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Sette cose sulla nuova Nba

Perché la stagione 2018/19 si preannuncia tra le più interessanti di sempre.

Di Claudio Pellecchia

Nella notte tra il 16 e il 17 ottobre ha preso il via la nuova stagione Nba, la numero 73 della storia, una tra le più attese degli ultimi anni. Abbiamo selezionato alcuni temi chiave per interpretare al meglio ciò che ci aspetta da qui a giugno, tra pronostici scontati solo in apparenza e possibili sorprese da tenere d’occhio.

Golden State Warriors’ last dance? 

Con l’ombra Chicago Bulls del 1997/1998 (e del relativo disfacimento al termine di quella stagione) che aleggia intorno ai Golden State Warriors a caccia del three-peat, è stato Steve Kerr ad allontanare, seppur temporaneamente, i fantasmi da ultimo giro di giostra: «La differenza è che allora eravamo tutti futuri free agents consapevoli del fatto che alla fine saremmo andati via. Anche oggi abbiamo parecchi potenziali free agents ma non stiamo certo pensando a questa stagione come l’ultima tutti insieme. Tutto quello che dobbiamo fare è divertirci e goderci tutto ciò che quest’anno ci porterà». Quale che sia il futuro del coach e, soprattutto, di Kevin Durant e Klay Thompson, il 2018/2019 dei campioni in carica potrebbe rivelarsi meno scontato del previsto. Perché James è nella stessa Conference, perché i Rockets stavolta potrebbero arrivare a giocarsi le partite decisive con un Chris Paul in salute, perché inserire Cousins (al netto della perfetta aderenza tra il sistema e le sue caratteristiche di base) all’interno di un gruppo dalle gerarchie interne consolidate potrebbe è operazione molto delicata, perché, semplicemente, vincere tre titoli in fila è una circostanza che non si verifica da quasi vent’anni e un motivo ci sarà. E se il divario con le altre contender appare comunque incolmabile a medio-lungo termine, mai come questa volta sarà interessante il “come” si arriverà all’ultimo capitolo di un libro il cui finale sembra già scritto. Sembra, appunto.

32 punti, 8 rimbalzi e 9 assist: la prestazione monstre di Steph Curry che è valsa agli Warriors la vittoria contro i Thunder nell’opening night

The King of LA

«Vede tutto. Lo vede ancora prima che accada. Sa dove sta andando e cosa sta facendo. Ha un’etica del lavoro spaventosa, si trattiene con i compagni sia prima che dopo l’allenamento, si prende cura del proprio corpo in sala pesi: è il professionista definitivo». Basterebbero queste dichiarazioni di Luke Walton, a seguito della gara di preseason contro i Denver Nuggets, per spiegare l’impatto, psicologico prima ancora che tecnico, che LeBron James avrà sui Los Angeles Lakers. Un qualcosa che trascende la banale utopia di un viaggio alle Finals passando attraverso le forche caudine del “Wild Wild West” (per quanto non convenga mai scommettere contro chi porto i Cleveland Cavaliers versione 2006/2007 al redde rationem contro i San Antonio Spurs): forse per la prima volta in carriera LBJ è la pietra angolare di un progetto di crescita organica e programmata sul medio termine (e che, comunque, dovrà passare attraverso la free agency 2019), dove a contare non è la meta ma il viaggio. E, quindi, un core giovane e di talento (Ball, Kuzma, Hart, Ingram) da far crescere a sua immagine e somiglianza, tornando a respirare l’aria rarefatta dei playoff e ponendo basi solide per quando si tratterà davvero di andare all in. Ed essere, ancora una volta, “all witnesses”.

Showtime is back

L’ultima occasione di Melo

In questo pezzo del 2016, poco dopo la conquista della terza medaglia d’oro olimpica consecutiva, raccontavamo come, nel corso della carriera, Carmelo Anthony sia sempre stato considerato «statisticamente uno dei primi cinque dalla Nba, ma non un franchise player, uno di quelli che ti fanno vincere quando serve e quando conta». I disastri dell’ultima stagione a OKC non hanno di certo contribuito a smontare l’assunto, complicando i presupposti della sua avventura in maglia Rockets, l’ultima chiamata utile per mettersi al dito quell’anello che darebbe un senso a tante scelte passate che di senso ne hanno avuto poco. La sfida non è (re)inventarsi nella pallacanestro di D’Antoni, ma calarsi in una dimensione in cui le possibilità di vittoria dipendono dalla volontà di sacrificare buona parte di un ego smisurato: «Aver avuto un’onesta conversazione con Mike D’Antoni e i ragazzi dell’organizzazione mi ha aiutato a capire cosa vogliono che io porti in questa squadra», ha dichiarato recentemente a ESPN. «Sarà una lunga stagione e quello che mi è successo a OKC mi aiuterà sicuramente in questa esperienza».

