Calcio

Il calcio elegante

Dalla provincia bresciana al tetto d'Europa e del mondo. Andrea Pirlo si racconta.

Nella terra di mezzo, Andrea Pirlo gioca solo a calcio: «Non sono tra quelli che credono in un tifoso onnipotente e non mi schiero dalla parte di chi pensa che pagare un biglietto garantisca un lasciapassare per l’insulto. Se mi fischi, ho il diritto di risponderti. Se mi offendi, non escludo di reagire». Tante volte, dice lui senza accenti che tradiscano rinunce, «eviti, passi sopra o lasci stare». Essere al centro di ogni trama, non prevede finali obbligati. Nella visione di Pirlo, a ogni sforzo inutile corrisponde uno spreco. A ogni urlo, uno scialo. La dispersione confonde, smarrisce e lascia nudi. Da quando ha memoria, anche nella sala impersonale di Vinovo che ne ospita pause e silenzi, Pirlo ha avuto sempre un vestito. E sotto la maglia, un’identità: «Sapevo di essere bravo. Più bravo degli altri».

Di quella consapevolezza, su quella certezza, Pirlo ha dipinto un quadro originale. Non l’avanguardia fine a se stessa, né lo stanco ondeggiare dell’indolenza creativa che un giorno si accende e quello dopo soffoca la candela. Dando e togliendo con lena la cera, in tutto e per tutto simile a un karateka di celluloide del passato, Pirlo è stato tante cose. Ha incarnato un’idea marziale senza precedenti, un’ambizione dalla collocazione in movimento. Ha fatto longanesianamente la rivoluzione, perché ha preferito rimanere in piedi piuttosto che sedersi. Da 35 anni, sulla sponda di un’essenzialità che è soprattutto essenza, Pirlo ha difeso e segnato, osservato e spronato, esultato, rischiato, vinto e perso con la faccia di chi ha sempre dovuto proteggere un’unicità. Non ha avuto paura. Ha superato con eleganza la linea d’ombra illuminando il palcoscenico per gli altri. Poi se l’è preso. Nel Milan, in Nazionale, nella Juventus. Così era scritto. Così è accaduto. Senza mai confidare nella fortuna: «Puoi essere fortunato per qualche anno, ma alla fine l’inganno si svela. Esiste la realtà. La gente ti vede. Chi sa giocare va avanti, chi è bravino rimane nelle serie inferiori». Bravino era Ivan. Ivan Pirlo, figlio di Luigi. Il primo che fece rotolare il pallone a Flero, dove i campi sono all’entrata del paese, il cartello stradale indica una via privilegiata al vino e dove tra cascine e partite sull’aia con zii e cugini, l’Andrea cresce, evade e scarta, nascondendo la sfera dell’età acerba nel Pirlo di oggi. Andrea. E poi Ivan. Quello senza scudetti, senza coppe e senza Mondiali. Quello senza rigori estremi: «Il cucchiaio di Panenka contro la Germania Ovest non l’ho mai visto e i due sbagliati da Beccalossi con lo Slovan Bratislava, neanche. Ho tirato i miei, assecondando la follia di un momento, il vento che prendi durante la rincorsa, lasciando andare liberi i pensieri».

Panenka, cucchiaio, chip

Pirlo ha gesti lenti, ma non parla lentamente. Risponde a tutte le domande scegliendo poche, chiare parole. Si fa capire benissimo. Rapido, ma non frettoloso, va subito al punto. È sorprendentemente ironico. Gli chiedi se nelle lunghe giornate con Marcello Lippi, pomeriggi non sempre lieti e a volte militareschi, «un giorno ci prese da parte dopo un allenamento successivo a Italia-Australia del 2006. Ci rinchiuse in una sala, lamentò che erano uscite dallo spogliatoio delle cose che all’esterno non dovevano filtrare e che in definitiva eravamo un gruppo di merda», ad Andrea, allevato al culto baggesco fino a professarlo da giovane scudiero alla corte di Mazzone, non fosse venuto in mente di chiedere al tecnico «che in Germania seppe straordinariamente spronarci a metà torneo» di quei dissidi lontani in cui il rapporto tra il 10 e l’allenatore di Viareggio segnava tempesta. Baggio era impiegato poco e male. In quell'Inter, Lippi lo detestava, non sempre cordialmente. Poi arrivò una partita da Baggio e in Tv, con gli occhi stretti, il ragazzo che si era fatto apprezzare a Vicenza e molto amare a Firenze, si presentò con un cappello in testa che era insieme manifesto esistenziale e provocazione al tempo stesso: «Matame se no te sirvo». Uccidimi, se di me non hai bisogno. Pirlo ricorda bene, ma dribbla da quando è bambino e alla polemica giurassica, antepone il sorriso: «Al tempo ero a Reggio Calabria, non saprei dire come andò veramente».

