Calcio

Elogio della perfidia

Il ricordo – da spettatore – della semifinale contro l'Olanda dell’Europeo del 2000. La resistenza, la sofferenza e la beffa, finale, ai padroni di casa.

29 Jun 2000: Italy celebrate reaching the final after the European Championships 2000 Semi-final at the Amsterdam ArenA, Amsterdam, Holland. The match was drawn 0-0 after extra time, Italy won 3-1 on penalties. Mandatory Credit: Shaun Botterill /Allsport

Pubblichiamo in anteprima un contenuto dal numero 10 di Undici, che trovate in edicola e libreria. Il numero festeggia i nostri due anni e ha tre diverse copertine per tre interviste esclusive: Gianluigi Buffon, Cristiano Ronaldo e Paulo Dybala.

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Per molti anni il ritaglio del País rimase incollato a un armadietto nella vecchia redazione della Gazzetta dello Sport. Era l’articolo che Santiago Segurola, il guru del giornalismo sportivo spagnolo, aveva dedicato alla rocambolesca vittoria dell’Italia sull’Olanda nella semifinale dell’Europeo 2000, e il suo titolo – che poi era il motivo della presenza di quel ritaglio – non lasciava dubbi su cosa Santiago ne pensasse: «El triunfo de la perfidia»; il fatto che fosse esposto nel tempio del giornalismo sportivo italiano, con evidente intento denigratorio nei confronti dell’impresa azzurra, testimonia di come all’epoca il conflitto ideologico fra le varie scuole tattiche fosse a tal punto furioso da fregarsene di un successo del quale in teoria tutti avremmo dovuto godere. Per certi versi, distanti dalla scena italiana purtroppo, quel conflitto non si è mai sopito: la gara di ritorno della semifinale di Champions fra Bayern e Atletico di qualche settimana fa ha avuto tratti tattici molto simili a quelli di Amsterdam 2000, e perfino qualche somiglianza narrativa. Descrivendola con le parole di oggi, la straordinaria resilienza di quell’Italia, capace di prevalere dopo aver sopportato sofferenze indicibili, fu un esempio di Cholismo ante-litteram.

Fino a quella semifinale – e un giorno dovremo analizzare perché le partite epiche arrivino sempre a questo punto dei tornei – la Nazionale di Dino Zoff aveva giocato un calcio diverso, gassoso e divertente, coraggioso e orgoglioso di se stesso, passando con identica scioltezza quattro prove molto diverse fra loro: l’insidia del debutto (2-1 alla Turchia), i primi padroni di casa (2-0 al Belgio), la partita che ormai non conta (2-1 alla Svezia), la prima eliminazione diretta (2-0 alla Romania). Aveva ampiamente fatto il suo, come si usa dire, e la semifinale nell’arena dei secondi – e ben più forti – padroni di casa di quell’Europeo pareva a tutti un ostacolo insormontabile e insieme l’occasione di congedarsi con onore: chiudere con le armi in pugno alla Butch Cassidy, o magari dicendo «oggi è un buon giorno per morire» come il capo indiano del Piccolo grande uomo.

L'esultanza di Pippo Inzaghi nei quarti di finale contro la Romania (Graham Chadwick /Allsport)
L'esultanza di Pippo Inzaghi nei quarti di finale contro la Romania (Graham Chadwick /Allsport)

Pur avendo perso per strada due colonne come Vieri (fuori causa da febbraio) e Buffon (infortunatosi nell’ultima amichevole), l’Italia di Zoff era una squadra ricca di talento, con Maldini ancora ai massimi, Totti nella fase splendente del fuoriclasse, Nesta e Cannavaro giovani di enorme prospettiva, una robusta classe di giocatori affidabili come Albertini, Conte e Di Biagio, la sorpresa zoffiana Fiore, un attaccante pericoloso come Inzaghi e la luna incerta di Del Piero, ancora nel pieno della fase di recupero da un terribile infortunio al ginocchio, ma che comunque restava Del Piero.

