Serie A

La fine di Walter Mazzarri

L'allenatore toscano è rimasto fermo a molti anni fa.

La deriva parodistica che ha immalinconito gli ultimi anni della carriera di Walter Mazzarri ci ha fatto dimenticare un'era calcistica non troppo antica, quando Mazzarri era considerato uno degli allenatori più moderni e visionari del calcio italiano. Probabilmente anche lo stesso Mazzarri si è lasciato inaridire dai commenti dei suoi denigratori: il tecnico toscano è rimasto arroccato su certe sue convinzioni, non è riuscito a far evolvere le proprie idee. Il Torino visto nei due anni della sua gestione (ha sostituito MIhajlovic a fine gennaio 2018) è stata una squadra efficace e difficile da affrontare fino a quando l'esuberanza atletica dei giocatori si è manifestata chiaramente sul campo. Quando quel surplus è venuto a mancare, sono emersi dei limiti tecnici e tattici piuttosto evidenti, che vanno attribuiti ai calciatori ma anche a un allenatore che non riesce a essere altro da sé.

La vicenda di Mazzarri al Torino può essere sovrapposta in maniera quasi perfetta con tutte le sue altre esperienze significative: un inizio promettente, una fase centrale molto positiva e poi la recessione, voluta o subita, quando si è manifestata la necessità di accedere a un livello superiore. Dopo la splendida avventura con il Napoli, per esempio, Mazzarri ha preferito accettare l'offerta dell'Inter piuttosto che avviare il ciclo di ricostruzione post-Cavani; a Milano ha gestito abbastanza bene il passaggio Moratti-Thohir, ma ha fallito quando c'era da alzare l'asticella nell'annata successiva; la stagione al Watford è stato vissuto come una parentesi, senza coltivare grandi ambizioni oltre la permanenza in Premier League.

Al Torino, questa stessa dinamica si è estesa su due anni solari: Mazzarri ha rilevato la squadra in corsa, l'ha modellata a sua immagine, l'ha portata in alto (fino alla 35esima giornata della Serie A 2918/19 i granata erano ancora in corsa per il quarto posto) e poi non ha saputo andare oltre, come stile di gioco e come rendimento, nonostante la dirigenza del Torino avesse deciso di dare continuità al suo lavoro, di credere un progetto a medio-lungo termine fondato sulle sue idee.

In virtù di questo andamento, è inutile cercare una data, un evento singolo che ha dato il via alla crisi del Torino di Mazzarri. Anzi, il momento più significativo di questa stagione – l'eliminazione dai playoff di Europa League, contro il Wolverhampton, – è stato superato abbastanza bene dall'allenatore livornese e dai suoi uomini, che nelle prime cinque giornate di campionato sono riusciti a battere Sassuolo, Atalanta (in trasferta) e Milan. Forse, però, proprio quei giorni di agosto hanno avuto un impatto determinante sulla squadra granata: prima di sfidare i Wolves, gli uomini di Mazzarri avevano già battuto con facilità il Debrecen e lo Shakhtyor, quindi è inevitabile pensare che la preparazione estiva sia stata calibrata per avere una buona condizione già a fine luglio, così da presentarsi al meglio alle sfide europee. Una situazione che causa inevitabili scompensi, e che potrebbe aver ridotto le riserve energetiche del Torino.

Il gioco di Mazzarri è storicamente basato sul sacrificio, su una difesa aggressiva, anzi proprio in questo aspetto l'allenatore toscano ha cercato di assecondare le tendenze post-contemporanee – il Torino 2018/19 aveva una fase passiva simile a quella dell'Atalanta, gli uomini delle squadre avversarie erano seguiti praticamente a tutto campo dal loro marcatore diretto. Questo approccio è molto dispendioso, esige che tutti i calciatori siano in perfetta forma, devono esserlo i difensori per mantenere alta l'intensità e devono esserlo gli attaccanti per ripartire velocemente in verticale. Il Torino di questa stagione è sembrato poco continuo nelle sue performance fisiche, allora avrebbe dovuto avere o anche solo cercare delle alternative: non avendo la forza per difendere in maniera aggressiva, magari avrebbe potuto virare verso un calcio diverso, su una manovra meno esplosiva ma più ragionata, più sofisticata, per esempio avrebbe potuto provare a muovere di più il pallone contro una difesa schierata, portando molti uomini nella metà campo avversaria, senza passare per forza dagli esterni di centrocampo.

Nei suoi due anni sulla panchina del Torino, Mazzarri ha guidato la squadra granata in 89 partite di tutte le competizioni; il suo score è di 37 vittorie, 24 pareggi e 28 sconfitte (Alessandro Sabattini/Getty Images)

È qui che si è verificato il cortocircuito: Mazzarri non è mai stato uno sperimentatore offensivo, ha sempre visto e interpretato e preparato il gioco d'attacco come un gioco di intuizioni proprie – l'utilizzo di Amoruso come rifinitore ai tempi della Reggina, la trasformazione di Cavani in centravanti, lo spostamento di Hamsik nel ruolo di trequartista, il lancio di Icardi – e/o dei giocatori di maggior talento. Non a caso, il suo calcio punta a far scoprire le difese avversarie perché i suoi attaccanti possano scatenarsi in spazi aperti, ci sono alcuni gol del suo Napoli che potrebbero finire nella compilation delle ripartenze più belle nella storia del calcio italiano – per esempio uno realizzato da Cavani contro il Siena o quello di Hamsik in finale di Coppa Italia, contro la Juventus. Certi principi di gioco sono già molto estremi, poi Mazzarri ha deciso di investire sempre e solo su quelli, non ha mai cercato di differenziare la sua proposta, così ciò che era innovativo sette-otto anni fa è diventato obsoleto, o comunque più semplice da disinnescare. Anzi, la sensazione più evidente è che le sue idee siano ristagnate, come se il Torino volesse o dovesse essere un'imitazione delle sue squadre del passato, senza inventarsi nulla di nuovo anche rispettando gli stessi principi di base.

I quindici gol subiti in tre partite contro Atalanta, Milan e Lecce raccontano il crollo di un sistema fondato sulla difesa, hanno certificato il fallimento filosofico di un allenatore che non ha saputo, forse non ha neanche voluto, scendere a compromessi con il tempo che è passato, e che continua ad andare molto veloce – soprattutto per quanto riguarda l'evoluzione del gioco. Il mancato aggiornamento di Mazzarri comincia prima della sua esperienza a Torino, e non va letto come il rifiuto di convertirsi a un calcio di dominio o più offensivo – come detto, l'approccio mostrato a Napoli aveva un'alta componente spettacolare –, piuttosto è dovuto alla sua difficoltà di lasciare la comfort zone che si è costruito negli anni. È come se l'allenatore toscano avesse individuato i suoi limiti e poi non avesse fatto niente per superarli, ha percorso solo la sua strada e non ha provato nemmeno ad andare più veloce. Solo che ha finito per fermarsi, forse definitivamente. Infatti è difficile pensare a un nuovo rilancio dopo la fine di un'esperienza del genere, il legame di Mazzarri con la squadra e la società e l'ambiente granata sembrava perfetto, il Torino era il contesto migliore perché potesse nascere qualcosa di speciale. Non è successo, perché il movimento di Mazzarri in realtà si è fermato molti anni fa, ed è ripartito solo in apparenza, per arrestarsi poco dopo sui limiti storici di un allenatore che, evidentemente, fa fatica ad andare oltre se stesso.

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