L’altra Liga

Oltre Real Madrid e Barcellona: perché il bello del campionato spagnolo sta nelle squadre meno blasonate.

Il 7 settembre del 2011, Rafa Benítez è un tecnico senza panchina. È stato esonerato dall’Inter a dicembre 2010, sarà chiamato alla guida del Chelsea nel novembre dell’anno successivo. Il 7 settembre del 2011, sul suo sito ufficiale – che viene utilizzato come un blog calcistico in continuo aggiornamento -, Rafa Benítez pubblica un articolo di analisi statistica e tattica. Il titolo è autoevidente: “Is La Liga better than the Premier League?”. Il testo si apre con una frase che, in qualche modo, fa da linea guida a tutti i concetti che verranno espressi in seguito: «La Premier League si caratterizza per un gioco più veloce, che comporta un dispendio maggiore di energie fisiche rispetto al campionato spagnolo. La Liga, invece, è un torneo più tecnico e più tattico».

Ancora oggi, questo argomento e queste considerazioni sono molto attuali. La Premier League è diventato il campionato più bello del mondo perché non aveva altra scelta. Del resto, quando si parla di Premier League, anche chi analizza e racconta il calcio non ha altra scelta: la perfetta gestione del marketing ha definito l’era del calcio postmoderno, i faraonici contratti televisivi hanno scavato un gap economico incolmabile con qualsiasi altra lega calcistica. Fatalmente, i migliori allenatori e calciatori del mondo sono tutti – o quasi – planati sul campionato inglese.

Guardando alla Liga, solo Real Madrid e Barcellona riescono a reggere il confronto con la ricchezza della Premier. Nella Deloitte Football Money League 2017, la classifica dei club europei per fatturato, 12 posti della top-30 sono riservati a squadre inglesi. Poi c’è l’Atlético Madrid, che però rappresenta un caso unico nel rapporto tra introiti e risultati sul campo. Non a caso, proprio pochi giorni fa, il Financial Times ha assegnato ai Colchoneros il titolo di “club con la gestione più intelligente d’Europa”.

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Eppure, sei posti su dodici per le ultime finali di Champions League sono stati appannaggio di club spagnoli, con quattro vittorie;  cinque delle ultime sette Europa League sono state conquistate da squadre della Liga; le ultime 20 sfide a eliminazione diretta tra Inghilterra e Spagna, nelle coppe europee, vedono gli iberici in vantaggio per 18 a 2. Un dominio assoluto, che sarebbe semplicistico ricondurre solo a un primato tecnico, oppure a una diversa e più profonda preparazione tattica. Secondo Sid Lowe, penna di Espnfc, la differenza è filosofica. Oltre i giganti blancos azulgrana, il calcio spagnolo garantisce competitività attraverso le idee. Le idee dei più piccoli, che permettono pure di superare le differenze economiche: «Il denaro rende i club pigri, mentre le casse vuote spingono a cercare soluzioni nuove, più fantasiose e sostenibili. In Spagna ragionano in questo modo. Certo, non tutti i club della Liga sono perfetti. La maggior parte di essi, però, ha un’identità. Un progetto definito a cui lavorare, un proprio percorso. Che può variare, certo, e basta pensare a quanto siano diverse tra loro le politiche di Siviglia, Eibar, Villarreal, Athletic Bilbao. Il lavoro svolto lontano da Madrid e Barcellona è sicuramente positivo: anche l’altra Liga può vantare buoni giocatori, integrati in squadre guidate da allenatori preparati, intelligenti».

Identità, progetto, lavoro: è la costruzione del calcio. Una costruzione alternativa del calcio. L’altra Liga è un luogo perfetto per sviluppare un’idea di gestione sportiva, per cercare, creare e crearsi un modello, per crescere secondo concetti di base differenti. Tanti modi per provare a diventare grandi, confrontandosi con i grandi. Storie bellissime, tutte da conoscere e approfondire. Da raccontare.

Celta Vigo-Barcellona 4-3. L’altra Liga che vince, pure contro i giganti. E in modo divertente.