Olanda-Italia si gioca il 29 giugno alle 18 – orario strano – all’Amsterdam Arena, e arrivando allo stadio si resta colpiti dall’allegra transumanza di migliaia di magliette arancione, che sbucano dal metrò, arrivano in bicicletta, attraversano i canali a piedi, con uno sguardo rivolto alle poche maglie azzurre più adatto a un entomologo incuriosito che a un tifoso avversario. Sono sicuri di vincere, premessa necessaria ma non sempre sufficiente al compimento di un disastro, perché nei quarti hanno segnato sei gol alla Jugoslavia e perché prima, nel girone, hanno battuto pure la Francia campione del mondo. In panchina c’è un uomo che più avanti, a Barcellona, rivelerà tutta la sua qualità di tecnico: Frank Rijkaard, ben noto ai vecchi frequentatori di Milanello come persona intelligente, misurata e saggia, oltre che profondamente buona. Il suo è un collettivo di talenti, da Frank De Boer a Overmars, da Bergkamp a Kluivert, che dopo il quarto posto al Mondiale di due anni prima chiedono all’Europeo casalingo la consacrazione finale di una vittoria. L’arbitro è Markus Merk, tedesco di livello.

Patrick Kluivert e Alessandro Nesta (Graham Chadwick /Allsport)
Patrick Kluivert e Alessandro Nesta (Graham Chadwick /Allsport)

Zoff cambia due uomini rispetto alla gara con la Romania. Il primo è Di Biagio al posto dell’infortunato Conte, il secondo è Del Piero per Totti: mossa inattesa – Francesco fin lì era stato uno degli azzurri migliori – ma che troverà il suo senso nel corso della partita. Il copione tattico è quello previsto, Olanda all’attacco e Italia in difesa, ma in proporzioni alle quali si stenta a credere, viste le buone prove messe assieme fin lì: nel primo tempo gli azzurri varcano la linea di metà campo un numero ridicolmente basso di volte. Dal 34’, almeno, abbiamo la giustificazione dell’inferiorità numerica: due cartellini gialli a Zambrotta, peraltro ineccepibili, ci hanno ridotto in dieci. Dovevamo già essere finiti prima, quando un destro di suprema leggerezza di Bergkamp aveva colpito il palo, ma al 38’ niente illusioni, i giudici si alzano in piedi per leggere la sentenza: Merk concede un rigore all’Olanda per una trattenuta veniale di Nesta su Kluivert. Nervosismo in tribuna stampa: i colleghi oranje ci osservano con uno sguardo fra il severo e il disgustato.

Adesso dovete immaginare uno stadio pavesato di arancione, una squadra di casa che ci sta letteralmente massacrando, già è in undici contro dieci, e le hanno appena concesso un rigore fiscale. Restare calmi e tranquilli – «la fredda cronaca» come diceva Frengo – è un affare complicato. Quando Frank De Boer procede a eseguire la sentenza, in molti chiudono gli occhi: i giornalisti che sostengono di essere superiori a queste piccinerie – “tifare per la nostra Nazionale, che orrore!” – non sono quelli che vanno allo stadio. Quelli soffrono, si mangiano le unghie, strepitano e fanno le facce ai colleghi stranieri, specie se la partita non è in notturna e quindi te la puoi guardare tutta prima di scrivere. Il tiro di De Boer è tutt’altro che disprezzabile, forte, rasoterra e abbastanza angolato. No, non abbastanza. Francesco Toldo è un’anima lunga capace di distendersi in un amen: grandissima parata con palla in corner, esultanza per nulla trattenuta verso gli italiani in curva, e di lì in poi Toldo non la smetterà un momento di ridere, come se anziché giocare la partita la stesse guardando registrata, già informato del risultato, e dunque che godimento.

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Zoff non cambia nessuno dopo l’espulsione di Zambrotta, ma chiede a Del Piero di spolmonarsi nel lavoro di contenimento sulla fascia e di rilancio dell’azione offensiva verso Inzaghi. Siccome l’assetto funziona, perché l’Olanda è un nuvolone perennemente minaccioso ma tutto sommato in area entra poco, non viene cambiato nemmeno all’intervallo. Ma quando la mareggiata arancione comincia a calare d’intensità, un po’ affaticata nel morale per questo benedetto gol che non arriva, ecco il secondo rigore – stavolta solare – per uno sgambetto di Iuliano a Davids. I ghigni degli olandesi – i giornalisti, intendo – meriterebbero risposte puntute, ma in uno sforzo di educazione si tiene lo sguardo fisso sul dischetto, dove stavolta è andato Patrick Kluivert, che poi sarebbe un tipo simpatico, quasi un compagnone, appassionato di alta cucina, per dire. Non puoi volergli male. Il suo tiro spiazza Toldo ma… palo. Maldini è il più lesto sulla ribattuta e spazza, il portiere corre lontano a esultare, quei due o tre cronisti al seguito dell’Italia che non hanno studiato a Oxford dedicano agli olandesi pensieri di una qualche sonorità. Luca Calamai e io, che a Oxford siamo ricordati ancora con affetto, ci limitiamo a gridare «Arrendetevi!» così, in italiano, dando per scontato che ci capiscano. Patrick si passa le mani nei capelli, improvvisamente consapevole che sta accadendo qualcosa di soprannaturale, Rijkaard in panchina è impassibile, ma i suoi occhi sono lucidi. Si va ai supplementari. Nell’overtime l’unica palla-gol capita a Delvecchio, lanciato da Totti che all’83’ aveva sostituito Fiore. Gli attori del drammatico finale sono tutti sulla scena.

