Le mani di Buffon. Uno non ci pensa mai, perché in realtà non le vede. Vede i guanti, che sono un’altra cosa. Cambiano anche i movimenti. Qui adesso sono naturali: se le tocca, le stringe, le chiude. Le mani per un portiere sono molto, forse tutto. Buffon parla spesso di una parata, ne parla anche stavolta: un tiro di Recoba in un Parma-Inter. Lui che si lancia verso la palla e la tocca appena e vince lui. Ecco, le mani. In una settimana o poco più le ho viste due volte in borghese e sono sempre state determinanti: mentre si fa fotografare nella palestra di Coverciano e prima, a Milano dove è stato invitato a raccontarsi. Una reggeva il microfono, l’altra la muoveva tra la tasca dei pantaloni e la testa, oppure la usava come una bacchetta quasi a darsi il ritmo del discorso. Perché parlava di sé: «Non sopporto i miti sui campioni. Oltre a uno sportivo, uno deve essere anche un grande uomo. Questo non è corretto. Non mi sento un grande uomo. Giudicatemi come sportivo». E Gianluigi Buffon sportivo è campione del mondo nel 2006, sette volte campione d’Italia (più gli scudetti revocati), campione d’Europa Under 21, vicecampione d’Europa con la Nazionale nel 2012, quattro volte miglior portiere mondiale dell’anno, miglior portiere del decennio 2000-2009. Poi il record, quello di quest’anno. Quello dei 973 minuti di imbattibilità. Sappiamo tutto, certo. E però quando lo vedi, Buffon, allora non puoi non fissare bene chi è e che cos’è, al di là del giudizio collettivo, al di là degli aggettivi, degli appellativi, al di là dell’elevare idealmente il suo essere il portiere contemporaneo, e forse di sempre, più forte di tutti, a qualcosa che vada oltre. I numeri, i trofei, i successi individuali tengono ancorati tutti alla realtà. E basta quella, a dirla tutta. Così come basta il campo, come dice lui. È la dimensione più onesta e più vera. Più giusta. Va ascoltato, punto. Quello che pensa, quello che dice e come lo dice. Col tempo ha cambiato modo di parlare. Non tanto come contenuto, quanto come tono di voce, quanto come volume. Come se essere capitano della Juventus e della Nazionale sia diventato uno standard che si traduce in una parola che usa spesso: «Rispetto». Di sé, degli altri, ma anche degli altri verso di lui. È Signor capitano, più che capitano e basta. Identitario e però trasversale, perché i 38 anni hanno cambiato la percezione, l’hanno allargato, hanno esteso l’appartenenza.

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Recentemente Sportweek l’ha indicata come il calciatore italiano più forte di tutti i tempi. Qual è invece il calciatore che lei ha amato di più?
Ce ne sono stati molti, ma forse quello che mi ha colpito maggiormente e che ha fortemente influenzato la mia carriera è stato il portiere del Camerun nel Mondiale di Italia ’90: Thomas N’Kono. Come ho più volte raccontato è forse grazie a lui se sono diventato portiere.

Perché?
La folgorazione per questo ruolo la ebbi appunto durante Italia ‘90. Avevo dodici anni e mi innamorai non di Maradona o di Lineker e neppure di Roger Milla, che del Camerun 1990 era il leader. Io scelsi proprio Thomas N‘Kono, il portiere del Camerun, che allora aveva già trentaquattro anni, ma entrò nei miei sogni e condizionò la mia vita. Era un portiere che usciva dagli schemi, faceva delle respinte di pugno fantastiche, cose che noi non eravamo abituati a vedere. Mio padre mi disse: «Prova Gigi, fai un anno in porta e poi torni in mezzo al campo». Sono entrato tra quei pali e non ne sono uscito più.

Per una parte della critica questo è stato complessivamente il suo miglior anno. Lei come si auto-giudica?
Io sono da sempre molto critico con me stesso. È innegabile che io abbia disputato un campionato buono, ricco di soddisfazioni e che passerà alla storia per una serie di record che siamo riusciti a tagliare sia insieme ai miei compagni: il record di imbattibilità, la striscia utile di risultati utili consecutivi, il quinto Scudetto. Insomma, direi che qualcosa di buono, tutti insieme, l’abbiamo fatto.

L’ha fatta soffrire non essere inserito nella lista del Pallone d’Oro?
No.

