I problemi del Napoli

Una vittoria nelle ultime sei partite, la vetta che si è allontanata: quanto sta incidendo la mancanza di un attaccante?

È il momento migliore per parlare del Napoli, perché è un momento perfetto per il confronto. Un anno e due giorni fa si è giocato l’ultimo match al San Paolo, in Serie A, tra la squadra azzurra e l’Inter. È stata la partita che ha portato il club partenopeo in testa alla classifica, da solo, per la prima volta dopo 25 anni, per la prima volta dopo il secondo scudetto (1990). È il momento migliore, dicevamo, e non tanto per il curioso e suggestivo caso del calendario – che ripropone lo stesso match a distanza di 367 giorni -, ma perché Napoli-Inter del 30 novembre 2015 fa parte di un preciso sottogruppo di partite: quelle che il Napoli di Sarri, prima edizione, ha vinto grazie allo strapotere del suo centravanti. Lo stesso centravanti che, secondo i fatti e secondo la narrazione comune, manca al Napoli più di ogni altra cosa.

Gonzalo Higuaín è autore di una doppietta, ma non è questo il punto. Basta riguardare gli highlights di quella sfida per andare oltre i gol, per rendersi conto dell’assoluto predominio tecnico ed emotivo dell’attaccante argentino sulla sua squadra, sugli avversari, sulla partita. Tre delle quattro occasioni per il Napoli che trovano spazio nel montaggio sono azioni praticamente personali dell’ex Real Madrid; la quarta, un tiro di Allan dal limite, nasce da una sua sponda.

Un anno fa

Due mesi dopo l’annuncio ufficiale del passaggio di Higuaín alla Juventus, L’Equipe scrive un articolo dal titolo singolare: “Naples, l’équipe la plus sexy d’Europe”. Il giornalista Yann Sternis elogia la proposta spettacolare di Sarri analizzandone i concetti principali, sottolinea come la squadra partenopea sia riuscita a superare l’addio del centravanti argentino senza perdere la sua identità, il suo primato estetico. Si legge: «Uno stile di gioco audace, seducente, appassionato e innovativo ha fatto cambiare idea a tutti gli scettici della prima ora sul tecnico toscano. Sarri utilizza i droni per registrare gli allenamenti della squadra e pratica un calcio offensivo, divertente e di possesso, come testimoniano gli 80 gol realizzati dal Napoli nel campionato scorso».

Quando il pezzo viene pubblicato, il Napoli è primo in classifica ed è reduce da due vittorie su due partite di Champions League. Non ha ancora vissuto i due key moments negativi di questo suo inizio di stagione: la sconfitta di Bergamo (2 ottobre) e il grave infortunio che ha colpito Arkadiusz Milik durante il match tra le nazionali di Polonia e Danimarca (8 ottobre). Al momento dell’incidente – rottura totale del legamento crociato del ginocchio sinistro -, l’ex centravanti dell’Ajax ha realizzato 7 reti in 9 partite con la maglia azzurra, e il Napoli ha una media punti rotonda, due per ogni match di campionato (14 punti alla settima giornata). Nelle successive 8 sfide di Serie A, la media punti del Napoli non arriva a 1,6. Nelle successive 3 partite di Champions League, il Napoli non riesce a vincere (due pareggi, contro Besiktas e Dinamo Kiev, e la sconfitta interna contro i turchi). Oggi siamo a una sola vittoria nelle ultime sei partite ufficiali e un solo successo negli ultimi sei match interni. I numeri di una crisi, se non di gioco almeno di risultati.