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Si arriva all’eccellenza proprio perché nulla si dimentica. I discorsi dei mentori, le lezioni, gli incontri, i peccati di lesa maestà. Così in un pomeriggio di promessa pioggia e freddo non severo, con i capannoni grigi ai lati della strada, i tifosi in attesa fuori dal cancello e le guardie giurate a presidio del fortino, Pirlo scorre l’album del recente ieri con la stessa lieta indifferenza di chi ha messo a fuoco il domani in previdente anticipo. «Ho preso le mie legnate senza lamentarmi troppo. Ho guardato avanti. Ho imparato a non rimuginare. Non ho mai litigato in vita mia. Qualche scambio brusco l’ho affrontato di sicuro, ma l’ho limitato al campo. Fuori dal campo esiste altro e io ho cercato di non confondere i piani». Sul terreno verde, gli è capitato di esser preso a calci: «Da ragazzo, in una delle prime amichevoli con il Brescia, un certo Marinoni, uno  che giocava nel Darfo e che chiamavano Keegan, si irritò per un virtuosismo di troppo e mi tirò giù senza troppi riguardi». Mircea Lucescu, con tipico, lungimirante sguardo da profeta di frontiera, scattò come un ossesso per denunciare a dio il misfatto: «Arbitro, così non si fa, questo ragazzo diventerà un campione». E Marinoni, 400 gol tra i dilettanti, Re al centro del suo mondo, non si stupì per la teatralità: «Ah sì?, io sono già il campione della Bassa».

Tappa dopo tappa, Pirlo ha saputo ringraziare. Nessuna avarizia, ma una teoria di nomi perché «ognuno» giura «mi ha dato qualcosa per aiutarmi e essere quel che sono oggi». Gianfranco Clerici, Carlo Mazzone: «Il primo a farmi giocare nel ruolo in cui mi muovo adesso», il suo omonimo Ancelotti, Lippi, Conte, Allegri, persino Marco Tardelli che non lo capiva e che tra una panchina e una tribuna, lentamente, lo esiliò: «All’epoca rimasi malissimo. Dopo vent’anni, impari a relativizzare. Avevo davanti tantissimi campioni e presi un’altra strada». Una sola fermata a sud, a Reggio Calabria: «Esperienza eccezionale che feci su consiglio di Baronio, grande amico fin dai tempi delle giovanili». Il Pirlo di allora aveva la stessa chioma di oggi e il medesimo sguardo obliquo in cui si leggono più sentimenti senza riuscire davvero a decrittarne nessuno. C’è una sfera che protegge, un certo modo di non sembrare, una pagina segreta che tale rimarrà perché non tutto può essere svelato. Esiste il Pirlo controllato che fa cadere le parole con la grazia di un suo lancio e quello che svuota gli estintori sui compagni a dovere compiuto nell’allegra postadolescenza della ricreazione da ritiro. Non c’è contraddizione, dice: «Perché un conto è il campo e altro sono gli amici, la vita privata, l’ambito in cui non devo rendere conto a nessuno. Chi mi conosce sa che so scherzare, ma sa anche che non amo parlare troppo dopo le partite. Per me il calcio non è mai stato soltanto un gioco. Ci sono le regole e vanno rispettate. Ho incontrato tante teste calde che alla classe non riuscivano ad affiancare la disciplina e ho visto ragazzini presi per un orecchio dai vecchi dello spogliatoio al solo scopo di insegnargli che il rispetto non è uno slogan vuoto».

