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Le medaglie di Edipo

L'abbandono del padre, la fobia dei serpenti, la marijuana, il rehab e le vittorie. Storia di Michael Phelps, il più grande nuotatore di sempre.

LONDON, ENGLAND - AUGUST 04: Michael Phelps of the United States points to the crowd from the podium after he was presented with a special award by FINA for his career achievements on Day 8 of the London 2012 Olympic Games at the Aquatics Centre on August 4, 2012 in London, England. (Photo by Al Bello/Getty Images)

Nelle biografie drammaturgicamente più interessanti c’è sempre di mezzo un padre. Un padre oppressivo, condizionante, oppure un padre fantasma, sfuggente. Di solito il padre è il responsabile di quel peccato originale che proietta il figlio, più o meno precocemente, dall’infanzia alla realtà, dalla tenerezza dei giochi alla durezza della vita. Tutto quello che viene dopo, è una dimostrazione del figlio al padre, un tentativo di rivincita, una risposta, un modo per guarire dal trauma. Nelle biografie dei grandi sportivi la presenza di un padre siffatto diventa una specie di spiegazione generale a posteriori. Arrivare alla gloria attraverso il sacrificio, cadere e poi rialzarsi, diventare forti abbastanza per farlo, reagire all’imperfezione della vita con la perfezione del gesto atletico o di un record o di un torneo vinto.

Si può sintetizzare uno dei più grandi racconti sportivi di questi anni, la conosciutissima autobiografia di Andre Agassi, Open, come la storia di un conflitto irrisolto tra un figlio e un padre oppressivo, autoritario e castrante. Ma allo stesso livello di forza narrativa, seppure non abbia mai assunto la forma di un libro scritto in collaborazione con un premio Pulitzer, c’è la storia di Michael Phelps e di suo padre. O dei suoi due padri.

TOPSHOT - USA's Michael Phelps competes in the Men's 200m Butterfly Semifinal during the swimming event at the Rio 2016 Olympic Games at the Olympic Aquatics Stadium in Rio de Janeiro on August 8, 2016. / AFP / Odd Andersen (Photo credit should read ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)
Michael Phelps durante la semifinale dei 200m farfalla maschili a Rio 2016 (Odd Andersen/Afp/Getty Images)

Prima voglio dirvi però che la mia passione per il nuotatore più grande di sempre nasce da un semplice dato epidermico, se così si può dire, e non c’entra niente con la sua storia, che ho conosciuto solo dopo averlo visto vincere molte medaglie, dopo averlo visto battere molti record. Innanzitutto: c’è stato un momento in cui il nuoto, come sport da guardare in tv, ha iniziato a piacermi e ha finito, anche se non so spiegarmi il motivo, col piacermi più di qualunque altro sport. Lui ovviamente era il più forte, ma non si tratta solo di questo. Come con Agassi quando avevo dodici o tredici anni – era il mio idolo sportivo e io giocavo a tennis indossando i suoi pantaloncini Nike in denim – c’era una specie di simpatia fisica per questo ragazzo gigante: una forma anche di immedesimazione. Perché lui e non Ian Thorpe? Potrei convincermi di essere una persona che sa leggere oltre, e di aver visto nell’espressione di Phelps quel trauma di bambino abbandonato dal padre, oppure – forse meno magicamente – l’indizio di una potenziale effrazione all’immagine di sano e robusto americano con cui appariva sui trampolini prima di piombare nel blu. In tutti e due i casi qualcosa che riguardava anche me, la mia storia, moltissimo. Colazioni ipercaloriche da campione, ma arresti per guide in stato d’ebbrezza. Muscoli guizzanti, ma foto in stato d’alterazione da droghe leggere. Una sindrome da deficit dell’attenzione, le ore di allenamenti, la pizza, le medaglie, il rehab. E i serpenti.

Prima di tutto questo c’è una famiglia americana del Maryland. Ci sono tre figlie – un maschio e due femmine – e, a un certo punto, un divorzio. Quando Michael ha nove anni, suo padre, dicono le cronache, diventa un puntino lontano. Ed ecco comparire all’orizzonte, con una sostituzione da manuale, il suo alter ego, Bob Bowman, allenatore del North Baltimore Aquatic Club che, nel 1996, dice ai genitori di Michael che quel ragazzo di undici anni ha tutte le potenzialità per diventare un atleta olimpico (e nessuno può saperlo: il più grande atleta olimpico di sempre). Il padre non è convintissimo di regalare a suo figlio un’adolescenza fatta di fatica, rinunce e sacrifici; Fred Phelps è esattamente l’opposto di Mike Agassi: «Gli dicevo di concedersi una pausa, di prendersi tre o quattro giorni per andare al mare». Michael invece, grazie a Bowman, trasforma tutta la rabbia e il disappunto per la figura paterna in «carburante per la piscina».  Nel mondo interiore del più grande nuotatore della storia i rapporti di causa-effetto non si leggono alla luce del sole. C’è tanta energia, sia positiva che negativa, trattenuta; un’energia che appunto esplode in vasca. Poi ci sono le simbologie e le metafore.

