Serie A

La Juventus di Allegri è stata semplice e unica

Ha portato i bianconeri a un livello superiore, ma la sua idea di calcio non basta più.

Massimiliano Allegri (Marco Bertorello/AFP/Getty Images)

Per la prima volta da quando allena la Juventus, Massimiliamo Allegri toglie la maschera e si mostra vulnerabile. È chiamato a prendere la parola durante la conferenza stampa congiunta con il presidente Andrea Agnelli, dopo che quest'ultimo ha introdotto l'incontro con un monologo d'elogio, ma la sua voce è rotta, debole, indecisa. Inciampa nelle prime parole, abbassa lo sguardo e accenna un sorriso imbarazzato mentre la platea di fronte a lui, composta dai suoi (ormai ex) giocatori e dai giornalisti accreditati, si scioglie in un applauso. È in questo istante che Allegri, per la prima volta, può essere solo e soltanto Allegri, senza alcun filtro di protezione nei confronti di un ambiente che non lo ha mai apprezzato del tutto.

Nell'atto del saluto, empatizza per la prima volta con il suo pubblico, quello da cui si è sempre distaccato per proteggersi e per proteggere il suo lavoro. Perché Allegri è stato accettato dai tifosi bianconeri, ma mai davvero accolto. Ha dovuto convivere con una condizione di semi-solitudine, trovando supporto all'interno della società mentre all'esterno prevaleva la diffidenza, nonostante la sequenza di trofei. Le parole di Agnelli, a tal proposito, non sono un caso: «Lo ringraziamo, perché da solo ha scritto la storia della Juventus». Quel da solo è indicativo, viene ripetuto più volte dal presidente e sottolineato con forza dalla maglietta celebrativa donata al tecnico sulla quale campeggia la scritta “History Alone”, e suona come una protezione ultima del presidente nei confronti dell'allenatore che non ha avuto il corretto riconoscimento rispetto al lavoro svolto, nonché un invito ai tifosi nell'applaudire l'allenatore livornese il giorno dopo, in occasione dell'ultima gara all'Allianz Stadium. Allegri, dal canto suo, lascia la Juventus come è nel suo stile, cioè senza rivendicare nulla e anteponendo gli altri a se stesso, pure durante la conferenza d'addio a lui dedicata. Scherza, ma fino ad un certo punto, quando afferma che il giorno dopo si sarebbero dovute festeggiare due cose: «Lo scudetto e l'addio allo Stadium di Barzagli». La terza non è menzionata, anche se è altrettanto rilevante, se non di più.

Al Camp Nou nellaprile 2017, durante i quarti di finale, poi vinti, contro il Barcellona (Luis Gene/Afp/Getty Images)

È indubbio che Allegri abbia portato la Juventus a un livello superiore rispetto a quando l'aveva presa in consegna, cinque anni fa. Il “problema” è stato il modo in cui ha raggiunto questo risultato. Allegri ha agito secondo la sua filosofia, cioè posizionandosi sullo sfondo, cercando di essere invisibile – per dirla con le sue parole «facendo meno danni possibile». Nonostante lo scetticismo, è stato perfetto per questa Juventus, per come Andrea Agnelli intende gestirla, perché ha anteposto il collettivo al singolo come richiede lo stesso presidente (e lo ha ribadito anche nell'ultima conferenza), lavorando in funzione del risultato con una fermezza tale da tralasciare tutto il resto. Quest'ultimo è stato fin dal principio il motivo di insoddisfazione della critica e dei tifosi e, infine, è diventato anche la causa della separazione: nella virata della dirigenza è pesata più di tutto la vacuità della mano di Allegri sulla squadra, l'assenza di un'identità riconoscibile che potesse essere quindi riconosciuta anche all'esterno, di pari passo alla crescita del marchio Juventus, che nell'acquisto di Cristiano Ronaldo ha trovato l'ultimo apice.

Il paradosso è che l'arrivo di Ronaldo è diventato un punto di non ritorno per Allegri, perché ha sancito un cambio di gerarchia tra il tecnico e la società. Prima quest'ultima accoglieva la crescita indotta da Allegri, dopo ha potuto e dovuto pretenderla. Non è arrivato l'ultimo passo, quello della definitiva consacrazione, perché sarebbe potuto passare soltanto dal gioco, nell'anno in cui il gioco stesso ha preso la rivincita sul calcio pragmatico, ma Allegri l'aveva ormai posto in secondo piano. D'un tratto, quindi, Allegri si è ritrovato in ritardo rispetto ai desideri della Juventus. Non bastava più, nonostante la storia, a prescindere dai trofei.