Juventus FC v SSC Napoli - Serie A

Sarri e il Napoli erano riusciti ad assorbire e metabolizzare la cessione di Higuaín con l’inserimento felice e immediato di Milik, poi hanno dovuto fare a meno anche del nuovo centravanti. A quel punto, le risorse interne (Gabbiadini, sostituto designato dell’ex Ajax, ma anche Dries Mertens, impostato e quindi adattato come prima punta) non sono riuscite a sostenere questo tipo di pressione, tattica e psicologica. L’analisi sembra semplice, lineare, non occorre perderci troppo tempo. Eppure è superficiale, perché incompleta: il Napoli di Sarri, numeri alla mano, ha perso punti perché ha visto calare la sua capacità realizzativa, con 14 gol nelle prime 7 giornate e 10 nelle successive 8; sono gli stessi numeri, però, a dirci che il Napoli di Milik aveva una media di 16,7 tiri a partita, rimasta praticamente immutata nel periodo successivo all’infortunio dell’attaccante polacco (16,1). Un’analisi più approfondita, quella sulla variazione della shot accuracy per esempio, addirittura sconfessa completamente la teoria di partenza: con Milik arruolabile, il rapporto tra le conclusioni finite nello specchio della porta e quelle tentate non superava il 44%; nelle successive 8 sfide di campionato, questo dato si alza fino al 51%. Il Napoli tira meglio in porta, con più precisione, da quando Milik è assente per infortunio.

La realtà, quindi, è molto più complessa e articolata, ed è lo stesso Sarri a spiegare come sia cambiato il Napoli negli ultimi mesi. In un’intervista immediatamente successiva al successo per 4-2 contro il Benfica, il tecnico toscano spiega i suoi accorgimenti per far fronte all’addio di Higuaín: «A livello di sviluppo da dietro, stiamo proseguendo il lavoro dell’anno scorso. Negli ultimi 25 metri di campo, abbiamo cambiato qualcosa anche per rispettare le caratteristiche degli attaccanti che ci sono adesso». Queste modifiche riguardano soprattutto la posizione dei due esterni del tridente, molto più vicini alla prima punta rispetto all’era-Pipita. Una scelta fatta, in partenza, per permettere a Milik un adattamento progressivo e meno impattante, quanto a peso della fase offensiva, ai principi tattici del Napoli, ma che poi si è rivelata ancor più necessaria nel momento in cui Sarri ha perso la fisicità del centravanti polacco. A quel punto, indifferentemente dall’utilizzo di Gabbiadini o Mertens, l’unica possibilità per sopperire alla mancanza di potenza muscolare in area di rigore è stata aumentare il numero di calciatori che attaccano la porta alla ricerca del gol.

insigne
Due heatmap per due prestazioni di Lorenzo Insigne, in entrambi i casi schierato in posizione di esterno offensivo a sinistra. La prima (a sinistra) risale allo scorso campionato, la partita è quella casalinga contro il Genoa del 20 marzo 2016 (risultato di 3-1 in favore del Napoli). A destra, invece, quella riferita al match contro la Lazio dello scorso 5 novembre. La differenza, ancorché non netta, è comunque sostanziale: Insigne cerca molto più lo spazio immediatamente dietro e accanto il centravanti, stringe di più in area in modo da poter avere maggiori possibilità di concludere verso la porta o comunque di offrire uno scambio ravvicinato alla prima punta.

La conseguenza di questa scelta è semplice quanto inevitabile: l’allungamento della squadra sul terreno di gioco, data la maggior distanza da coprire nel rientro in fase difensiva. Questa dinamica è stata esasperata ancor di più dall’assenza di un centravanti aggregativo. Se Milik, inizialmente, aveva in qualche modo attenuato il peso dell’assenza di Higuaín-regista-offensivo facendosi carico del gioco di sponda spalle alla porta, dello scarico centrale del pallone, le caratteristiche diverse di Gabbiadini e Mertens hanno reso impossibile questo tipo di situazione. L’ex Sampdoria è un centravanti atipico, più bravo nell’inserirsi alle spalle del difensore piuttosto che nel ricoprire il ruolo di perno offensivo; il belga, invece, ha misure fisiche non adatte a questo tipo di gioco e una propensione a puntare la porta in verticale che si sposa male con determinate esigenze tattiche della squadra.