Avanguardia tattica
Siviglia, Celta Vigo, Las Palmas

La redazione di Espnfc, molto probabilmente, è un vero e proprio fan club del campionato spagnolo. Pochi giorni fa, dopo la vittoria del Siviglia contro il Real Madrid, è Graham Hunter a confessare il suo amore per la Liga: «I club della middle class iberica riescono a fare grandi risultati attraverso lo sviluppo del talento, la tecnica dei giocatori, il grande livello di allenamento e la profonda cultura tattica. Niente palloni lunghi, niente corse a cento all’ora o combattenti tra calciatori-gladiatori». Un elogio pieno, assoluto, alla brillantezza e alla varietà della proposta calcistica di un campionato che si presta perfettamente alla sperimentazione. Alle rivoluzioni del campo. Quelle che partono dall’alto e dall’impatto storico verificato – basta accennare al Tiqui-Taca o al Cholismo -, ma pure quelle che si originano dal basso, e che in qualche modo provano a compensare la differenza di qualità assoluta rispetto alle grandi squadre.

Il Siviglia, probabilmente, rappresenta al meglio – anche perché ai più alti livelli – questo tipo di dimensione tecnica e narrativa. La squadra di Sampaoli pratica un gioco fatto di altissima intensità ed esaltazione del talento, dai principi semplici eppure avveniristici: la riconquista del pallone in zone avanzate di campo, l’uscita palla al piede dalla difesa, la costruzione di triangoli e le continue sovrapposizioni in campo per rendere la manovra più fluida. Juan Jimenez, giornalista di As, ha descritto con queste parole l’impatto della Revolución Sampaolista sull’universo Liga: «Il calcio eclettico di Sampaoli, a soli sei mesi dal suo sbarco in Spagna, l’ha già trasformato in uno dei personaggi dell’anno, nella nuova stella assoluta costruita dal Siviglia».

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Accanto alla figura ingombrante del Loco Sampaoli, alla portata immediata e assoluta del suo lavoro, crescono altri progetti dal grande significato tattico. Uno di questi è quello di un altro tecnico argentino, Eduardo Berizzo detto El Toto. Un altro allievo bielsista – come Sampaoli -, un altro perfezionista assoluto – come Sampaoli -, un tecnico «che cerca sempre di seguire il suo stile, basato sul concetto di pressione a tutto campo e su un tentativo continuo di indurre all’errore il suo avversario». Come Sampaoli, esatto. Il Celta Vigo costruito da Berizzo è rientrato nel ristretto circolo di squadre a cui il sito outsideoftheboot ha dedicato la serie di articoli “Hipster Guide 2016/2017”. La quote che descrive l’approccio del Toto, qualche rigo sopra, è tratta proprio da uno di quei pezzi. Inutile aggiungere che in questa shortlist è presente anche il Siviglia.

Sarebbe sbagliato, però, ridurre i galiziani a un semplice “Siviglia in miniatura”. Berizzo, nel suo lavoro ormai triennale a Vigo, è riuscito a imporre una mutazione graduale dei concetti di gioco. Se il principio difensivo fondamentale resta il pressing a tutto campo, il tentativo di bloccare subito la manovra avversaria, lo sviluppo della fase offensiva ha subito un’evoluzione: la squadra orientata al possesso ereditata da Luis Enrique nell’estate 2014, confermata nella sua concezione orizzontale nella prima stagione con El Toto in panchina (489 passaggi per match, di cui 357 corti: terza quota della Liga 2014/2015 dopo Barça e Real), ha assunto una dimensione più verticale, più immediata. Il Celta 2016/2017 è settimo per numero di passaggi (456 ogni 90′, di cui 324 corti), non tira molto verso la porta (10 conclusioni di media per match) ma ha la più alta shot accuracy di tutto il campionato (55%).

Celta Vigo v Real Madrid - Copa Del Rey Quarter-final: Second Leg

La trasformazione di Berizzo si basa quindi su un concetto elementare: velocizzare la costruzione del gioco, orientarsi maggiormente alle transizioni per aumentare le occasioni nitide. Una scelta che è sembrata giusta soprattutto per i  grandi appuntamenti: 4-3 al Barcellona, la qualificazione ai sedicesimi di Europa League, la sconfitta inflitta al Real Madrid nel doppio confronto di Copa del Rey. Proprio dopo la vittoria al Bernabeu contro le merengues, primo step verso la qualificazione alla semifinale (persa in settimana contro l’Alaves), Berizzo ha dichiarato: «Nella seconda parte del match, siamo stati in grado di recuperare il pallone e di ripartire subito, in questo modo abbiamo trovato le giocate verticali che ci servivano per essere pericolosi». È il nuovo Celta: un cambiamento voluto, inseguito, imposto.

