Calcio Internazionale

Non è facile accettare Sarri

Perché il Chelsea sta pensando di cambiare manager, nonostante una buona stagione.

Maurizio Sarri durante una partita del Chelsea (Stu Forster/Getty Images)

Dal punto di vista strettamente numerico, la prima stagione di Maurizio Sarri da allenatore del Chelsea non può che essere valutata positivamente: finale di Coppa di Lega persa solo ai rigori contro il Manchester City di Guardiola, qualificazione alla prossima Champions League ottenuta con un turno d’anticipo, una finale di Europa League da giocare sei anni dopo l’ultima volta –  nel 2013, in quel di Amsterdam, i Blues di Benítez, curiosamente predecessore di Sarri anche al Napoli, prolungarono la maledizione del Benfica.

Tuttavia, valutare l’annata dell’ex tecnico del Napoli sulla base del raggiungimento o meno degli obiettivi costituisce una chiave di lettura superficiale o, quantomeno, molto parziale. Perché la contraddittorietà del racconto che ha accompagnato l'avventura inglese di Sarri non può sostanziarsi unicamente nella dualità del concetto di vittoria-sconfitta: la questione, infatti, sembra riguardare in che misura la Premier League abbia cambiato Sarri e in quale, invece, Sarri sia riuscito a lasciare una sua impronta, riconosciuta e riconoscibile, nel campionato più difficile del mondo. Un rollercoaster di sensazioni e percezioni che, pur essendo legato ai risultati, allo stesso tempo prescinde dagli stessi: come se la diffidenza verso un determinato approccio al lavoro di e sul campo – «C’era molta attesa nei suoi confronti. Il gioco del Napoli aveva affascinato l’Inghilterra, ma al Chelsea ha deluso», dichiarava qualche settimana fa Henry Winter del Times alla Gazzetta dello Sport – e l’assenza di quel “coinvolgimento esistenziale” che aveva caratterizzato il triennio partenopeo, rendessero tuttora difficile un’analisi completa della stagione del Chelsea, quindi anche la stagione di Sarri.

In effetti, nonostante la netta cesura con la “strategia della tensione” che aveva segnato l’ultimo periodo della gestione di Antonio Conte, il rapporto di Sarri con il “nuovo” calcio inglese è stato segnato da uno scontro filosofico, di natura  tecnica, tattica e, probabilmente, anche culturale. In un campionato che negli ultimi anni ha aumentato la sua competitività grazie agli allenatori stranieri – «Qui ti scontri con dei giganti, il livello tecnico è altissimo. Ma mi sembra che anche tatticamente ci siano stati dei mutamenti, con un’evoluzione che ha fuso le idee degli allenatori all’intensità storica del calcio inglese» ha detto recentemente Sarri al Corriere dello Sport –, riuscire a dare un’identità e una progettualità a medio-lungo termine a una realtà che ha sempre difettato dell’una e dell’altra si è rivelato molto più difficile del previsto. E questo al netto di un inizio talmente promettente (17 risultati utili consecutivi dopo il ko contro il City in Community Shield a poche settimane dal suo insediamento) da far ammettere a un entusiasta Jurgen Klopp di trovarsi di fronte al «più grande cambio di sistema che abbia mai visto in così poco tempo».

Le problematiche di Sarri al Chelsea, dentro e fuori dal campo, posso essere spiegate in tre ordini di valutazione. Il primo, e per certi versi più facile da spiegare, riguarda la parte tecnico-tattica: al di là della difficoltà di applicazione dei principi fondanti del “sarrismo” (il pressing alto, la creazione degli spazi da occupare attraverso il possesso palla), l’intransigenza tattica legata a una certa visione del gioco ha portato a un’aperta contestazione ai giocatori chiave del suo sistema. Primo fra tutti, quel Jorginho che ha letteralmente spostato Kante nello slot di mezzala: l'italobrasiliano è stato ritenuto troppo compassato e “orizzontale” per i ritmi del nuovo calcio inglese – «Non corre e non aiuta in fase difensiva. È semplicemente uno che detta i ritmi di gioco, bravissimo con il pallone tra i piedi, ma che non ha fatto nessun assist in stagione», diceva a gennaio Rio Ferdinand, particolarmente critico. Uno stallo parzialmente risolto nel momento in cui il dogmatismo iniziale si è un po' affievolito, con Sarri che ha predisposto un progressivo adeguamento del 4-3-3 ai ritmi forsennati della Premier League e ha sviluppato una maggiore disponibilità al dialogo con i giocatori più rappresentativi della squadra, maggiormente “delegati” nell'interpretazione di compiti, ruoli e posizioni sul campo. Un compromesso che ha pagato: dal 24 febbraio a oggi, il Chelsea ha perso solo 2 partite su 16.

In secondo luogo, il trovarsi per la prima volta in carriera a gestire un gruppo di giocatori tutti di alto livello ha portato a frizioni inevitabili. Si sono susseguiti: il “Kepa gate” in finale di Coppa di Lega; il siluramento di Cahill, appena 472 minuti in stagione di cui solo 22 in Premier; le incomprensioni con Hazard, che replicò spiegando che «quello che dice l’allenatore non conta» all’accusa di non essere ancora diventato il leader del Chelsea. Inoltre, c’è stato qualche problema anche sul mercato: Sarri non ha restituito a Morata la dimensione di attaccante da top club europeo e successivamente ha avuto difficoltà a inserire Higuaín nel suo sistema. Probabilmente, il punto di rottura con la squadra – o almeno con una parte della squadra – è arrivato dopo il match con l’Arsenal, quando Sarri parlò del Chelsea come «una squadra scesa in campo con un livello di determinazione nettamente inferiore a quello degli avversari, e questo non lo posso accettare. Posso accettare che si sbagli una volta l’approccio come col Tottenham, cosa di cui avevamo parlato molto negli spogliatoi. Pensavo fosse un problema risolto ma mi sto rendendo conto che non è così. Questa è una squadra difficilissima da motivare».

Infine, pesa l’assenza di un supporto della società che si è fatta sempre più evidente con il passare delle settimane e dei mesi, e che è risultata ancor più controproducente nel confronto quotidiano con l’ambiente. Il dato relativo ai 7 esoneri in 15 anni parla chiaro: Roman Abramovich ha sempre preteso tutto e subito dai suoi allenatori – tra l’altro pagati tanto e bene, a prescindere dai risultati ottenuti.  Quando nei primi mesi del 2019 anche questi ultimi sono venuti a mancare, è arrivata la presa di coscienza sull’impossibilità di ottenere in una sola stagione quel modello di gioco che Sarri, a Napoli, aveva perfezionato in tre anni. Allora è stato quasi “naturale” abbandonarlo al proprio destino, nell’attesa di quel passo falso decisivo che ne giustificasse l'esonero immediato. Un passo falso che non è arrivato, nonostante il rapporto con parte della tifoseria e della stampa sia stato compromesso in maniera quasi irreparabile.

Questa sera, Maurizio Sarri, affronta la sfida più difficile e stimolante della carriera. Ha meritato di arrivare a questo punto, ha fatto benissimo all’Empoli, poi al Napoli, e in realtà ha vissuto una buona stagione pure al Chelsea. Solo che qualcosa è andato storto, e allora il tecnico toscano affronterà la partita di Baku con la consapevolezza di essere dentro un paradosso: potrebbe vincere, finalmente, ovvero fare ciò che gli è sempre stato chiesto e che non gli è mai riuscito in passato, e per questo il giudizio su di lui è sempre stato condizionato. Eppure anche la vittoria potrebbe non bastare per guadagnarsi la riconferma.


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