9 punti (3/10 dal campo), 4 rimbalzi e 1 stoppata in 27 minuti di impiego: questo lo score di Anthony nel debutto ufficiale in maglia Rockets contro i Pelicans

Eastern Game of Thrones

Con LeBron che ha portato il suo carrozzone di pressione, hype e aspettative in California, nella Eastern Conference eletta a suo territorio di caccia esclusivo nelle ultime otto stagioni, si è ufficialmente aperta una potenzialmente sanguinosa lotta per la successione. E se Boston sembra la candidata ideale (non foss’altro perché, senza Irving e Hayward, ha conteso al Re il dominio della costa atlantica fino a gara 7 e perché Brad Stevens è un signor allenatore), Toronto e Philadelphia hanno a loro volta più che discrete carte da giocarsi: i Raptors sembrano nell’immediato il principale ostacolo sulla strada dei Celtics (al netto di come Kawhi Leonard riprenderà confidenza con il basket giocato), mentre i Sixers, Embiid e Simmons su tutti, dovranno legittimarsi in un ruolo diverso e ben più scomodo di quello di rising stars. Anche perché Antetokounmpo e i Bucks non staranno certo a guardare.

La doppia doppia di Embiid non è bastata nella prima partita di Phila, persa a Boston

MVP inaspettati (?)  

Beata la lega che, nelle ultime sette stagioni, ha potuto celebrare l’history in the making del basket del XXI secolo premiando con il titolo di Most Valuable Player l’all aroud player per eccellenza (LBJ), la rappresentazione plastica del concetto di combo guards (Curry – due volte – Westbrook e Harden), nonché la vera arma offensiva totale (KD 35). E beata la lega che potrebbe permettersi di premiare anche qualcun altro al di fuori dei soliti noti. Due, in particolare, i candidati alla loro prima volta: Anthony Davis (32, 16 rimbalzi, 8 assist, 3 stoppate e altrettanti recuperi all’esordio stagionale al Toyota Center di Houston), pronto a caricarsi sulle spalle dei Pelicans che andrebbero seguiti ogni notte sul League Pass solo grazie a lui; Giannis Antetokounmpo, fresco di allenamento estivo con Kobe Bryant, e messo al centro del nuovo progetto di coach Budenholzer su entrambe le metà campo. Ma occhio al redivivo Kyrie Irving: se il ginocchio è a posto e i Celtics manterranno quel che promettono…

La grande prestazione di Anthony Davis nella prima partita stagionale

Young Guns 

Tra qualche anno potremmo raccontare del Draft 2018 come tra i più significati dell’ultimo decennio Nba. Di Luka Doncic abbiamo già detto qui, di Trae Young stiamo imparando a conoscere quella forma di fiducia in se stesso che sembra sconfinare nell’arroganza («Posso battere il record di triple in una partita di Curry»), di Mo Bamba ci divertiremo a scoprire le potenzialità offensive dopo averne apprezzate quelle difensive nell’ultima annata in maglia Longhorn (miglior rimprotector della nazione a livello collegiale). E poi la versatilità di Jaren Jackson, l’essere «il prospetto del Draft più pronto per la Nba» di Marvin Bagley (Mark Titus su The Ringer), l’atletismo disarmante di DeAndre Ayton, la curiosità per Michael Porter e Grayson Allen. Ma può esserci un solo grande favorito per il Rookie of The Year:

Ed è lui

Occhio a…

San Antonio Spurs: per la prima volta dal 1997 (!) il rischio di rimanere fuori dai playoff è concreto. Infortuni (Murray e Walker), ritiri eccellenti (Ginobili), addii illustri (Parker e Leonard) sembrano imporre quella ricostruzione che solo un’illuminata capacità gesionale ha rinviato oltre le logiche di un sistema pensato per favorire il ricambio generazionale e che ha trovato nella franchigia texana un fiero eversore;

Denver Nuggets: hanno poco o nulla da perdere, hanno un calendario che potrebbe dar loro una mano almeno all’inizio (10 delle prime 15 partite si disputeranno al Pepsi Center, una delle poche arene in cui si può parlare di “fattore campo” in senso classico), hanno Jokic e un sistema pensato per esaltarlo. Ritrovarli a metà aprile non sarebbe poi così sorprendente.