Eppure, come abbiamo visto dai dati precedenti, il problema del Napoli non è quello della costruzione della manovra o dell’occasione offensiva. Nonostante i cambiamenti apportati da Sarri dall’inizio di questa nuova stagione – aggiungiamo altre stats -, gli azzurri restano la terza squadra per numero di tiri per match (17,6, solo Roma e Inter hanno una quota più alta) e la seconda per numero di conclusioni in porta ogni 90′ (5,9, solo la Roma fa meglio). Le cifre sono praticamente identiche a quelle del Napoli di Higuaín (17,3 e 6,4). Quello che il Napoli sembra soffrire è la sua nuova dimensione partecipativa, condivisa, nella fase di conclusione. Nel campionato 2015/2016, poco meno di un terzo dei tentativi verso la porta avversaria era del solo Higuaín (5,2 conclusioni per match); quest’anno, il primo della classifica interna è Lorenzo Insigne con 3,38 tiri ogni 90′. Lo stesso Milik, fin quando è stato in campo, ha tenuto una media ben lontana da quella del Pipita (2,14 conclusioni per match).

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Questi dati, oltre a raccontare la differenza in termini tecnici e di peso specifico tra un centravanti come Higuin e un prospetto come Milik, avvalorano le parole di Sarri sulla necessità che il Napoli aveva di cambiare qualcosa dal punto di vista strettamente offensivo. Inoltre, spiegano il vero problema che la squadra azzurra eredita dall’assenza di una prima punta di ruolo. Lo ha fatto anche lo stesso Sarri, attraverso le dichiarazioni rilasciate al termine del periodo più nero della stagione azzurra – le tre sconfitte consecutive, tra campionato e Champions, contro Atalanta, Roma e Besiktas: «Noi dobbiamo concentrarci sulle prestazioni: dopo un periodo così difficile in cui avevamo perso distanze tra i reparti, abbiamo recuperato il lavoro di squadra». Il concetto chiave è “distanze”: in una organizzazione collettiva come quello del Napoli, la necessità di portare più uomini in area, o a ridosso dell’area per la conclusione, porta a inevitabili scompensi in alcune zone del campo, o comunque a un dispendio fisico maggiore nel momento in cui c’è da recuperare la posizione. In entrambi i casi, il rischio è quello di non riuscire (o di non riuscire più, lungo l’arco di una partita) ad accorciare gli spazi tra i reparti, e quindi lasciare agli avversari ampie porzioni di campo tra le linee, lì dove una manovra organizzata sa e può fare più male. Il gol subito col Sassuolo lunedì sera è un esempio verificato di questa teoria:

Con uno scambio veloce tra Gazzola (in posizione di terzino destro) e la mezzala destra Pellegrini, il Sassuolo riesce a superare l’intera linea di pressing del Napoli. Insigne è in ritardo (siamo all’81esimo, è possibile presumere fosse stanco), Diawara non accorcia in tempo, e quindi il centrocampo è praticamente saltato. La disposizione classica del 4-3-3, a quel punto, non concede a nessuno di rientrare: Hamsik è andato in pressione alta su Cannavaro, Allan e Callejon sono lontani, spostati sulla destra, e così la linea difensiva si trova a dover fronteggiare un doppio scompenso: due uomini attaccano la fascia di Strinic e tre l’area di rigore dall’altra parte.
Il perfetto cross di Gazzola e la bellissima conclusione al volo di Defrel fanno il resto.
Napoli impossibilitato a chiudere gli spazi dall’eccessiva distanza tra difesa e centrocampo: il discorso di cui sopra, quello della squadra lunga.

Il Napoli vive una situazione molto particolare. Perché è una squadra che ha dei problemi, non c’è dubbio. Eppure, il frame di gioco che vi abbiamo appena mostrato richiama uno dei due tiri in porta concessi al Sassuolo nell’ultima partita di campionato. Due, sì, solo due. La cifra è eloquente, il dispositivo difensivo del Napoli funziona, e ci sono pure i numeri generali a testimoniarlo: la squadra di Sarri è dietro solo alla Juventus per numero di conclusioni subite per partita nel campionato di Serie A (8.9, per i bianconeri sono 8.1). Il problema, però, è che le occasioni concesse – per letture errate dei singoli calciatori, per momenti di scompenso tattico come quelli contro la squadra di Di Francesco, per errori tecnici individuali – sono spesso importanti, facilmente trasformabili in gol. La bellissima rete di Defrel è un luogo del calcio perfetto per citare Seneca: «La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità». Il Napoli ha proprio questa colpa: lasciare che l’avversario si crei un’opportunità. A volte, ne basta anche solo una.