In un sistema di gioco di questo tipo, i calciatori dalla grande versatilità tattica e dalla grande capacità di adattamento e lettura situazionale sono destinati ad emergere. La stagione di Iago Aspas e Wass, in questo, senso, è di grande livello. Aspas, galiziano di Moaña e canterano del Celta, esperienze anonime a Liverpool e Siviglia, si è reinventato centravanti completo a 30 anni. Non solo le 11 reti in Liga – a due lunghezze dal capocannoniere Messi -, ma anche una qualifica verificata di regista offensivo: con 33 key passes già effettuati, è il primo attaccante puro del campionato spagnolo per numero di occasioni create – se non vogliamo considerare Messi e Neymar come delle punte in senso assoluto. Il 15 novembre scorso, Lopetegui ha premiato la sua crescita, assoluta e inattesa, con l’esordio in nazionale: Inghilterra-Spagna 2-2, Iago Aspas in gol all’89esimo con uno splendido sinistro a giro. Daniel Wass, invece, è un inno alla e della poliedricità, un calciatore multidimensionale: terzino destro in gioventù, gioca indifferentemente trequartista nel 4-2-3-1 o interno nel 4-3-3 di Berizzo. Le 27 occasioni create e i 43 eventi difensivi in 18 match di Liga confermano l’alto rendimento in entrambe le fasi di gioco. Per El Toto, Wass è «un esempio positivo, perché ha un’adattabilità permette alla squadra di assorbire le assenze senza problemi».

Iago Aspas, gol compilation

Nell’ultimo mercato di gennaio, al termine del quale la Liga è risultato il dodicesimo campionato del mondo per volume di spesa (27 milioni investiti, 23 incassati per tutti i 20 club), i trasferimenti in entrata più suggestivi hanno avuto una sola destinazione: Las Palmas de Gran Canaria. Di Alen Halilović abbiamo scritto qualche giorno fa; accanto al croato, è arrivato un altro ex wonderkid con propositi di riscatto, Jesé Rodríguez. Al di là della portata narrativa del prestito dell’ex Madrid – Jesé è canariano, non ha mai giocato sull’isola e per farlo pare abbia rifiutato Roma, Milan, Liverpool, Schalke 04 e Middlesbrough -, colpiscono gli elogi di entrambi i calciatori al sistema tattico di Quique Setién, tecnico degli Amarillos. Che ha impostato una vera e propria rivoluzione, tutta basata sull’estetica.

Il Las Palmas è la seconda squadra della Liga per possesso palla medio (56%) e per passaggi riusciti (9224), è ultima per contrasti a partita (16) ed ha il secondo miglior calciatore della Liga per pass accuracy tra quelli sopra le 15 presenze. Roque Mesa, centrocampista difensivo, anche lui canariano, raggiunge infatti una precisione dei passaggi del 91,4%. Il primo di questa graduatoria si chiama Toni Kroos, e tocca quota 92%. Questi dati spiegano il concetto di calcio raffinato che Setién ha cercato di avviare al Las Palmas, fin dal giorno del suo arrivo alle Canarie, nel’ottobre del 2015. Un calcio fatto di attesa e pazienza, una riscrittura del juego de posición a una diversa latitudine di classifica. Un’idea coraggiosa ma efficace, che vale una posizione ai margini della zona Europa League dopo la salvezza tranquilla dello scorso campionato. E che ha permesso a calciatori dalla personalità complessa di tornare a esprimere il loro talento: i tre cannonieri della squadra sono Boateng, Jonathan Viera e Livaja (6, 5 e 4 gol), tre ex promesse dalla carriera interlocutoria risorte alle Canarie. Grazie al calcio di Setién, definito dal Guardian «A purist and a preacher man». Un purista e un predicatore. Due parole significative, indicative, per tracciare un ritratto veloce del tecnico.

