Società

Dieci modi per migliorare il calcio nel 2020

Un manifesto programmatico per rendere migliore il campo e gli spalti.

1 – Più bromance à la Lukaku-Lautaro

Nessuna persona di buon cuore può non dirsi felice quando vede uno degli episodi di amicizia-amore tra Romelu Lukaku e Lautaro Martínez. Il primo era arrivato con molti scetticismi, sta segnando tantissimo e dimostrando che le lacune tattiche evidenziate nell’ultimo anno a Manchester sono pienamente superate, è simpatico e “internazionale”, simbolico. Il secondo ha la faccia da cucciolo, giovanissimo se non proprio piccolo, il suo primo anno era andato benino o malino, quest’anno si trova perfettamente con Lukaku che è una specie di fratello grande. Si abbracciano e ridono in continuazione, in campo e su Instagram. Ibrahimovic e Leão stanno provando a replicare il format, ma sono ancora molto indietro. Ci vorrebbe una parodia della sigla di Friends solo con momenti di intimità amicale tra Lukaku e Lautaro, d’altronde ne hanno fatta una con il Terzo Reich e con Chernobyl.

2 – Meno fischi a Suso, meno fischi in generale

Suso ha guardato la sua ultima partita con il Milan senza giocarla, centoventi minuti in panchina in cui ha pure sentito il suo nome fischiato da tutto lo stadio quando è stato nominato dallo speaker alla lettura delle formazioni. Suso ha giocato 126 partite di Serie A con il Milan segnando 21 volte, fornendo decine di assist, mantenendo un Instagram tenero e dedicato al Milan come solo Riccardo Montolivo o Théo Hernandez: «Sei la storia, @acmilan. Fiero di rappresentarti», ha scritto per i 120 anni della squadra; «Meritate di più, lo sappiamo benissimo. Ma fidatevi di noi», scriveva il 6 ottobre dopo una brutta partita vinta; «Un gol non cancella i fischi, meritati, né le critiche, giuste. Gioco nel Milan e tifo Milan. Sempre, sempre, forza @acmilan», dopo un suo gol in un momento negativo. Fischiare i giocatori della propria squadra è un atteggiamento cretino, presuntuoso e ignorante, più tipico delle grandi squadre che delle piccole. Fischiare i giocatori della propria squadra è ignorare tutto quello che succede in settimana in allenamento. Chi fischia i giocatori della propria squadra solitamente è lo stesso tipo di tifoso che non vuole che il pallone si giochi all’indietro, che pensa che la velocità sia una qualità in sé e per sé e la lentezza un difetto, che reputa il Barcellona una squadra noiosa. Meno, grazie.

3 – Un po’ di coraggio nel combattere il razzismo, se proprio non si può sperare di eliminare il razzismo

Il 2019 è stato forse l’anno peggiore, anche in senso relativo: siamo nel 2019, non è ammissibile nemmeno tollerare un social media manager che neghi, sminuisca o si prenda gioco della denuncia di un giocatore a proposito di insulti razzisti. Né possiamo accettare ingenuità tipo dipingersi la faccia di nero. O prime pagine con beceri giochi di parole, editoriali di rivendicazione di buona fede, colleghi giornalisti che difendono il povero accusato.

4 – Basta striscioni in rima

Non ho mai capito perché le curve italiane facciano striscioni solo in rima. L’ultimo è stato quello dei tifosi del Lecce contro l’Inter: «Conte uomo senza identità / sei la merda della nostra città», diceva. La rima obbligata costringe spesso a creare filastrocche che sembrano esercizi scolastici, quando va bene, o parodistiche marcette militari, quando va peggio: «Siamo pronti a dar battaglia / per l'onor di questa maglia», e anche quando le intenzioni sono le migliori viene da ridere prima di tutto: «Calciatori, presidenti, dirigenti e allenatori / devolvete l'1% netto a terremotati e senzatetto / ed avete vinto lo scudetto». Sarà colpa delle poesie che ancora si devono imparare a memoria alle elementari, la nebbia agli irti colli piovigginando sale e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar, ma basta.

5 – Basta scansione sillabica del nome di chi ha segnato

Ormai arresi all’orribile usanza di urlare con voce da scemi il nome del giocatore che ha segnato, due richieste: corsi di dizione per gli urlatori (Jesús non si legge gesus, ma hesus, con la jota, che si legge hota) e divieto di quello stupidissimo, ultimo urlo, cioè il nome sillabato. Che è, spesso, monosillabico, per cui, per ottenere che il San Paolo urli MER–TENS, lo speaker si produce in uno cacofonicissimo DRI–S.

6 – Calciatori più conscious

Da qualche anno a questa parte gli sportivi non sono più giovani molto in forma che maneggiano una palla con mani o piedi, ma personaggi pubblici a tutti gli effetti che dovrebbero essere in grado di avere un’opinione sulle cose che accadono nel mondo, almeno le più grandi. LeBron James ha più volte preso posizioni contro Donald Trump, Héctor Bellerin ha scritto contro la legge dello stato dell’Alabama che tentava di rendere quasi impossibile abortire; Eric Dier ha scritto il suo supporto per il Remain e per l'Unione Europea, Danny Rose ha parlato di problemi di salute mentale e Sterling è un'icona antirazzista. In Italia succede troppo poco, per un analfabetismo politico molto diffuso, per un tradizionale conservatorismo anche da parte dei club che vogliono che i calciatori “facciano i calciatori”, e quindi non abbiano nessun’altra opinione che non comprenda sorrisi e pollici alzati mentre si visita un ospedale pediatrico.

7 – Dateci una favola

I più cinici o pignoli tra di noi (da queste parti, tutti), quando il Leicester ha vinto la sua prima Premier League, si sono impuntati: non chiamatela favola, è un piano ben programmato, organizzato, con investimenti importanti. Era vero, ma chiamatela come volete, favola, miracolo, outsider, usate tutte queste parole orribili, ma starebbe molto bene quest’anno. In quale campionato speriamo qui non si può dire.

8 – Basta rubriche sulle wags

In spagnolo c’è un’espressione per descrivere la vergogna che si prova per gli altri: vergüenza ajena. In tedesco anche: Fremdschämen. In italiano no, ma la stiamo finendo.

9 – Un po' di logica con le curve

Se vogliamo gli stadi pieni, mettiamoli in condizione di essere godibili. I canti ritmati e intonati da tutta la curva sono una cosa bella. Le coreografie anche, e gli spettacoli colorati pure. Distinguiamo la criminalità dal lato coreografico: sì ai tamburi, sì agli impianti audio, anche ai fumogeni. Nessuno ha mai tirato un tamburo in testa al portiere avversario.

10 – Meno allenatori del Genoa

Andreazzoli, Motta, Nicola; Ballardini, Juric, Prandelli; Juric, Ballardini; Juric, Mandorlini, Juric; una pausa di due anni di Gasperini, e poi: Liverani, Gasperini; De Canio, Delneri, Ballardini; Malesani, Marino, De Canio. Venti nomi in dieci anni sono troppi anche per un Paese che deve trovare lavoro ai navigator.

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