La nostra lunga analisi di campo ci porta a una conclusione totalizzante sul tema iniziale, su Higuaín e in seconda battuta su Milik, sulla mancanza della prima punta: il Napoli ne soffre l’assenza in quanto sistema organico, non proprio o non solo in senso puramente offensivo. L’armonia del gioco ricercato di Sarri poggia su un lavoro che coinvolge tutti gli undici calciatori in campo in tutti i momenti di gioco. Lee Scott, su Thesefootballtimes, spiega (ed elogia) così il lavoro del tecnico toscano nel suo biennio in azzurro: «Nel calcio moderno, è importante che un allenatore predisponga una strategia coerente sia in attacco che nella fase difensiva del gioco. A Napoli, in questa stagione, l’ex allenatore dell’Empoli ha allestito una organizzazione difensiva più completa, con tutti i giocatori dell’undici titolari che sono consapevoli delle loro responsabilità per la squadra».

Il Napoli ha perso per due volte consecutive una tessera fondamentale del suo mosaico, e per due volte ha cercato di adattare se stesso a una nuova necessità. La “seconda volta” è ancora in corso: la squadra di Sarri ha una identità di gioco chiara e riconoscibile, ma è ancora in fase di messa a punto tattica, di studio delle distanze in campo dopo l’infortunio di Milik, e dopo la verifica dell’inadeguatezza di Gabbiadini a un tipo di lavoro che è troppo lontano dalle sue caratteristiche, tecniche e psicologiche.

Due mesi fa

L’ultima frase, il discorso sulle qualità degli attaccanti del Napoli, ci porta a completare l’analisi, aggiungendo alla dimensione tattica quella puramente narrativa. Higuaín non poteva essere rimpiazzato, almeno non da un altro Higuaín, e questo era chiaro in partenza. O almeno, avrebbe dovuto essere chiaro. Basta ritornare al video di Napoli-Inter, per capire cosa intendiamo. Oppure basta andare a pescare in rete, tipo sul Guardian, un pezzo di Blair Newman scritto durante la folle corsa dell’attaccante argentino verso il record dei 36 gol, lo scorso anno: «Il clamore intorno a Higuaín significa una crescente accettazione del suo salto definitivo dalla sub-élite del pallone verso il rango di top player mondiale. Non è più l’altro uomo, è sotto i riflettori e se ne sta godendo la luce. Grazie ad una perfetta simbiosi tra le sue caratteristiche individuali e la tattica di Sarri, Higuaín sta guidando il Napoli verso quello che potrebbe essere il primo scudetto dal 1990. Con o senza lo scudetto, la forma di Higuaín in questa stagione lo ha meritatamente gettato alla ribalta della conversazione per quanto riguarda i migliori attaccanti del mondo».

Quando si è dovuto provvedere a sostituirlo, il Napoli ha fatto una scelta: Milik, un esperimento, più un mercato giovane all’insegna dell’hype. Era un investimento sul futuro, stava funzionando, eccome, anche nell’immediato. Poi, ecco i problemi: la sfortuna – quella sì – dell’incidente a Milik, l’errore di valutazione con Gabbiadini, la presa di coscienza di quanto Higuaín fosse importante e di quanto fosse pesante non avere più lui o chi potesse sostituirlo, anche solo in parte. Nonostante tutto questo, però, il Napoli ha ancora qualcosa da dare, qualcosa da dire. Lo leggi nei numeri, quelli delle statistiche che abbiamo già snocciolato, ma pure quelli delle classifiche. Cominciando questo viaggio, abbiamo scritto che questo è il miglior momento per parlare del Napoli perché è il momento dei confronti. E allora, confrontiamo: senza Higuaín, e nonostante tutti i problemi di gioco e infortuni, il Napoli ha sei punti di svantaggio sulla splendida cavalcata dell’anno scorso (stasera, con una vittoria, potrebbero diventare tre), ma intanto è in piena corsa per qualificarsi agli ottavi di Champions. E ha segnato solo due gol in meno rispetto allo scorso anno, alla 14esima della Serie A 2015/2016 che c’era Higuaín. Due, solo due. Poteva andare meglio, certo, ma si cresce anche così. Non è ancora il caso di buttare via tutto, forse.