Proprio Boateng, in casa del Villarreal, ha realizzato il gol-manifesto del Las Palmas. Una squadra che è un tentativo di lavorare il talento con le idee, è la volontà e la cocciutaggine di inscatolare il tutto in una confezione di calcio pregiato. Questo è Setién, questo è il Las Palmas che sta plasmando. È una rappresentazione de l’altra Liga, una delle più affascinanti, mitopoietiche. L’idea di Jesé e Halilović, ripartire in un contesto così, forse non è proprio una locura. In italiano, dallo spagnolo, locura si tradurrebbe “follia”, più o meno.

Kevin-Prince Boateng e il Las Palmas in: “Qualche secondo di pura bellezza”

Identità
Athletic Club, Real Sociedad, Eibar

Copa90 ha prodotto due bellissimi documentari, sull’Athletic Club e sull’Eibar. Più che racconti calcistici sono storie di appartenenza geografica e fondamentalmente politica, alla fine della visione si percepisce un senso di orgogliosa consapevolezza. Consapevolezza di se stessi, del significato di alcune scelte in un determinato contesto, che è indifferentemente – perché contemporaneamente – calcistico e sociale.

Da questo punto di vista, l’esperienza dell’Athletic è quella storicamente più radicata nell’immaginario collettivo. Nonostante la diluizione degli ultimi anni – l’apertura a calciatori con discendenze basche, o anche di origini non basche ma nati e/o cresciuti calcisticamente in squadre localizzate nelle varie zone di Euskal Herria -, il club mantiene ancora un’assoluta identificazione col territorio. Una politica di reclutamento estrema perché chiusa in una cornice molto rigida, che ancora oggi è pienamente condivisa dal pubblico di San Mamés, e che va letta evitando banalizzazioni sociopolitiche di sorta – una delle interpretazioni più complete e interessanti, in questo senso, è quella proposta dalla Bbc alla vigilia della finale di Europa League del 2012.

Athletic Club v Club Atletico de Madrid - La Liga

Spostare il discorso sul puro modello calcistico, sul lavoro finalizzato al campo – quello che stiamo trattando in questo testo -, vuol dire analizzare un sistema che fa dello scouting regionale e della crescita dei giovani talenti i suoi punti di forza. Un punto di forza obbligato, perché il bacino d’utenza da cui pescare è fortemente limitato: l’intera regione del Paese Basco, che va dalla Navarra alla Francia basca e non va confuso con i Paesi Baschi (la seconda dicitura identifica solo la comunità autonoma spagnola), supera di poco i tre milioni di abitanti. Per questo, come recita il motto della società bilbaina, “con cantera y afición, no hace falta importación“: 18 dei 23 giocatori dell’Athletic Club sono cresciuti nella cantera rojiblanca. Le cinque eccezioni – Elustondo,  Balenziaga, Mikel Rico, de Marcos, e Raúl García – arrivano dalle giovanili di  Real Sociedad (i primi due), Alavés, Baskonia e Osasuna di Pamplona. Uno dei pochissimi casi al mondo di organico a chilometri zero, e quindi dall’incredibile valore economico senza investimenti iniziali: stando alle valutazioni di Trasnfermarkt, il settore formativo dell’Athletic Club ha prodotto un valore in calciatori di 123,80 milioni di euro. Una cifra pari alla somma del valore totale (152,80) meno i 29 milioni riferiti ai cartellini dei cinque “stranieri” cresciuti in altre società.

I tre giocatori più costosi della rosa dei Leones (dati Tranfermarkt) hanno storie diverse, che descrivono i percorsi giovanili che è possibile seguire per diventare un calciatore dell’Athletic. Aymeric Laporte (valutazione 25 milioni), difensore mancino, centrale o terzino sinistro è l’unico straniero a disposizione di Valverde. È un basco francese, nato ad Agen, ed è il secondo calciatore transalpino della storia ad aver indossato il biancorosso dell’Athletic. Il primo è stato Bixente Lizarazu. Iñaki Williams, attaccante o esterno offensivo (valutazione 20 milioni), è nato a Bilbao da genitori africani, padre ghanese e madre liberiana, ed è stato il primo giocatore di colore nella storia dell’Athletic Club. È un simbolo di integrazione, è l’inclusione del calcio moderno che entra in una politica tradizionale e tradizionalistica come quella del Bilbao. Iker Muniain Goñi (valutazione 14 milioni), attaccante e fantasista nato a Pamplona, rappresenta l’idealtipo dello storico calciatore dell’Athletic: percorso completo nel settore giovanile rojiblancos, fedeltà assoluta alla maglia e una carriera già lunghissima alle spalle (309 presenze con l’Athletic in sette stagioni e mezza in prima squadra) nonostante i 25 anni non ancora compiuti.

