Calcio Internazionale

Dani Olmo ha aperto una nuova frontiera

A 16 anni ha lasciato il Barcellona per la Dinamo Zagabria, e oggi è uno dei talenti più promettenti del calcio europeo.

«Smettila di perdere tempo con queste sciocchezze prive di senso, Dani. L’allenamento di lunedì comincia alle 10». Questo il contenuto del messaggio che Dani Olmo dice di aver ricevuto dal suo allenatore delle giovanili del Barcellona il giorno in cui firmò il suo primo contratto con la Dinamo Zagabria. Basterebbe questo aneddoto a spiegare come la storia del fantasista spagnolo nasca in maniera controculturale: accettando di trasferirsi in Croazia, Dani Olmo ha ribaltato il percorso di crescita e affermazione convenzionale dei nostri tempi. E se oggi si parla di lui come “the next big thing” del calcio spagnolo non è solo per il suo indiscutibile talento, ma anche per la scommessa che ha fatto su se stesso. Una scommessa che pochi, alla sua età, avrebbero avuto il coraggio di fare.

Dani Olmo, in effetti, può essere considerato un pioniere, tanto più nella stagione che sta portando alla ribalta Ansu Fati. Affermatosi nella Masia dopo gli inizi nell’Espanyol – capitano e miglior marcatore della squadra in quattro delle sei stagioni in blaugrana –, nel 2014 decise di trasferirsi alla Dinamo Zagabria. E se in passato i casi di Fabregas e Piqué (e, più recentemente, Xavi Simons) avevano comunque sdoganato l’idea della “fuga” dalla cantera per affermarsi altrove, la scelta di Dani Olmo venne giudicata in assoluta controtendenza con le logiche del calciomercato attuale.

In realtà, tutto si inseriva perfettamente nel quadro più ampio di quella maturazione tecnica, fisica e psicologica che il diretto interessato (consigliato dal padre Miquel, che ha allenato in seconda divisione) sentiva di non poter completare al Barcellona. Scegliere la Dinamo Zagabria – che deve al lavoro del suo florido settore giovanile la sua attuale “età dell’oro”, la seconda della sua storia – fu naturale, quasi fisiologico: «All’inizio questa cosa sembrava folle per chiunque, ma la verità è che nessun’altra squadra mi avrebbe potuto offrire quello che mi offriva la Dinamo, cioè la possibilità di far parte fin da subito di un progetto di alto livello», ha dichiarato in un’intervista a Mundo Deportivo successiva al suo debutto (con gol) in Nazionale. «Ho iniziato nella loro seconda squadra, poi dopo tre mesi sono stato aggregato alla prima e lì sono rimasto».

Senza dimenticare il player development vero e proprio: «In Croazia ho appreso uno stile di gioco molto più fisico, molto più box to box come dicono in Inghilterra: è grazie a questo che sono il giocatore che sono oggi, più verticale e meno conservativo». Un giocatore, giusto per dare qualche numero, da 32 gol e 27 assist in 119 presenze a 21 anni; che ha debuttato a 16 anni nella massima serie croata e che è stato nominato miglior giocatore dell’anno al termine dell’ultima stagione.

Il gol al debutto in Nazionale contro Malta

Un ruolo fondamentale, comunque, lo ha giocato anche la percezione delle sue prospettive a medio termine all’interno del Barcellona stesso, come ha raccontato a Bleacher Report Denis Silva Puig, suo allenatore nel 2010/2011: «Credo che lui abbia scelto di andare via quando sono arrivati a contendergli il posto due calciatori coreani, Kyeol-heui Jang e Lee Seung-woo, un esterno offensivo e un attaccante centrale. Si trattava di due giocatori parzialmente già affermati e che, nel suo ultimo anno, hanno finito per relegarlo ai margini: avevano una buona reputazione e una grande spinta mediatica e questo lo ha preoccupato a tal punto da spingerlo a prendere questa decisione».

Eppure nonostante l’impatto immediato in un contesto tecnico all’interno del quale è apparso subito sovradimensionato e fuori scala, di Olmo si sono quasi perse le tracce fino all’Europeo Under-21 del 2019, un torneo vinto da trascinatore (insieme a Fabián Ruiz e Dani Ceballos) della squadra allenata da Luis de la Fuente, con tanto di gol decisivo nella finale contro la Germania: «Quello è stato il momento in cui la gente ha scoperto che c’era un ragazzo di nome Dani Olmo che un tempo giocava nel Barcellona», ha detto Juan Bautista de La Vanguardia.

