Calcio Internazionale

Cinque partite storiche che non vi ricordate, e che dovreste recuperare

Galatasaray-Arsenal, il primo grande Bayern, la rivelazione di George Best.

Restare chiusi in casa, senza calcio, ci offre l’occasione di recuperare partite storiche che non avevamo mai visto, un po’ come gli appassionati di cinema che si guardano i vecchi film per colmare le proprie lacune. Ci sono diversi siti dove trovare delle raccolte di incontri per riempire le nostre giornate, come Old Football Matches, un canale YouTube – gratuito e senza iscrizione – in cui potete vedere una grande quantità di vecchie partite, registrazioni d’epoca con quel gusto un po’ rozzo alla Grindhouse.

Qua di seguito ne trovate alcune caldamente raccomandate, con una breve introduzione. Un suggerimento: non andate a cercare il risultato prima. Cliccate sul video, prendetevi qualcosa da bere, fate play e non interrompete fino alla fine, come se fosse una partita in diretta. Se avete una maglietta o una sciarpa di una delle squadre in campo, indossatela. Buon calcio!

Galatasaray-Arsenal (17 maggio 2000) 

La finale della Coppa UEFA 1999/2000 mette a confronto due delle squadre più significative del periodo: l’Arsenal di Arsène Wenger è una delle realtà simbolo della nuova Premier League, e con il suo calcio offensivo ha già vinto un'edizione del campionato, una FA Cup e un Charity Shield, trasformando il calcio inglese in quello che conosciamo oggi. Solo a leggere la formazione, ci sono nomi che evocano pagine bellissime del calcio dell’epoca: David Seaman, Tony Adams, Sylvinho, Emmanuel Petit, Patrick Vieira, Marc Overmars, Thierry Henry, Dennis Bergkamp.

Il Galatasaray, invece, è la grande sorpresa della stagione. È la prima squadra turca a raggiungere una finale europea, rivelando all'Europa e al mondo un calcio fino a quel momento praticamente sconosciuto. Già undici anni prima, il Gala aveva centrato una storica semifinale di Coppa dei Campioni, ma adesso di quella squadra è rimasto solo il centrale difensivo Bülent Korkmaz, ora capitano, dopo che a gennaio il centrocampista Tugay Kerimoğlu è passato ai Rangers. In compenso, ci sono giocatori di fama internazionale come Cláudio Taffarel (portiere campione del mondo nel 1994), Gheorghe Hagi (fantasista rumeno ex-Real Madrid, Brescia e Barcellona) e Gheorghe Popescu (difensore con un passato in PSV, Tottenham e Barcellona). Più i campioni locali, da Ümit Davala a Okan Buruk, da Arif Erdem ad Hakan Ünsal, fino ovviamente al centravanti Hakan Şükür, che nel 1995 ha disputato una manciata di partite col Torino ed è uno dei nomi di punta del calcio turco.

In panchina siede Fatih Terim, ex-bandiera del Galatasaray formatosi come tecnico facendo da vice a Sepp Piontek sulla panchina della Nazionale. Terim aveva poi preso il posto del tedesco e condotto la Turchia alla prima qualificazione agli Europei nel 1996, poi è passato al Galatasaray. Il suo è un calcio opposto a quello di Wenger: molto strutturato difensivamente, basso e stretto, tutto concentrato sulle ripartenze. È un modello di gioco forse ritenuto “povero”, ma che negli anni a seguire avrà molto successo: proprio la Turchia – di cui il Galatasaray compone l’ossatura – conquisterà il terzo posto ai Mondiali asiatici del 2002.

Inter-Real Madrid (2 aprile 1986)

Gli anni Ottanta sono quelli che segnano la resurrezione internazionale del Real Madrid, che raggiunge la finale di Coppa dei Campioni nel 1981, quella di Coppa delle Coppe nel 1983 e infine vince la Coppa UEFA nel 1985. Sono gli anni della Quinta del Buitre, la generazione dell’Avvoltoio Emilio Butragueño (e di Manolo Sanchís, di Míchel, e di Martín Vázquez) ma anche di campioni stranieri come Jorge Valdano e Hugo Sánchez. Sono gli anni della Legge del Bernabeu: il Real gioca tradizionalmente male e perde in trasferta, ma in casa è incontenibile, e spesso riesce anche a ribaltare risultati impossibili. Come quando trasforma lo 0-3 patito a Bruxelles contro l’Anderlecht in un 6-1 casalingo; oppure quando viene battuto per 5-1 in Germania dal Borussia Mönchengladbach e poi passeggia a Madrid, vincendo per 4-0 il return matc.

