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La profondità del nuoto

Cosa può fare un uomo, immerso nell'acqua? Ricordi, riflessioni, e una conversazione con Leanne Shapton, autrice del libro Swimming Studies.

Quando apro la mia vecchia copia paperback di Swimming Studies di Leanne Shapton (Penguin Random House, 336 pp.), trovo un biglietto di un traghetto della linea Ionian Ferries, il tragitto da Zacinto a Killini, quello del ritorno, due estati fa. Erano gli ultimi giorni di vacanza in Grecia, quindici giorni semplici e divisi in poche attività: prendere traghetti, nuotare, leggere con avidità il libro di Leanne, nuotare, mangiare taramossalata, bere retsina, nuotare. La carta della copertina è sbiadita dalle ore di sole sull’asciugamano e sulla sabbia, la costa è un graffio bianco bruciato dal sale, gli angoli brandelli senza forma. Sfoglio ancora le pagine, le annuso cercando odori e ricordi, ma la carta sa soltanto di carta, e di umidità. Swimming Studies è un libro che parla di nuoto. La sua originalità sta nel come lo fa, in bilico tra il memoir, il saggio, l’autofiction, un’amalgama anarchica e tuttavia contemporanea. C’è anche un perché: Leanne Shapton, oggi scrittrice e artista, è stata una nuotatrice professionista, e per due volte, nel 1988 e nel 1992, ha tentato l’accesso alle Olimpiadi nella squadra canadese. È un libro che parla di nuoto e, attraverso il nuoto, di concentrazione, ossessioni, sconfitte, dolori, incertezze, gioventù, crescita, età adulta, amore, legami, perdite, estetica, paure, solitudine.

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Davide Coppo: Se chiudi gli occhi e pensi a una traduzione puramente estetica dell’atto del nuoto, cosa vedi?
Leanne Shapton: Vedo le piscine come credo le avrebbe viste Ellsworth Kelly, astratte nella forma e nello spazio.

DC: Una cosa che ho sempre trovato affascinante del nuoto in piscina è il mimetismo: ti trovi nello stesso luogo, con altre persone, la testa coperta da una cuffia, gli occhi dietro un paio di occhialini, per il resto nudi, tranne che per un costume sobrio, standardizzato. È qualcosa che mi fa pensare alle pari opportunità, all’essenza degli esseri umani, all’assenza di divisioni culturali, economiche.
LS: È un bel ragionamento. Io ci ho sempre pensato in termini di coscienza di sé: penso sia una cosa che in acqua riusciamo a perdere, perché siamo così nudi e vulnerabili, e perché in un certo senso siamo nascosti dall’acqua. Siamo più piccoli e bisognosi in acqua. In questo senso agisce come una forza di equilibrio.

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I ricordi della piscina sono spesso legati all’età dei primi passi, all’infanzia protetta, prima dell’adolescenza e della ribellione e delle incertezze e delle domande senza trovare le risposte. Sono riassunti in una scena particolare di Palombella rossa di Nanni Moretti, quando, dopo aver sbagliato il rigore decisivo, il protagonista Michele Apicella corre a bordo piscina declamando madeleine infantili che «non torneranno più»: le merendine di quand’ero bambino; i pomeriggi di maggio; il brodo di pollo quand’ero malato. La scena si sposta poi in uno spogliatoio, una visuale aerea in cui decine di mamme asciugano altrettante piccole teste di bambini strofinandole con grandi asciugamani. A distanza di decenni, oggi, detesto la piscina. Non ne sopporto i confini, la necessità di condividere spazi, di adattarsi al ritmo del nuotatore che mi precede o di quello che mi segue; la finitezza della vasca, il dover virare e tornare indietro, l’impossibilità di fermarsi, di immergersi, di essere in fondo liberi. Il mare, al contrario, non ha restrizioni. Pensare alla piscina mentre scrivo, però, fa affiorare anche sensazioni piacevoli: l’odore del cloro, che è legato indissolubilmente al colore azzurro chiaro dell’acqua, alle mattonelle quadrate azzurre che si vedono chiaramente sul fondo; la sensazione così piacevole della fame in attesa del pranzo del dopo piscina.