Dal 2017 a oggi, Dani Olmo ha disputato 27 partite di competizioni internazionali con la maglia della Dinamo Zagabria (Clive Brunskill/Getty Images)

E il motivo è lo stesso che, ad oggi, impedisce a una big europea di assecondare le richieste della Dinamo per assicurarselo, nonostante una Champions League da quattro gol e altrettanti assist tra preliminari e fase a gironi: «Penso che il prezzo di 40 milioni fissato per il mio cartellino sia troppo alto. Non perché pensi di non valere questa cifra, ma perché gioco in un campionato a cui le grandi squadre guardano per comprare bene a prezzi vantaggiosi ed è difficile per qualsiasi giocatore croato partire per una cifra del genere», ha dichiarato recentemente a Sportske Novosti, non nascondendo un certo fastidio per non essere ancora approdato in uno dei cinque maggiori campionati europei. Un’ulteriore dimostrazione di come Olmo abbia pianificato in maniera scientifica e razionale le tappe della sua carriera, senza lasciare nulla al caso: «Fin da quando ha iniziato a giocare Dani ha sempre avuto le idee chiare sul suo futuro: è uno degli aspetti che si intuiscono immediatamente quando si ha a che fare con lui», conferma Silva Puig.

Ma di che tipo di giocatore stiamo parlando? Come è stato rilevato dal Guardian, Olmo è un calciatore moderno, che può giocare da esterno offensivo su entrambe le fasce, ma che dà il meglio di sé schierato centralmente alle spalle della punta di riferimento, una zona in cui può trovare lo spazio ideale per associarsi con i compagni e esprimere una dimensione creativa che ha nella ricerca quasi ossessiva del dribbling la sua massima espressione. In occasione della gara di Champions League contro l’Atalanta, in effetti, il tecnico Bjelica ha predisposto un sistema offensivo in cui Olmo potesse ricevere tra le linee sul centro-sinistra della trequarti offensiva e da lì sfruttare le sue doti nell’uno contro uno e nell’attacco dello spazio in verticale per creare situazioni di superiorità numerica e posizionale. Pur non partecipando attivamente a nessuno dei quattro gol dei padroni di casa, il catalano è stato il granello di sabbia che ha fatto saltare le rotazioni difensive di Gasperini, riuscendo in 12 dei 14 dribbling tentati e costringendo l’allenatore nerazzurro ad abbassare il baricentro per offrire un minimo di copertura a de Roon e Toloi.

In Croazia, Dani Olmo ha vinto quattro edizioni del campionato e altrettante della coppa nazionale (John Thys/AFP via Getty Images)

Da questo punto di vista, l’accostamento immediato è quello con il primo Kevin De Bruyne, soprattutto in relazione a quella che potrebbe essere la sua evoluzione in contesti tattici più complessi ed equilibrati: come il belga, infatti, Olmo possiede la prestanza fisica adeguata – in termini di corsa e cambio di passo – e la multidimensionalità potenziale per poterlo immaginare come futura mezzala. A patto che questo cambiamento non si sostanzi nella sola assoluzione dei compiti di ultima rifinitura, ma anche nella prima impostazione. Dani Olmo deve migliorare nella lettura delle singole situazioni, deve accettare l’idea di poter consolidare un possesso palla che non sia diretto e verticale, sempre e comunque.

Al di là di quel che potrà essere l’effettivo successo di Olmo in un calcio di medio-alto livello, la sua storia umana e professionale è già diventata il nuovo parametro di riferimento per tutti quei giovani calciatori che non hanno la possibilità di affermarsi nei settori giovanili dei grandi club, con il rischio di perdere anni formativi fondamentali. E, per quanto possa suonare strano o apparentemente contrario a quelle logiche di carriera comunemente accettate, sapere che nell’Europa Orientale ci sono dei club disposti ad investire sul loro sviluppo può spalancare le porte ad un nuovo modo di leggere la parabola sportiva di un calciatore promettente: «Tutto è cambiato», ha detto papà Miquel. «All’inizio mi hanno massacrato, mi dicevano che stavo rovinando la vita e la carriera di mio figlio. Lasciare il Barcellona è stata la decisione più difficile della sua vita, specialmente perché ne era il capitano. Ma oggi tutti concordano sul fatto che abbiamo fatto la scelta giusta».

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