Parma-Milan, 2010/11. Ronaldinho che dice “mamma mia”

Pirlo non biasima nessuno. Non crede nell’efficacia del moralismo, ma solo in quella della morale. Da ragazzino per incontrare lo sguardo di suo padre doveva guardare dalla parte opposta della rete. Da un lato i genitori di compagni e avversari. Dall’altra, il signor Pirlo: «Che andava altrove perché già allora non aveva voglia di ascoltare le cagate dei padri esasperati che si comportavano da cattivi maestri. Erano già insopportabili qualche anno fa. Immagino che oggi la situazione sia persino peggiorata». Il razzismo: «Mi fa schifo». La violenza. L’odio tribale. La guerra in miniatura delle domeniche del villaggio: «Il mondo che nuota intorno al pallone è andato di pari passo alla crisi di tutto il paese. Abbiamo parlato troppo e abbiamo agito poco. Non siamo migliorati, non abbiamo fissato paletti essenziali, siamo rimasti fermi. Immobili. Senza evoluzione». Claudio Marchisio, per paradosso, disse che Calciopoli rappresentò un’occasione. Uno spazio da coltivare, un’opportunità per esporsi al sole con la possibilità di esserne scottato. Senza correre il rischio di bruciarsi, forse, sarebbe sbocciato con criminale ritardo: «Calciopoli rappresentò una brutta pagina del nostro calcio». Il realismo di Pirlo non prevede negazioni. Se le cose esistono, bisogna farci i conti. Ci sono i galantuomini e, come cantava Dalla, anche i delinquenti. Basta saperlo. Stare attenti. Conoscere gli indirizzi. Le liturgie. Sapere quando ridere e come corazzarsi per non piangere.

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Al già evocato fratello acquisito dell’adolescenza bresciana nella Voluntas, Roberto Baronio, accadde di perdere la patria potestà di Gaucci. All’ex presidente del Perugia, la libertà di Roberto il biondo non piaceva e gradiva ancora meno il numero scelto per la stagione 2002/2003. Prese a perseguitarlo: «Gli brucio la maglia numero 13 e non giocherà più»; «Porta sfiga» disse brutalmente. Lo mise fuori rosa. Si accanì e qualcuno finì per crederci: «Una brutta situazione perché non esiste niente di più insinuante della diceria. Ti rimane addosso. Ti marchia. Soprattutto in un mondo come il nostro in cui la scaramanzia è una religione. A Reggio Calabria c’era un mio compagno che prima di dormire metteva le scarpe in verticale vicino alla finestra. Mai saputo il perché. Lo rassicurava. A certe cose non credo e non ho mai creduto. Preferisco il lavoro. La mia fortuna è stata poter fare il mestiere che sognavo».

La storia di Pirlo non è mai corsa parallela al denaro. «In famiglia non mi è mai mancato nulla». Il principale interesse professionale del padre, la siderurgia, garantiva serenità: «I soldi non sono mai stati il motore di niente. Non li ho mai cercati e non li inseguo adesso, anche se so di essere un assoluto privilegiato e di aver guadagnato sempre molto bene». Da ragazzo scherzava sui vizi innocenti: «La Playstation è la più grande invenzione dell’umanità dopo la ruota», e oggi che il joystick è nell’angolo, «è stato bello affrontare qualche campionato virtuale, ma sono cresciuto», Pirlo non disdegna un’istantanea di sé in cui al centro del quadro si possa riscoprire uomo. Non senza qualità, ma anche senza stranezze: «La vita vera, la più importante, dista molte lune dai novanta minuti domenicali. È un’altra cosa. È un altro tempo». Un tempo privato: «Di cui non parlo mai per discrezione e perché mi sembra che in fondo ci sia poco da dire. È un mio spazio. Uno spazio in cui ci sono la mia famiglia, i miei figli, qualche viaggio, qualche uscita estemporanea, un cinema, una passeggiata in centro, molti libri. Lei mi dice che per Totti sarebbe impossibile camminare a Roma in Via del Corso e io le rispondo che a Torino, pur firmando qualche autografo, sono un cittadino come tutti gli altri. Al lunedì, quando c’è un po’ di libertà, senza neanche sfiorare le pagelle del giorno prima perché tanto se ho giocato bene o male lo so già, finalmente ritorno ad essere soltanto Andrea».