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DC: In Swimming Studies scrivi di quanto poco tu ti senta a tuo agio nell’acqua aperta. Io invece, quando penso alle piscine penso a ostacoli e confini e routine, alle ore di lavoro, allo svegliarmi il lunedì e dover andare in redazione. Il mare, al contrario, è libertà, è domenica, vacanze, è l’infinito orizzonte delle possibilità. Cosa significa per te nuotare?
LS: È come visitare un ricordo, o un museo. È come rileggere ogni volta qualcosa che ho amato.

DC: Perché hai scelto di scrivere un libro sul nuoto, sulle piscine, su quella parte della tua vita a così tanti anni di distanza da quelle Qualificazioni olimpiche?
LS: Ho sempre cercato di ritrovare lo stesso tipo di concentrazione che avevo quando nuotavo in altre discipline. E poi trovo la cultura del nuoto così bella e ricca. Inizialmente pensavo di farne un film, ma ho scoperto che avevo bisogno di capire meglio i miei sentimenti verso quello sport, allora ho provato a scriverne.

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Da bambino nuotavo spesso a dorso. Mi piaceva guardare il soffitto – altissimo – della piscina, poter respirare quasi del tutto liberamente, mi sembrava che la spinta che potevo dare al corpo fosse più potente che in altri stili. Scartai lo stile libero da subito, meccanico e violento, troppo matematico nel prevedere la respirazione dopo un numero pari o dispari di bracciate, come un sistema rigido, senza mai poter cambiare, l’angolo limitato per portare la bocca fuori dall’acqua. Una vecchia fotografia di mio padre appesa nella sua vecchia camera, a casa di mia nonna, lo riprende durante una gara giovanile: è un close-up di una gara di delfino, la testa esce dall’acqua sotto una membrana opaca, le braccia che si stanno sollevando sulla testa per poi chiudersi con un’esplosione sull’acqua. Oggi nuoto quasi soltanto a rana. È una combinazione di fattori: c’è quel momento, prima del calcio, in cui il corpo è allungato nella sua totalità, gambe e braccia e testa sott’acqua; c’è il busto che si alza, con le spalle, in superficie, un movimento che definirei «maestoso»; una volta riportate le braccia parallele in avanti, c’è poi il momento del calcio, che riesce a spingere tutto il corpo come una freccia nell’acqua, prima che le mani ruotino, con un movimento che ricorda quello di una danza orientale, e serrando le dita si preparino, di nuovo, a spingere l’acqua indietro e verso il basso. Sì, la rana è lenta. Le gare con gli amici che si dimenano nello stile finivano sempre, o quasi, con una sconfitta. Guardando i record olimpici sui 100 metri, la rana sconta più di dieci secondi sullo stile libero, quasi otto sulla farfalla, più di sei sul dorso.

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DC: Perché hai scelto la rana?
LS: Ero veloce. È lo stile che ha scelto me.

DC: Cosa ti piace della rana? Il fatto che ti puoi immergere ed emergere più che negli altri stili? A me piace il fatto di non dover ruotare il corpo, ad esempio, e la sensazione di spinta quando le braccia sono allungate e parte il calcio
LS: È bello che anche tu veda tutte queste cose. Principalmente il fatto che il corpo rimane stabile mentre gli arti si allungano e contraggono. Non vai mai sottosopra, i tuoi occhi vedono sempre davanti a te.