Scuola difensiva basca/1, modello Athletic Club

Se l’Athletic Club e la Real Sociedad (ne parleremo dopo) sono la faccia più puramente territoriale di Euskal Herria, l’Eibar rappresenta un modello necessario, un’autarchia spagnola imposta dalle contingenze. Nello speciale di Copa90 che abbiamo linkato in alto, c’è un’intervista del presidente della promozione Alex Aranzábal. Seduto nella sala dei trofei del club, completo grigio tono su tono, gambe accavallate e modi posati, Aranzábal parla a un certo punto della sfida giocata all’Ipurua – lo stadio di Eibar, 5200 posti – contro il Barcellona: «Una squadra con un budget di 16 milioni di euro ha sfidato un’altra squadra con un budget di 600 milioni di euro. Per una partita dello stesso campionato». Al di là della retoricizzazione dei soliti concetti di piccoli e giganti, il fatto che in questo momento l’Eibar occupi la settima posizione in classifica, a tre punti dal Villarreal e da una impronosticabile qualificazione europea, rappresenta un’anomalia numerica e, insieme, l’esaltazione di un modello di gestione perfettamente calibrato sulle finanze del club.

Al terzo campionato consecutivo in Liga, l’Eibar ha la 17esima rosa per valore assoluto dei calciatori (dati Tranfermarkt), 49 milioni di euro. Una cifra inferiore solo a quella di due delle tre neopromosse (Osasuna e Leganés) e dello Sporting Gijón. In rosa ci sono solo cinque stranieri, e il calciatore più costoso acquistato nell’ultima sessione di mercato è stato pagato 3,2 milioni. Si tratta di Nano, attaccante ex Tenerife con sole 5 presene all’attivo dall’inizio di stagione. Una squadra costruita al risparmio, con un solo calciatore cresciuto nella cantera, Ander Capa, e qualche ex promessa da rideterminare. Il calciatore più costoso e celebre dell’organico a disposizione di Mendilibar, 55enne tecnico basco di Zaldiba,  rappresenta in maniera perfetta la politica di reclutamento dell’Eibar: si tratta di Pedro León, che oggi ha trent’anni. E ha alle spalle il racconto di una carriera meno luminosa rispetto alle attese, e ha un profilo Instagram dove pubblica selfie di famiglia allo specchio. È una scommessa, un tentativo di riabilitazione in un ambiente perfetto per esprimersi al meglio. Pare stia funzionando.

Il progetto dell’Eibar, però, è avvicinarsi al lavoro giovanile di Athletic Bilbabo e Real Sociedad. In un’intervista del febbraio 2016, il director del futbol degli Armeros Mikel González, un ragazzo di 28 anni, ha spiegato che l’idea del club è quella di «sviluppare le strutture di formazione sfruttando il momento di maggior ricchezza nella storia del club. Per il momento, i nostri scout coprono un raggio di 40 km, ma stiamo crescendo. Le prospettive a lungo termine sono esaltanti». Un progetto, un percorso da seguire, un investimento sul futuro mentre la prima squadra è in lotta per l’Europa. In un articolo di Undici sul “fútbol diferente” di Eibar, Francesco Paolo Giordano ha scritto che la squadra che gioca all’Ipurua, grazie alla promozione del 2014, «è riuscita a conquistarsi, finalmente, un posto nella storia». Ora è in atto un tentativo per mantenerlo, questo posto nella storia. Il loro tentativo, il tentativo dell’Eibar. E profuma di identità, e di futuro.

