Ronaldinho, ritratto da Paolo Condò

Ascesa e declino del fuoriclasse brasiliano: un estratto dal libro La storia del calcio in 50 ritratti.
di Paolo Condò 06 Settembre 2019 alle 14:55

Per primi scattano in piedi, a macchia di leopardo, gli spettatori seduti dietro alla porta dove ha appena infilato il 3-0. Seguono quelli dei settori centrali, poi tocca alle file più alte, infine lo stadio si convince ad alzarsi e battere le mani a un avversario così bravo. Il giorno è il 29 novembre 2005, lo stadio è il Bernabéu, l’avversario è Ronaldinho.

A quell’epoca la standing ovation dei tifosi del Real Madrid nei confronti di un giocatore del Barcellona aveva un solo precedente, Maradona; dopo anni si aggiungerà Iniesta, e questo è tutto. Niente Messi, per dire (un’assurdità)m ma al Bernabéu non si comanda. Scatta in piedi soltanto davanti a chi vuole – tre italiani possono vantarsene: Del Piero, Pirlo e Totti – e ai “catalani chiede di più. Quella sera Ronaldinho, percorrendo per due volte in apparente scioltezza un corridodio zeppo di avversari, e piazzando la palla una volta alla destra e una alla sinistra di Casillas, disegna arte. L’applauso di un pubblico fieramente rivale è il giusto premio.

Ronaldinho è l’uomo che all’inizio del secolo cambia la storia del Barcellona, invertendo con i suoi giochi di prestigio un periodo di forte impronta madridista (l’era dei primi “galacticos”). La sua freschezza aveva già spinto il Brasile al titolo mondiale del 2002, i suoi numeri rilanciano il Barça e, lo scopriremo poi, garantiscono un ingresso in scena tranquillo a Leo Messi: nel senso che l’inimmaginabile talento dell’argentino incrocia all’inizio difese già duramente impegnate.

Il rovescio della medaglia è che Messi diventa subito il leader tecnico della squadra, e i languori di Dinho – tanto bravo in campo quanto debole fuori – vengono risolti da Guardiola con la cessione. Psicologicamente, è la sua fine. Ronaldinho comincia a estinguersi a 26 anni, dopo un Mondiale fallito per troppi bagordi, e di lì la sua discesa è inarrestabile e triste, perché l’umana solitudine lo porta a commettere un po’ di sciocchezze. Distanti, molto distanti da quella standing ovation.

Illustrazione di Massimiliano Aurelio

Paolo Condò

La storia del calcio in 50 ritratti

Centauria

 

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