Non crede che in oltre 20 anni di carriera, con 17 trofei vinti, da campione del mondo, avrebbe meritato il Pallone d’Oro?
È difficile dire che cosa avrei meritato di vincere e che non ho vinto. Io mi sento appagato ed estremamente soddisfatto di tutto ciò che ho ottenuto in carriera ma ho ancora voglia di conquistare tutte le competizioni alle quali partecipo. Guardarsi troppo indietro non è mai stata una mia caratteristica. Andiamo avanti, passo dopo passo.

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C’è un errore che le torna in mente di tanto in tanto e che non si perdona?
Gli errori fanno parte del mestiere e credo siano da mettere in conto per chiunque. Se penso a un ambito personale da migliorare mi viene in mente la reazione al pareggio con il Bayern che è stato vissuto con troppo pessimismo: in futuro cercherò di essere ancora più equilibrato e razionale nell’affrontare i nodi più delicati della stagione.

E qual è la miglior parata che le torna in mente?
Per fortuna ce ne sono tante che mi ricordo sempre con grande affetto e orgoglio. Ne scelgo sempre tre: Italia-Paraguay a Parma, avevo 19 anni. Parma-Inter su Recoba nel 2000 e quella su Zidane nella finale mondiale del 2006.

La parata contro il Paraguay, su Brizuela

Come è cambiato Buffon in campo?
Invecchiando si migliora soprattutto negli allenamenti e nella concentrazione con cui li si esegue. Il tempo ti fa acquisire anche più consapevolezza della loro importanza e di quanto questi migliorino poi la qualità della prestazione.

Ma la maturità dipende soltanto dall’età?
Diciamo che l’età aiuta molto. A 38 anni mi rendo conto di vivere e osservare il mondo in maniera sensibilmente diversa da quanto non facessi da ragazzo. E questo credo sia più che normale. Credo appartenga alla naturale evoluzione delle persone. Ed è ancora più affascinante pensare di essere il capitano di uno spogliatoio decisamente più giovane.

C’è qualcosa che ancora oggi migliorerebbe di se stesso in campo?
Certamente. C’è sempre qualcosa da migliorare: la concentrazione, la forza d’animo, l’abnegazione in allenamento. In una parola, la professionalità. Non credo che un professionista possa dire di non poter più migliorare.

Ha detto: smetto a 40 anni. Pensa già al dopo?
Al “dopo” mancano ancora due anni di attività che dovranno essere vissuti con il massimo della concentrazione perché ogni anno sarà sempre più difficile vincere, perché ogni anno le concorrenti migliorano. In Italia e in Europa. Sul futuro non ho ancora progetti concreti e credo ci sia il tempo per valutare quali potranno essere le strade migliori da percorrere.

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Ha detto anche che non vorrebbe fare l’allenatore, mentre il ruolo di selezionatore l’affascina… Perché?
Diciamo che si è un po’ enfatizzata una mia battuta relativa all’eventuale possibilità di allenare una Nazionale. Con il sorriso sulle labbra ho risposto che sarebbe stato affascinante, dovendo immaginare un possibile futuro da allenatore, poter allenare una nazionale come la Cina o gli Stati Uniti.

Si sente un simbolo?
Preferisco separare la sfera privata e personale dalla dimensione sportiva e professionale. Mi spiego meglio: mi reputo una persona assolutamente normale con pregi e difetti come ogni altro individuo. Guardando invece alla carriera sportiva, penso di aver raggiunto risultati e traguardi straordinari, grazie alla professionalità e all’abnegazione che certamente possono rappresentare – e ne sarei orgoglioso – un modello da seguire.

C’è qualcosa di cui s’è pentito in questi anni?
Anche questa è una domanda sibillina. Conoscete qualcuno che sinceramente non sia mai pentito di qualcosa? Io no. E, ovviamente, anch’io appartengo alla categoria di coloro che hanno vissuto, sperimentato, sbagliato. E quindi – in alcuni momenti della mia esistenza – mi sono pentito degli errori fatti. Ma ho sempre avuto la convinzione che l’errore sia una componente fondamentale della maturazione individuale e in quanto tale, per quanto non ricercato, vada vissuto nel suo tempo presente.

L’abbiamo vista cantare l’inno della Juventus a squarciagola nell’ultima partita di campionato contro la Sampdoria. Si sente tifoso?
Certamente. Sono un grande tifoso del mio lavoro.

Che cosa significa essere il capitano della Juventus?
Significa rappresentare e raccontare uno stile, un ambiente, un gruppo. Significa dimostrare con il proprio esempio quotidiano cosa significa essere consapevoli del valore di una maglia e dell’importanza che questa rappresenta per milioni di tifosi. Quando diventi capitano di una squadra vuol dire che è passato un po' di tempo. Io non posso che essere felice di poter essere un uomo importante per questa squadra e per questa società. E sono ancora più felice del fatto che I tifosi della Juve siano orgogliosi che io li rappresenti.