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Il secondo club per numero di giocatori in prima squadra formati nella cantera è la Real Sociedad. Sono 15, come per il Las Palmas. Il club di San Sebastián, in qualche modo, ha sempre rappresentato una lettura alternativa della definizione identitaria di Euskal Herria: per 35 anni, dal 1967 al 2002, nessun giocatore spagnolo non basco ha vestito la maglia Txuri-urdin. Il primo a riaprire le “frontiere” è stato Sergio Boris, 22enne acquistato dall’Oviedo all’alba della stagione 2002/2003. In seguito, la particolare politica di trasferimento aperta ai sudamericani, ai russi, agli slavi ma non agli spagnoli, ha conosciuto altre eccezioni – su tutte il catalano Tamudo, acquistato nel 2010, e il madrileno Granero -, ed oggi rappresenta una parte marginale del modello: tre soli stranieri in organico (il portiere argentino Rulli, il messicano Vela e l’attaccante Willian José), i 15 prodotti del settore giovanile e l’orgoglio per un club in grado di coniugare il lavoro sulla formazione e i risultati in campo.

La Real Sociedad è quinta in classifica, a un punto dall’Atlético Madrid. In un’intervista pubblicata da El Diario Vasco alla vigilia di Natale, il presidente del club Jokin Aperribay ha anticipato i progetti futuri del club: «I nostri canternanos non diventeranno merce per altre squadre. Vogliamo crescere, abbiamo un piano di ampliamento per lo stadio Anoeta e una squadra titolare con nove calciatori cresciuti nelle nostre strutture di formazione. Pochi club, forse nessuno, possono vantare un lavoro di questo tipo». Pure il tecnico Eusebio è una parte integrante, fondamentale del progetto: in carica dal novembre del 2015, è stato colonna in campo del Barça Dream Team e poi uomo di riferimento alla Masia. In un articolo-ritrattoEl Paìs lo definisce un “forjador de canteranos“. C’è una quote dello stesso Eusebio, nel pezzo, che è un’autodefinizione: «Sono arrivato in un club con una grande tradizione giovanile. Il mio compito è verificare se qualche giovane prodotto della Real Sociedad possieda già le caratteristiche per giocare in prima squadra». Difficile presentarsi meglio, a San Sebastián.

Scuola difensiva basca/2, modello Real Sociedad. Iñigo Martínez, centrale 25enne dei Txuri-urdinSecondo Tranfermarkt, vale 15 milioni di euro

Player Trading
Atlético Madrid, Villarreal, Alavés

Modelli che funzionano, modelli che non funzionano. L’idea stessa di affidarsi al player trading, di costruire una squadra sulle sole logiche di calciomercato, rappresenta un azzardo. Basti pensare a casi negativi come il Valencia, o il Granada. Da questo punto di vista, il club cui fare riferimento positivo è l’Atlético Madrid. Ovvero, come già scritto sopra, il riconoscimento come “Europe’s smartest spending club” secondo il Financial Times; ovvero gli incredibili risultati sul campo dal 2010 a oggi – due Europa League, due finali di Champions, un titolo nazionale, una Copa del Rey, una Supercoppa di Spagna e una Europea. Ma soprattutto, e qui sta il modello virtuoso, la capacità di rimanere estremamente competitivi in campo nonostante la politica sell-to-buy in sede di campagna trasferimenti. Per rimanere alle ultime quattro stagioni, e limitandoci ai soli nomi di spicco, i Colchoneros hanno ceduto Falcao, Diego Costa, Filipe Luis (poi riacquistato),  Adrián López, Raúl Jiménez, Jackson Martínez, Arda Turan, Mario Mandžukić, Mario Suárez, Miranda, Borja Bastón. Questi addii sono stati controbilanciati da acquisti di altissimo livello (secondo i dati Transfermarkt, il bilancio entrate/uscite delle ultime quattro stagioni di calciomercato è negativo per 14 milioni), ma l’operazione di mercato è sempre legata all’idea di una futura cessione. Il prossimo colpo in uscita potrebbe essere Antoine Griezmann. Ovviamente non mancano le polemiche per le relazioni con i fondi di investimento e le Tpo (consigliamo un gran pezzo di approfondimento del Guardian su Jorge Mendes, con l’Atleético protagonista), le discussioni sull’accordo con Wanda e sul nuovo stadio in via di costruzione. Nel contesto di questo pezzo, però, sarebbe fuorviante ammettere che l’Atlético non rappresenti un benchmark assoluto per la gestione di un’impresa calcistica in grado di coniugare risultati economici e sportivi.