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L’edizione “Summer 2016” della Paris Review contiene una galleria di illustrazioni e dipinti dedicati al nuoto. Ci sono i lavori di Leanne Shapton, più quelli di altri artisti: Jennifer Pochinski, Marisa Keris, Jamie Tobin. È importante notare come le illustrazioni riflettano un caleidoscopio di interpretazioni del nuoto: per Leanne i soggetti sono piscine, per altri sono nuotatori a stile libero, per altri ancora bagnanti che si tuffano in un Eden tropicale, o corpi galleggianti nell’acqua trasparente, i riflessi verdi e azzurri sulla superficie dell’acqua. Quando penso all’esperienza del nuoto, del nuoto in mare, questa comprende un momento esplorativo, in cui cercare lo scoglio da raggiungere, osservare il promontorio da doppiare, soppesarne la distanza; un momento di rilassamento, in cui abbandonarsi all’acqua come ci si abbandonerebbe a un’amaca o a un materasso, soltanto con una minore densità molecolare; un momento di intrattenimento, in cui esplorare la dimensione subacquea, roteare su se stessi, comportarsi, per quanto possibile, in modo anarchico. L’esperienza di un essere umano in acqua è strettamente legata all’atto del nuotare? O meglio: il verbo nuotare indica soltanto l’atto di eseguire uno stile di vuoto per avanzare in linea retta nello spazio? Nella lingua inglese c’è una distinzione tra bathing e swimming. In quella italiana no.

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DC: Sono nato e cresciuto in Italia, un Paese in cui il nuoto è uno degli sport più praticati, e insieme è anche un’attività ricreativa tra le più comuni. Credo che il clima abbia avuto un grande impatto sulla nostra cultura natatoria. Nei Paesi anglosassoni esiste un simile rapporto di intimità con il nuoto?
LS: Negli anni Novanta, a un certo punto, ho iniziato ad avere un appuntamento fisso mattutino con tre illustratori italiani. Ci incontravamo allo Ymca e facevamo qualche vasca per un’ora circa, poi ci sedevamo, ordinavamo spremute, e loro accendevano delle sigarette. Dal mio punto di vista nordamericano fumare dopo aver nuotato è una cosa assurda, ma il fatto che per loro il nuoto fosse un modo di rilassarsi, e non solo di stare in forma o perdere peso, è bellissimo.

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Un fine settimana di metà luglio sono andato a nuotare in Liguria. Ho preso il largo con la piccola barca di mio padre, ho buttato l’ancora vicino a una parete montuosa ripida e frastagliata, probabilmente residuo di una frana recente, di qualche secolo fa. L’acqua era cristallina. Ho iniziato a nuotare – a rana – costeggiando la montagna. Mi ero prefisso di percorrere almeno due vasche olimpioniche (50 metri) prima di fermarmi e ritornare alla barca, magari più piano, senza sforzare. Ho iniziato, contando i respiri, testa sotto, testa fuori, ascoltando e assecondando i leggeri strappi agli adduttori per ogni calcio calibrato male o troppo potente. A un certo punto ho incontrato una grotta. L’ho vista con la coda dell’occhio, ma ho interrotto le vasche preventivate per fermarmi. Mi sono diretto verso la grotta a piccole bracciate, l’ho esplorata nuotando, mi sono immerso per misurare il fondale, ho girato su me stesso, sono tornato indietro. Se nuotare equivale a correre, questo tipo di nuoto lento, curioso, esplorativo, equivale a una passeggiata? Questo tipo di nuotatore è un flaneur dell’acqua? Ma d’altronde, come si può non essere flaneristici, quando ci si trova in un elemento estraneo come l’acqua?

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DC: Spesso è stato detto e scritto che il tennis sia uno degli sport più “letterali”. Avendo letto Swimming Studies, direi che la stessa cosa può valere per il nuoto.
LS: Sì, credo lo sia perché è contemplativo. E anche uno sport individuale.

DC: Nuotare è un’attività solitaria?
LS: Sì, almeno per me è così. Ma mi piace nuotare con altre persone, e conoscerle mentre sono in acqua. Si muovono in un modo completamente diverso.

 

Illustrazioni di Andrea Mongia. Tratto dal numero 11 di Undici.