Pirlo l’elegante

Estratto dell'intervista di copertina del numero 4 di Undici: «Ho sempre saputo di essere il più bravo. Più bravo degli altri. L'etichetta di predestinato non mi ha mai dato fastidio».
di Redazione Undici 10 Marzo 2015 alle 19:12
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Andrea Pirlo ritratto per Undici da Jonathan Frantini

Esiste un’eleganza, nel calcio, che con è solo estetica. È bellezza, ma è soprattutto uno stile di gioco che porta a un risultato. Prendete Andrea Pirlo: pulito, preciso, stilisticamente perfetto. Non fa un tocco più del necessario. La sua, come quella di altri, è un’eleganza funzionale. Volevamo parlare di quel tipo di eleganza e abbiamo scelto lui. Uomo copertina del quarto numero di Undici.

L’ha intervistato per noi Malcom Pagani, l’ha fotografato Jonathan Frantini. Abbiamo passato con lui tre ore e l’abbiamo sentito parlare come raramente ha fatto. Di tutto. Di sé, del suo passato, del suo presente, del calcio italiano, del significato del talento. Ci ha detto: «Ho sempre saputo di essere bravo. Più bravo degli altri. L’etichetta di predestinato non mi ha mai dato fastidio, anzi, mi ha responsabilizzato. Sapere di avere talento mi invitava a migliorarmi ogni giorno senza adagiarmi sui complimenti».

Parte dai campi di provincia in cui giocava con il fratello e arriva a presente, in cui da simbolo della Juventus è diventato forse il giocatore italiano che meglio rappresenta il nostro calcio. Parla dei suoi 35 anni, del che cosa significhi per lui essere un calciatore: «È la mia vita, è quello che ho sempre voluto fare, è quello che voglio fare. Riempie le mie giornate da vent’anni e nel bene e nel male, mi ha insegnato a stare al mondo. Ho imparato molte cose, ovviamente. La prima è non dimenticare di essere riconoscente. La seconda è non portare rancore». Nel calcio la fortuna non esiste, per Pirlo: «Puoi essere fortunato per qualche anno, ma alla fine l’inganno si svela. Esiste la realtà. La gente ti vede. Chi sa giocare va avanti, chi è bravino rimane nelle serie inferiori».

A 35 anni è inevitabile il pensiero dell’addio. Su questo Pirlo è chiaro: «Il giorno in cui lascerò è ancora lontano». In realtà l’idea del ritiro è passata dalla sua testa una volta. Fu dopo la sconfitta del Milan nella finale di Champions League con il Liverpool, a Istanbul: «Per qualche giorno credetti veramente che fosse finita. Non avevo forze. Non mi davo pace né spiegazione».

È un racconto che si sviluppa tra passato e presente, quello di Pirlo. Non aggira le polemiche. E sul caso dell’anno, quello attorno alle frasi del presidente della Lazio Lotito su Carpi e Frosinone dice: «Le frasi di Lotito fanno perdere la voglia di giocare, il calcio deve essere un gioco per tutti e in A deve andare la squadra che più merita. Ascolti certe cose e pensi, meno male che sono arrivato alla fine».

Il regista delle Juventus non risparmia neanche i comportamenti dei tifosi: «Non sono tra quelli che credono in un tifoso onnipotente e non mi schiero dalla parte di chi pensa che pagare un biglietto garantisca un lasciapassare per l’insulto. Se mi fischi, ho il diritto di risponderti. Se mi offendi, non escludo di reagire».

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