Calcio

La passione di Di Canio

Intervista a Paolo Di Canio, voce della Premier League su Sky: la passione per l'Inghilterra, la televisione, la voglia perdurante di panchina.

In Inghilterra, il giorno della partita, vai in processione in modo religioso coi colori della tua squadra; il panino per i bambini, la pinta per gli adulti, è un rituale. Per noi c’è la domenica attorno a una tavola, per loro c’è il sabato in processione verso lo stadio. E questo non accade solo per un derby infuocato o per una partita di vertice che può fare la storia: è così anche contro l’Exeter in Fa Cup; possono anche giocare le riserve ma gli spalti sono sempre pieni. Sai come dicono lì: basta che in campo ruzzoli una palla e lo stadio si riempie, non è importante il livello della partita. Conta il football in sé».

Metti Paolo Di Canio a parlare di calcio inglese e ti si apre un mondo, raccontato con la curiosità di un bambino, la professionalità di un allenatore, l’esperienza di un calciatore e la passione di un uomo che ha capito abbastanza presto cosa gli piaceva nella vita, tanto da trasformarlo in una missione, come ci racconterà più avanti. È lo stesso mondo che lui ha rivelato agli occhi di un gruppo crescente di appassionati, svariati anni fa (chi scrive andò a vederlo a Londra nel 2000, solo per sentire Upton Park intonare «Paolo Di Caniooo», ormai un classico della Premier), scegliendo di andare a giocare lì quando ancora non era di moda, diventando un simbolo di una delle squadre più storiche, il West Ham appunto, e prendendo l’avventura così seriamente da farla diventare casa sua.

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Un calcio unico, diverso da tutti gli altri, inutile nasconderselo. No? «Molto. Ma è normale che sia così. Il calcio nel mondo, da noi per esempio, è una passione fortissima, ma è una passione acquisita» continua Di Canio, «non minore o maggiore, diversa. Lì la passione è alla base, e lo è in un paese dove ad esempio il calcio deve competere col rugby come popolarità. C’è una cultura sportiva molto radicata: i britannici sono un popolo del fare, quando però poi arriva il match, quello è un giorno sacro. Le famiglie sono partecipative, uomini, donne e bambini; ripeto, è come una religione. Non è argomento di discussione in famiglia, “vado alla partita o non vado, guardo la partita o non la guardo”. È un fatto sociale: pensa alla rivalità fra Millwall e West Ham, per fare un esempio che conosco bene, e al modo in cui è nata: un grande sciopero con un gruppo che voleva farlo e l’altro no».

«In Inghilterra c’è una cultura sportiva molto radicata: i britannici sono un popolo del fare, quando però poi arriva il match, quello è un giorno sacro»

Sono cose che alla lunga radicano appunto una passione. «Che è cosa diversa dal fanatismo in voga qui da noi: lì le squadre non si osannano se vanno bene e poi alla prima difficoltà gli si va a tirare i sassi; lì al massimo fanno buu, ma continuano ad andare allo stadio, fanno l’abbonamento anche se la squadra scende in League 1. Il tifoso pensa “lo faccio perché è la mia religione, la mia fede”; non esiste quello che dice “vabbè, sabato vado a pranzo con gli amici, mi hanno invitato, sai, tanto c’è una partita così così”. Basta viverlo per un giorno per capire di cosa sto parlando. Nel 2012 sono andato, da allenatore, in finale a Wembley per la Coppa della loro Serie C: noi, lo Swindon, League 2, contro il Chester eld, League 1. Si sono mosse due città: noi trentatremila tifosi al seguito, loro ventiduemila, cinquantacinquemila persone per una finale di Coppa di terza serie».

Già, il Di Canio allenatore. C’è sempre: lo si capisce chiacchierandoci privatamente, e lo si nota anche in tv quando fa l’analisi tattica (e se la prende con la fase difensiva dell’Arsenal, uno dei suoi cavalli di battaglia). Viene da non escludere di rivederlo su una panchina, prima o poi. Solo inglese? O anche in Italia? «Guarda, qualche tempo fa ho rifiutato una squadra importante di Serie B. Non avevo mai preso in considerazione l’Italia per allenare, più che altro per come è impostato qui il lavoro: in Inghilterra scegli tutto, se sbagli vai via, se fai bene, resti. In Italia sei quasi costretto a sbagliare, entri in un ambiente dove il direttore sportivo mette parola su tutto, i giocatori non li sceglie quasi mai l’allenatore».

«In Italia sei quasi costretto a sbagliare, entri in un ambiente dove il direttore sportivo mette parola su tutto, i giocatori non li sceglie quasi mai l’allenatore»

Continua: «Invece dove mi hanno cercato c’era la possibilità di fare un discorso diverso, ma non era il momento: se dovessi fare questa scelta la farei a inizio stagione, non in corsa. Tutto ciò mi ha portato a riconsiderare le mie vedute, e siccome ho il fuoco sacro dentro dell’insegnamento, della guida, di plasmare un gruppo, l’idea mi affascina e diciamo che una finestrella che era quasi del tutto chiusa si è aperta un pochino di più. Il che non vuol dire che voglio allenare solo in Italia. In Inghilterra, in altri Paesi: il Giappone, per esempio, come esperienza di vita, al di là del calcio, mi piacerebbe moltissimo. Insomma ovunque lo possa fare per passione e non solo per mestiere: ho la fortuna di poter scegliere, ho il carattere per poter dire “faccio questo se lo posso fare come missione”».

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La discussione va avanti ancora un po’: chiedo a Paolo Di Canio di farmi il nome di un allenatore che apprezza. «Il Cholo Simeone: il suo club continua a cambiare giocatori importanti, a prenderne di seconda fascia, che lui plasma e ne tira fuori il carattere, e la squadra migliora». Poi gli chiedo quale sia stato l’allenatore capace di valorizzarlo di più quando giocava. «Lippi a Napoli, mi diede una sorta di libertà vigilata in cui mi espressi al meglio». E chiudo chiedendogli dove schiererebbe, il Di Canio allenatore di oggi, il Di Canio giocatore di ieri: «Oggi, col calcio attuale, nel 4-2-3-1 lo metterei centrale nei tre dietro la punta. A girare, dove vuole, sapendo che così la giocata me la fa, gioca per i compagni e con i compagni, è il primo a pressare perché si sente felice di essere libero, come un bambino. È esuberante, corre, non s’arrabbia. Gioca a calcio».

Tratto dal numero 8 di Undici
Fotografie di Andy Massaccesi


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