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E che cosa significa essere capitano della Nazionale?
Il principio è davvero molto simile. Oserei dire identico. La Juventus è uno tra i club più importanti al mondo e certamente il più amato in Italia. La Nazionale è una dimensione ancora diversa. Rappresentare la propria nazione e avere la fortuna di farlo nel mondo è un privilegio.

Euro 2004, il suo primo Europeo da titolare. Ha recentemente parlato della partita contro la Danimarca come quella della svolta della sua vita. Perché?
Avevo affrontato un periodo difficile a livello personale. Ero molto spaventato dalla prima uscita. Avevo paura di fallire. Grazie al talento e alla fortuna ho disputato una buona partita. E ho svoltato. Ricordo lo choc e le emozioni procurate da alcune parate importanti. Al fischio finale, per la prima volta in 5-6 mesi, non ho più sentito tremori alle gambe: stavo ritrovando la forza che mi aveva sempre accompagnato. Era come se fossi nato di nuovo. La partita finì 0-0, erano tutti arrabbiati tranne me, che avvertivo di aver probabilmente superato un momento difficile.

Quell’Europeo finito in parte per demeriti dell’Italia, in parte per il presunto biscotto tra Danimarca e Svezia. Come si fa ad accettare eliminazioni così?
Con il lavoro e con la convinzione di doversi concentrare esclusivamente su se stessi e non sulle altre squadre. Se avessimo ottenuto risultati migliori nelle precedenti gare, non avremmo dovuto sperare in un risultato favorevole su un altro campo.

Il calcio è crudele?
Come qualsiasi sport. Purtroppo, o forse per fortuna, vince sempre solo uno. E non sempre è quello più forte. Ma questo credo sia la bellezza, e non la crudeltà, dello sport.

Il Mondiale 2014 ha lasciato scorie o è tutto superato?
Nessuna scoria. Semmai ha lasciato un bagaglio di esperienza in più. Ogni partita disputata fa maturare e crescere e serve a migliore piccoli dettagli. L’Italia è una nazionale storicamente solida capace di ottenere grandi risultati grazie alla forza del gruppo. 

QUELLA parata contro la Francia, nel 2006

Sono passati dieci anni dal trionfo mondiale. È un ricordo che continua ad accompagnarla?
Difficile dimenticare la sera di Berlino anche se, come ho più volte dichiarato, di quella sera non ho dei ricordi nitidi. Piuttosto alcuni flash di alcuni momenti particolari. Vorrei ricordarmi tutto, vorrei rivivere tutto. Ma poi ripenso a una cosa semplice: io quella sera l’ho vissuta davvero. E questo vale più dei ricordi. 

Quanto vale una vittoria con la Nazionale?
Tantissimo. Avere la forte percezione di aver fatto felice un’intera nazione regala una gioia e un orgoglio indescrivibile. Impareggiabile.

Ricorda le critiche a quel gruppo e all’intero sistema calcio precedenti a quel Mondiale? Non ha mai avuto voglia dopo di rinfacciare quelle critiche?
Impossibile dimenticarle. Ma no, nessuna voglia di rinfacciare niente a nessuno. Paradossalmente sono state proprio quelle critiche a scatenare in noi l’orgoglio che ha contribuito a cementare il gruppo spingendolo a fare qualcosa di eccezionale.  

Prima ha ricordato che in porta è arrivato quasi per caso. Secondo lei Gianluigi Buffon sarebbe diventato un campione anche se non fosse stato un portiere?
Non lo so. Impossibile da immaginare. Diciamo che anche lontano dai pali non ero poi così male, ma da lì a immaginare una carriera da professionista sarebbe stato forse eccessivo. 

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Dicono che Neuer abbia rivoluzionato il modo di stare in porta. Ma lei faceva le stesse cose già 15 anni fa…
Neuer è certamente un grande portiere che vive un presente ricco di successi e di consacrazioni. Fare paragoni non ha senso. Ogni atleta, ogni persona, ogni professionista esprime delle proprie peculiarità che lo rendono unico.

Parla spesso di “sfide”. Quanto le piace la sfida?
La sfida è l’aspetto fondamentale della carriera di uno sportivo. Ma non solo: chiunque si appresti ad affrontare qualcosa di importante di fatto affronta una sfida. Poi per me è una questione di carattere: mi piace mettermi alla prova, misurarmi con gli avversari, e cercare di migliorare me stesso.