CHARLOTTE, NC - MAY 15: Michael Phelps talks to his coach, Bob Bowman, after winning the Men's 100m Butterfly and 200m Freestyle during the Charlotte Ultra Swim at the Charlotte Aquatic Center on May 15, 2009 in Charlotte, North Carolina. (Photo by Streeter Lecka/Getty Images)
Michael Phelps mentre parla con Bob Bowman, dopo aver vinto i 100m farfalla e i 200m stile libero durante gli Ultra Swim di Charlotte nel 2009 (Streeter Lecka/Getty Images)

Leggenda vuole che Michael da bambino, alzando un masso nel giardino di casa, abbia fatto un incontro ravvicinato con un serpente e che da allora abbia finito per essere terrorizzato non solo dall’animale in carne e ossa ma dalla pura e semplice parola o immagine mentale di un serpente. A partire dall’incidente, Serpente è una parola che i suoi familiari smisero di pronunciare davanti a Michael. E i serpenti hanno affollato per anni le notti pieni di incubi e di risvegli bruschi del più grande atleta olimpico. Il serpente è il male? Sono le tentazioni? Il richiamo a cedere ai propri lati oscuri?

C’è anche questo. Quando hai raggiunto gli obiettivi che hai sognato e per cui hai lottato da quando avevi undici anni in cosa puoi più credere? Cosa ti resta? Dopo le Olimpiadi di Londra del 2012, quelle dell’atleta più medagliato, ecco allora arrivare il serpente sotto molte forme. Frequentazioni sbagliate, relazioni compulsive, feste, il rifiuto di parlare con mamma, papà e allenatore, una foto diventata celebre che lo ritrae mentre fuma marjuana, due arresti per guida in stato d’ebrezza, la squalifica temporanea dalla federazione nuoto americana. Tutta l’energia e la rabbia esplosa nelle piscine di mezzo mondo che tracima nelle notti americane.

RIO DE JANEIRO, BRAZIL - AUGUST 08: Michael Phelps of the United States competes in the Men's 200m Butterfly heat on Day 3 of the Rio 2016 Olympic Games at the Olympic Aquatics Stadium on August 8, 2016 in Rio de Janeiro, Brazil. (Photo by Adam Pretty/Getty Images)
Michael Phelps durante in 200m farfalla maschili a Rio 2016 (Adam Pretty/Getty Images)

Il necessario ricovero in una clinica di disintossicazione vede il nostro ricostruire il quadro di se stesso pezzo dopo pezzo. Il suo allenatore, che non crede nei cambiamenti e si autodefinisce la persona più scettica del mondo, lo vede cambiare, dice lui, a vista d’occhio. Michael ricomincia a parlare con i suoi, soprattutto ricomincia a parlare con suo padre. E da allora, incredibilmente, smette di sognare serpenti. Di lì a poco diventa padre.

Le più belle gare da riguardare su Youtube sono i 100 farfalla. C’è una regolarità statistica nel suo modo di condurre la gara. La prima vasca è assolutamente normale, rilassata, chiusa tra la quarta e la quinta posizione. La seconda, a partire dalla virata, è una progressione mostruosa volta a recuperare il distacco che nel frattempo si è creato con il primo. E quel distacco Phelps lo recupera sempre, scientificamente. Perdere terreno, recuperarlo con la forza. Ecco come una banale strategia di gara può facilmente trasformarsi in una metafora esistenziale. La forza narrativa dello sport è tutta qui.


Michael Phelps e il suo settimo oro vinto a Pechino nel 2008

La gara che a detta di molti si può considerare la più emozionante della sua carriera sono i 100 farfalla alle Olimpiadi di Pechino, dove a quel punto aveva già vinto sei medaglie d’oro. L’ingresso solito con le cuffie. La madre al centro tra le due sorelle con quell’aspetto goffo di americane che si sforzano di essere eleganti. Uno dei suoi rivali storici – uno di quelli che la prima vasca se la mangiano – il serbo Cavic in quarta corsia, accanto a lui che è in quinta. Partono, tanti spruzzi tra le braccia aperte come ali e alla virata Cavic sembra avantissimo. Continua a essere molto avanti fino a metà della seconda vasca, poi si vede Michael sempre più attaccato, sempre più vicino, sempre più forte, più rabbioso. Esce dall’acqua prima tranquillo, sorridente, poi esplode urlando e schizzando acqua, indica la tribuna. Ed ecco quest’immagine di sua madre che abbraccia un uomo; potrebbe essere suo padre o forse no, ma mi fa pensare comunque che in fondo è stato questo il desiderio che ha mosso quel bambino prodigio a superare se stesso. Vincere per riunire i suoi in un abbraccio. E che forse ha trovato la forza di tornare alle gare rimettendo a fuoco questo sentimento originario. Del resto, come si legge in un bellissimo ritratto pubblicato di recente sul New York Times, il messaggio con cui si presenta alle Olimpiadi di Rio è che la vulnerabilità è una forza.

 

L’articolo è uscito originariamente sul numero 11 di Undici


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