Altri club, nella Liga, hanno adattato questo tipo di modello alle loro possibilità economiche. Uno di questi è il Villarreal, sesto in classifica e prossimo avversario della Roma nei sedicesimi di Europa League. Il Submarino Amarillo, dopo i fasti del periodo 2006/2011, ha avviato una nuova politica basata sulla valorizzazione delle operazioni di mercato, soprattutto quelle temporanee: nelle ultime quattro stagioni, dieci calciatori sono arrivati in prestito al Madrigal, da squadre importanti come Barcellona, Porto, Psg, Real Madrid. Villarreal, evidentemente, è un luogo perfetto per smussare gli angoli del talento, per preparare i campioni del domani al grande calcio. A questi profili, si aggiungono calciatori dalla resa sicura (Soldado e Roberto Soriano, ad esempio) più scommesse dall’alto potenziale di successo (Cheryshev, Sansone, Bakambu). A sostenere questi investimenti, una grande cessione l’anno dopo una riuscita costruzione del (grande) calciatore: nelle ultime tre estati, il Villarreal ha incassato 73 milioni per Gabriel Paulista, Luciano Vietto e Eric Bailly.

Manu Trigueros: regista, 25 anni, 12 milioni di valutazione secondo Tranfermarkt. The next big thing made in Villarreal?

Intanto, sono cresciuti i risultati: dalla promozione del 2013, due sesti posti e la qualificazione in Champions colta nello scorso campionato (il Villarreal è stato eliminato ai preliminari), più la semifinale di Europa League persa l’anno scorso contrro il Liverpool. Il presidente Roig, in un’intervista del 2014, aveva assicurato che il Villarreal sarebbe tornato a competere presto con le migliori. Durante una chiacchierata con Undici, Roberto Soriano ha confessato di trovarsi bene a Villarreal, che anche Sansone «è felice di essersi unito a questo club». Promesse mantenute, il sorriso dei giocatori, i risultati positivi. Un esempio di progetto che funziona, anche se legato alle dinamiche sfuggenti e poco controllabili del calciomercato.

Un altro caso di gestione positiva legata al calciomercato è quello dell’Alavés, che l’altro ieri ha conquistato la qualificazione alla finale di Copa del Rey – affronterà il Barcellona nell’ultimo atto. La squadra di Vitoria, splendido centro del Paese Basco (una delle città europee con il miglior rapporto tra abitanti e zone adibite a parchi pubblici: 42 metri quadri di verde pubblico a persona), è tornata nella Liga a dieci anni dall’ultima annata in massima divisione. Presentandosi con 19 operazioni di mercato in entrata, tra prestiti (10) e operazioni a titolo definitivo. Il tecnico è l’argentino Mauricio Pellegrino, che in un’intervista a Marca – rilasciata in seguito alla clamorosa vittoria dei suoi ragazzi al Camp Nou – ha spiegato come si assembla una squadra che acquista tanti calciatori in una sola sessione di mercato: «L’unica possibilità è far capire ai giocatori che il loro lavoro rappresenta un patrimonio per la squadra. Devono rendersi conto di essere parte di qualcosa di più grande, gli obiettivi personali devono andare di pari passo con quelli del club. È un anno cruciale, un’occasione unica per tutti e per me».

Barcellona-Alavés 1-2. Pellegrino, a Marca, ha confessato di non aver dormito una settimana per preparare questa vittoria

Accanto al player trading, l’Alavés ha progettato anche l’espansione dello stadio, il Mendizorrotza – soprannominato O Glorioso, come il Benfica – e delle strutture d’allenamento. Mauricio Pellegrino, forse meglio di nessun altro, ci spiega come funziona il modello del campionato spagnolo, quello che guarda al futuro: «Se si vuole crescere, è necessario investire le risorse per  i tifosi. Il fatto che l’Alavés possa avere delle buone infrastrutture non è importante solo per il club, ma anche per Vittoria e per l’intera provincia». Un progetto, un’idea, un percorso da seguire. Pure qui. All’Alavés sono partiti dal calciomercato, ma ora vogliono esplorare il resto. Si accingono a farlo.

È il bello della Liga, campionato in movimento. È il bello de l’altra Liga, microcosmo in crescita. Un luogo da seguire, per tutte queste realtà che provano, ognuna a modo proprio, a costruire se stesse. A costruire il calcio. Che è tecnica e tattica, ma che in Spagna sa essere pure di più: lo sviluppo di un’idea.