Le difficoltà di questa stagione non devono però oscurare quanto Allegri ha realizzato prima di essa e quanto ha dato alla Juve. L'idea di calcio di Max aveva reso indolore il pericoloso post-Conte: non era affatto scontato ereditare una squadra basata su un gioco estremamente codificato e renderla non solo migliore, ma anche diversa, visto che scimmiottare la filosofia altrui è il miglior modo per fallire. Allegri è riuscito nell'intento, come ha dimostrato la scalata immediata alla finale di Champions avvenuta lungo il primo anno di gestione, proprio perché ha saputo sfruttare il meglio del lavoro antecedente, spargendo gradualmente la sua filosofia. Così ha ribaltato la gerarchia piramidale nella Juventus: se prima il vertice era Conte, perché era colui che aveva la maggiore influenza sui risultati e sulle prestazioni della squadra, Allegri ha fatto passare la squadra in primo piano. È stata una rivoluzione che ha fortificato la Juve perché ha assecondato l'idea aziendale di Agnelli, per cui la società è e deve essere superiore a coloro che ne fanno parte.

AllOlimpico di Roma, dopo aver vinto la Coppa Italia contro il Milan nel 2018 (Isabella Bonotto/Afp/Getty Images)

Ma è scorretto affermare che Allegri abbia gestito laddove Conte aveva creato: l'ex milanista ha saputo creare qualcosa di molto importante anche se in un modo meno riconoscibile. Ha conferito alla squadra un respiro europeo, dal punto di vista dei risultati e da quello gestionale: la capacità di giocare le partite di massimo livello e con la massima tensione possibile senza condizionamenti, la gestione dei momenti durante la stagione, la consapevolezza della propria forza, la flessibilità tattica tra e durante le stagioni, la volontà di darsi sempre nuovi obiettivi e prospettive. Non è nemmeno corretto affermare che Max non abbia avuto innovazioni tattiche, anzi, tramite queste ultime ha dato sempre nuovi orizzonti alla Juve: basti pensare al passaggio al 4-3-1-2 per valorizzare il centrocampo nel primo anno, al pragmatico ritorno al 3-5-2 del secondo anno per ovviare alle difficoltà e alla partenza di Vidal, al coraggioso 4-2-3-1 del terzo anno, fino al 4-4-2 ibrido della scorsa stagione.

Il punto della discordia, però, è l'impressione secondo la quale il tecnico livornese ha sempre reagito – seppur anticipando e prevenendo le difficoltà della squadra – ma mai agito costruendo un'identità tattica unica e permanente. Ma non faceva parte della sua strategia: Max ha deciso fin dal primo istante, e ne è stato convinto fino alla fine, che il modo migliore per far crescere la Juve era utilizzare la sua idea di calcio “semplice”. È stata una scelta naturale per lui, ma ciò che conta è che sia stata coerente con i bisogni della Juve. Allegri, in sostanza, ha valorizzato il patrimonio tecnico e societario annullando la ricerca di un'identità tattica, al contrario di quanto sono soliti fare i migliori allenatori in circolazione (Guardiola, Klopp e via dicendo): è andato controcorrente, ma ha raggiunto l'obiettivo che la società gli aveva richiesto, ovvero coniugare la crescita societaria ed economica della società ai risultati in modo che si alimentassero a vicenda. Questo suo “anonimato” è stato quindi la sua delizia, ma allo stesso tempo la sua croce. Secondo i detrattori, la filosofia di Allegri ha trasformato la Juventus in una squadra tatticamente povera, priva di un gioco attraente e adatto alla vittoria europea; di contro, è evidente che questa stessa filosofia ha reso la Juve migliore di quello che era prima del suo arrivo. Su questa contraddizione è nata, cresciuta e morta l'avventura di Allegri a Torino.

L'ultima partita all'Allianz Stadium (Tullio M. Puglia/Getty Images)

Al netto di tutto questo, il dovere della dirigenza era capire cosa serviva alla società e alla squadra, e la risposta è stata chiara: il ciclo si è esaurito, o meglio, si è consumato. Ed è impossibile rinnovarlo dall'interno, come invece è accaduto negli anni passati. Il fatto che la scelta sia stata “aziendale”, nonostante l'affetto di Agnelli nei confronti di Allegri («Ho trovato un amico», ha dichiarato commosso il presidente bianconero), sottolinea l'esigenza condivisa all'interno del club di una rottura con il recente passato. È arrivato il momento in cui la Juve deve spendere il credito accumulato in Italia, il vantaggio sulle rivali dirette, per sperimentare: Agnelli ha sottolineato che «solo il tempo dirà se la decisione è stata corretta», ma è indubbio che a livello logico e strategico lo sia, nonostante sembri paradossale rinunciare al tecnico con la miglior media punti della storia bianconera in Serie A (2,41 a match), e con la più alta percentuale di vittorie (75,5%). Il futuro dipenderà dalla scelta del prossimo allenatore e dalla sua efficacia, sia a livello di risultati che di confezionamento di una nuova Juventus, che dovrà essere quantomeno simile a quella precedente nei risultati, eppure completamente diversa nel modo di raggiungerli.

 

Immagini Getty Images


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