva l’ora di scendere in campo. Perché scalpita. Potenzialmente siamo di fronte ad uno degli attaccanti più sopravvalutati della storia dell’Inter. Una volta questo genere di giocatore si mandava in prestito in serie B, possibilmente in una realtà molto diversa da quella di Milano. Forse si riferiva a lui Frank de Boer, quando in uno dei momenti di maggiore lucidità del suo breve ciclo disse, nel suo italiano: «Un giocatore di 20 anni non è giovane. A 17 sei giovane, a 20 sei un giocatore». Non c’è fretta Gabriel Barbosa, ma se non puoi dimostrarci di essere un fenomeno, dimostraci almeno di essere un giocatore. (Cristiano Carriero)

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La corsa. Credo sia il biglietto da visita di un calciatore — anticipa il gesto tecnico e dice più o meno tutto — ed è la prima cosa che mi ha colpito di Gabriel Barbosa. Piatta, strisciata, una corsa in cui forse si vede già tutto di lui ed è utile considerando la quasi totale assenza di altre tracce. È tecnicamente da raffinare, la corsa di Gabigol, sicuramente da rendere più leggera, armonica e meno sbilanciata sul piede sinistro, il suo preferito, l’unico utile a governare il pallone. Non solo: si nota anche che non è (ancora) la falcata di un giocatore pronto — anche fisicamente — a determinare in un contesto che non è più la dolce culla del calcio natio. È una corsa che conserva un che di artigianale, di infanzia che fa calore, di ragazzino al campetto e che, trasposta in un campo vero, ora si scontra con la realtà cruda, diventando così il ritratto di un talento che sta cercando il suo posto nel mondo e intanto valuta la differenza tra sé e i nuovi avversari, tra il suo fisico e quello altrui. Di più, di meglio: quella di Gabigol è anche la corsa di un ragazzo che pensa positivo e quindi gioca positivo. Lo “dice” la schiena sempre perpendicolare al terreno, una postura predisposta alla giocata, al passaggio o al tiro (e quindi al conseguente giudizio critico sulla sua efficacia) e pure al duello con l’avversario (perciò al confronto). Non è molto, ma quel che è certo, quindi, è che Barbosa non ha paura del futuro, non schiva le responsabilità e lo urla al mondo attraverso il suo silenzioso correre.

Empoli FC v FC Internazionale - Serie A

È solo una traccia, ma è utile a descrivere Gabigol, la cui latitanza è conseguenza di un contesto sbagliato: dalla cifra pagata per il suo cartellino alla presentazione semplicemente eccessiva, fino ai problemi generali di gestione e di risultati, il tutto alimentato dall’imperfetta composizione della rosa nerazzurra, priva di un centrocampo in grado di sostenerne la crescita. E poi il suo ruolo incerto — prima punta alle Olimpiadi, ala nel Santos là dove ora c’è Candreva che fa un lavoro di corsa imponente — com’è tipico nei giovani catapultati in una nuova e diversa realtà (ricordiamo le discussioni attorno al primissimo Kovacic: regista, mezzala o trequartista?). Tutto questo ha creato una voragine colmabile solo da un talento insidacabile, talmente puro da obbligare i tecnici a piegare la squadra — non la loro volontà singola quindi, ma il tutto, i compagni, il gioco, il modulo — su di lui pur di usufrirne. Evidentemente non è questo il caso, e allora non rimane che delegare a Pioli la (ri)costruzione di un contesto dove corrispondano il piacere e la necessità di avere in campo Gabigol. Che intanto continua a correre in allenamento con la schiena dritta e lo sguardo verso l’orizzonte, per lo meno il miglior modo per meritarsi un futuro migliore. (Claudio Savelli)

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Continuo a schierarti al fantacalcio, titolare. Perché dopo entri, dai sì che entri e decidi la partita. O anche se non la decidi mi regali un doppiopasso, un no look, qualcosa. L’ho lasciato libero solo per te quel posto in rosa e non me ne pento. All’asta è stato tutto facile, ho speso meno dell’Inter per prenderti, 18. Ma i miei milioni erano fanta. Perché sono certo che tu non debba ancora abituarti al calcio italiano. Che poi abituarti a cosa? La palla ti assicuro che è sempre tonda, la porta è sempre quella, i parenti dal Brasile ci sono tutti meglio di una carrambata, la barba è sempre precisa. Tu hai solo bisogno di un’occasione. L’occasione di rompere le geometrie di quella barba, chiudere un triangolo, appendere il joypad al chiodo e cominciare a giocartela. Perché in agosto quel Brasile-Danimarca 4 a 0 l’ho guardato con l’occhio del talent scout e ho visto qualcosa. Perché ti assicuro che se posti una foto di un gol vero su Instagram, e non il tuo avatar Fifa, prendi molti più cuoricini. Sono soddisfazioni. Perché sei stato ad un passo dalla Juve e un motivo ci sarà. Lì ne sbagliano poche. Non voglio vivere un nuovo, l’ennesimo, rimpianto. Come ogni volta che guardo la Premier e vedo Coutinho fare cose mirabolanti. Sono, non dico sempre ma spesso, i migliori che se ne vanno da Milano. E io ci voglio ancora credere, ti lascio titolare ancora un po’. Io che mi addormento ancora con il Ronnie Redentore appeso sopra il letto qualcosa ci capirò. (Alessandro Piemontese)