L’Italia veniva da tre eliminazioni mondiali consecutive ai rigori: semifinale ‘90 dall’Argentina, finale ‘94 dal Brasile, quarti ‘98 dalla Francia. Una ripetitività che fatalmente aveva partorito decine di analisi sul carattere emotivo del nostro popolo, ma per fortuna Gigi Di Biagio – che proprio a Parigi aveva commesso l’ultimo esiziale errore – non le ha lette. È Zoff a chiedergli di tirarne uno, e vi garantisco che quando Dino, che è persona dotata di un certo carisma, vi chiede una cosa, vi tagliereste una mano pur di compiere la missione. «Ho un po’ di paura» confessa Gigi a Totti, che è già su altre frequenze ma trova la battuta giusta per rincuorare il compagno, «e te credo, guarda quant’è grosso» indicando Van der Sar. Siccome il portiere olandese indugia tre metri fuori porta per innervosirlo, Gigi non lo guarda nemmeno in faccia, ma richiama l’arbitro a far osservare il regolamento in modo molto formale. Fa ridere, a rivederlo adesso. Tiro, palla all’incrocio. Fantastico. Di Biagio torna a centrocampo con la faccia che avevo io dopo l’orale della maturità.

Francesco Toldo para il rigore di Paul Bosvelt (Ben Radford /Allsport)
Francesco Toldo para il rigore di Paul Bosvelt (Ben Radford /Allsport)

De Boer ha coraggio e vuole voler tirare anche il primo penalty della serie. Ma la testa è in rottura prolungata, e il carattere non basta: conclusione centrale, Toldo la ribatte con tibetana serenità e poi, alzando il braccio verso i compagni, scoppia in un’altra delle sue risate. Va a tirare Pessotto, che spiazza Van der Sar. Tocca a Stam, e ormai nessuno allo stadio crede alle possibilità che l’Olanda ribalti la frittata. Cammina male, Jaap, e al collega olandese più saccente faccio il gesto della mano tesa che sale verso l’alto, a intendere che lo calcerà oltre la traversa. Stam calcia oltre la traversa: in quel momento ogni italiano presente all’Arena possiede i superpoteri. Lievitiamo tutti tre metri sopra i banchi stampa, coi nostri magici mantelli azzurri, quando Totti va a segnare di cucchiaio ignorando le implorazioni a mezza voce di Maldini, informato da Di Biagio su cosa gli frullasse in mente e comprensibilmente inorridito.

Ho visto parecchie partite, ma una sensazione di cuore nello zucchero come in quei momenti di Amsterdam non la ricordo, perché l’Italia non stava soltanto andando in finale. Stava completando una risalita dagli inferi un centimetro alla volta, per dirla col vecchio Al. Kluivert segna l’unico rigore olandese della serata, e dà un calcio di rabbia a un ciuffo d’erba, conscio che il destino è già andato dall’altra parte; Maldini sbaglia, ma la terza parata di Toldo, stavolta su Bosvelt, chiude definitivamente i conti. Francesco ride, mentre gli altri azzurri gli corrono incontro come centometristi in una finale olimpica. Noi salutiamo i colleghi olandesi con un’espressione vivamente dispiaciuta, e scendiamo negli spogliatoi per le interviste. Se la perfidia è un’arte, quella sera siamo Picasso.

 

Nell'immagine in evidenza, i giocatori azzurri esultano dopo il passaggio in finale. (Shaun Botterill /Allsport)


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