Ha detto che a 18/20 anni ha capito che doveva cambiare qualcosa. Che cosa?
Molto semplicemente mi accorsi che era necessario un salto di qualità nella mia maturazione personale. Parlo di Gianluigi, più che di Buffon. Parlo di un ragazzo più che del portiere. Capii che alcuni miei atteggiamenti da guascone erano esagerati e, all’interno di un spogliatoio che vive di equilibri, fuori luogo. Tutto qui.

Ma a 20 anni si ha il diritto di sbagliare?
Sinceramente ritengo che a qualsiasi età si abbia il diritto di sbagliare. Come dicevo prima gli errori credo davvero siano la base di partenza per la maturazione e la crescita individuale.

Da giovane ha ricevuto diverse critiche. Quale la più feroce?
Da ragazzo mi sono concesso delle guasconate per cui sono stato ripreso, richiamato e criticato. Alcune volte in maniera forse eccessiva, ma sono convinto che il Buffon di oggi, prima uomo e poi atleta, è ciò che è anche grazie a quelle critiche.

Quanto conta il sacrificio per lei?
Il sacrificio è una delle parti fondamentali della sfida. Parlavamo prima di che cos’è una sfida e di che valore ha. Ecco, la fatica e lo sforzo per me sono parte integrante della sfida. Chiunque ne affronti una deve mettere sempre in conto di dover rinunciare a qualcosa di importante. Se vuoi celebrare un successo non c’è altra strada.

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Parla spesso del rispetto di se stesso. Che è aumentato nel tempo. Che cos’è per lei il rispetto di se stesso e quanto conta?
Ritengo sia un aspetto fondamentale della vita perché rappresenta la prima “pietra” su cui costruire il proprio io.

Buffon è un solitario?
No. Buffon è un uomo maturo, capace di ritagliarsi degli spazi della propria vita che ama vivere da solo. Ma in generale credo di essere un uomo espansivo e che preferisce la dimensione casalinga e familiare a quella mondana.

Sono passate un po’ di settimane dal suo record di imbattibilità. La soddisfazione è già archiviata o invece se la sta gustando poco alla volta?
Assolutamente già archiviata. Non ho mai amato particolarmente i numeri e le statistiche. È chiaro che un traguardo così prestigioso non può che far piacere, ma il record di imbattibilità per un portiere deve essere condiviso con tutta la squadra. L’ho detto, l’ho scritto, ci credo: è solo grazie ai miei compagni che ho potuto superare Rossi.

Buffon ha ancora un obiettivo?
Buffon ha tanti obiettivi. Personali e sportivi. Dal punto di vista sportivo punto a giocare il Mondiale 2018 in Russia e a continuare a fare bene in Italia e in Europa con la Juventus.

Quando vede un giovane portiere che si abbatte per un errore che cosa pensa?
Che è normale e che è proprio da lì che si deve ripartire. Capendo, digerendo e metabolizzando la fallibilità a cui tutti siamo soggetti, ma su cui tutti possiamo lavorare per ridurne gli effetti.

 

C’è qualche giovane – in Italia o all’estero – che le piace più degli altri?
Ci sono diversi portieri che mi piacciono. È difficile citarli tutti perché sicuramente ne dimenticherei qualcuno. E mi dispiacerebbe. Diciamo, in generale, che la scuola dei portieri italiani che aveva forse subito qualche anno di difficoltà, si sta riprendendo alla grande e alcuni giovani molto interessanti iniziano ad affacciarsi nei nostri campionati.

Come ha vissuto la responsabilità di essere quello che può sbagliare meno degli altri?
È una responsabilità difficile da affrontare e gestire. Probabilmente all’inizio della carriera la si percepisce meno o quantomeno la si affronta con un briciolo di spensieratezza, mentre man mano che il tempo passa le sensazioni provate in partita aiutano a essere maggiormente concentrati in allenamento.

È più importante saper vincere o saper perdere?
Saper perdere.

E quanto è importante sapersi rialzare dopo un errore?
È fondamentale. Ed è forse addirittura fondamentale il fatto stesso di commettere degli errori. Essi sono, e devono essere – a mio avviso – considerati tali, delle scosse elettriche che ti fanno ripartire per fare meglio di prima.

La sua percezione è cambiata. Oggi è sicuramente juventino, ma al tempo stesso è trasversale. Quanto conta per lei l’appartenenza?
È una sensazione positiva e avvolgente. Saper incarnare e rappresentare all’esterno un dna, che sia di un club o di una Nazionale, credo sia un obiettivo fondamentale a cui qualunque sportivo deve tendere e, col tempo, raggiungere.

 

Dal numero 10 di Undici