Juventus-Atalanta 2014/15, una delle sue migliori partite dell'anno

A tanta normalità, un domani, potrebbe corrispondere un distacco. Una nuova geometria. Una partenza che non preveda necessariamente il prato verde e il déjà vu: «Ho trentacinque anni, ma al ritiro non penso mai. È chiaro che un giorno accadrà e che non supererò quel fenomeno di Pierobon, il portiere del Cittadella che va per i quarantasei anni. Mi fermerò prima e non sono neanche sicuro di rimanere nel mondo del calcio. Mi prenderò qualche mese per girare l’Europa, risposarmi, guardarmi attorno. Sono curioso e non le ho soddisfatte tutte, le mie curiosità». All’addio precoce, Pirlo pensò solo dopo il naufragio di Istanbul. La notte del 2005 in cui il Milan sembrava aver vinto la Champions e invece vide i dèmoni con il Liverpool di Rafa Benítez: «Per qualche giorno credetti veramente che fosse finita. Non avevo forze. Non mi davo pace né spiegazione». Dal tre a zero alla sconfitta per quattro a tre, c’è lo iato che divide l’eventuale e il suo contrario. Pirlo giocò un tempo da Atatürk e poi, di fronte alla reincarnazione di Bruce Grobbelaar, il polacco Jerzy Dudek, sbagliò da undici metri e perse la campagna di Turchia. «Il calcio è la mia vita, riempie le mie giornate da vent’anni e nel bene e nel male, mi ha insegnato a stare al mondo. Mi ha insegnato che si vince e si perde, che si ascolta e si dissente, si ricevono delusioni e non sempre ti è dovuta una spiegazione. Ho imparato molte cose, ovviamente. La prima è non dimenticare di essere riconoscente. La seconda è non portare rancore perché le partite sono lunghe e le persone non sono mai soltanto quello che sembrano». Nessun cruccio riservato a Hodgson: «Una persona deliziosa che con il suo inglese imbastardito dall’italiano mi chiamava Pirla», nessuna crociata contro Zeman: «Che mi è anche simpatico e con il quale probabilmente sarei andato anche d’accordo. Non ho mai avuto nessun problema. Con nessuno».

Il pomeriggio scende, i secondi se ne vanno, si discute pur sempre di calcio: «Un tema di cui si parla anche troppo. Una cosa che non è una guerra con i bambini e le donne nel resoconto dei caduti, un’allegria che non incupisce, uno sfogo che serve per evadere dai problemi della vita, il mio sogno di bambino, il mio unico desiderio, il mio divertimento, la mia passione. La stessa che è rimasta identica a vent’anni di distanza. Finché avrò questa voglia, continuerò a giocare». Guardando le città dalle finestre di un albergo. Il passaporto senza più spazio per i timbri. I viaggi immobili. Il ritorno – forse – in Provincia. L’anno prossimo, anche se Carpi e Frosinone “non contano un cazzo”, la geografia di Pirlo Andrea potrebbe allargare i suoi orizzonti. Sud. Nord. Niente è perduto se non è sperimentato. «Le frasi di Lotito fanno perdere la voglia di giocare, il calcio deve essere un gioco per tutti e in A deve andare la squadra che più merita. Ascolti certe cose e pensi, meno male che sono arrivato alla fine». Pirlo guarda oltre e non sai se parli dell’intervista o di una corsa iniziata sul Monte Netto nella primavera del settantanove. Andrea ci fa il Trebbiano. Vino buono. Botte piena. Nessun segno di ubriachezza.

Fotografie di Jonathan Frantini
Dal numero 4 di Undici


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