Tra le clamorose rimonte del Real, nella coppa dell’anno precedente c’era stata quella contro l’Inter: i nerazzurri si erano imposti a San Siro con un 2-0 che gli andava stretto, e al Bernabeu avevano perso per 3-0. È la famigerata “partita della biglia”: Bergomi viene centrato in testa da una biglia lanciata dagli spalti, ma l’arbitro non vede nulla; l’Inter perde ma presenta ricorso, la UEFA lo rigetta, il Real va in finale e diviene campione. Così, l’anno seguente, i due club si ritrovano ancora una volta in semifinale, in un match che sa più di vendetta che di rivincita.

L’Inter, nel frattempo, è cambiata. Ilario Castagner – il tecnico che nel 1979 sfiorò lo scudetto col Perugia – è stato esonerato e sostituito dall’allenatore della Primavera, la bandiera nerazzurra Mario Corso. È una squadra come ottime individualità (Zenga, Bergomi, Collovati, Brady, Tardelli, Altobelli, Rummenigge) ma poco carattere, a cui Corso sta cercando di dare un gioco moderno e propositivo, che non ci aspetteremmo da un club italiano dell’epoca: pressing sui difensori avversari, costruzione dal basso, Brady regista a tutto campo. Il motivo per cui recuperare la partita è proprio questo: una delle Inter più belle del periodo post-Herrera. Dopo averla vista, cercate anche il risultato del ritorno, però.

Derby County-Juventus (25 aprile 1973)

“Bastardi imbroglioni!”. Il retroscena del ritorno della semifinale di Coppa dei Campioni 1972/73 tra Derby County e Juventus parte da qui: all’andata a Torino, i bianconeri hanno vinto per 3-1 con doppietta di José Altafini, ma il loro atteggiamento ha mandato su tutte le furie l’allenatore inglese Brian Clough, che nel post-partita ha accusato la Juventus e la Federcalcio italiana di aver truccato la gara.

Clough è un allenatore particolare, qualcuno lo ha paragonato a José Mourinho per il modo schietto di comunicare con stampa e giocatori. Soprattutto, era un uomo della working class che ha preso il Derby nei bassifondi della Second Division, e in cinque anni lo ha portato in prima categoria, reso campione d’Inghilterra e condotto tra le prima quattro in Europa. Il suo stile di gioco – corale e incentrato sul possesso palla – è considerato un’eresia nel calcio britannico, tutto fisicità e palle lunghe, e il suo difficile carattere fa il resto. La sua è una grande storia, e il consiglio è di approfondire cosa gli successe dopo questa partita, magari anche leggendo il libro Il maledetto United, di David Peace, oppure rivedendo il film tratto dal romanzo.

Ciò detto, la Juventus non è una squadra di imbroglioni, ma di sicuro pratica un calcio chiuso tipicamente italiano (anche se il suo allenatore è il cecoslovacco Čestmír Vycpálek, lo zio di Zdeněk Zeman) che si esalta nei contropiede; un uomo come Clough non può non detestarlo. Molto ordinata e consapevole delle proprie capacità, la Juve ha giocatori eccezionali come Zoff, Causio, Capello e il recentemente scomparso Pietro Anastasi, ma sebbene siano dominanti in Italia, i bianconeri sono l’unica delle tre grandi della Serie A a non aver mai vinto la coppa né disputato una finale. Che sia questa la volta buona?

Ajax-Bayern Monaco (7 marzo 1973)

Questa partita meriterebbe quasi un articolo a parte: è soltanto un quarto di finale di Coppa dei Campioni, ma la sua importanza per la storia del calcio è enorme. Ad Amsterdam si affrontano due squadre che giocano un calcio completamente opposto, lo spettacolare Ajax del totaalvoetbal contro il granitico e difensivista Bayern, in quello che si rivelerà poi essere un anticipo della finale mondiale dell’anno seguente.

Delle due, i tedeschi sono la squadra emergente: fino a dieci anni prima militavano in seconda divisione, e la loro unica affermazione internazionale è la Coppa delle Coppe vinta nel 1967. Gli olandesi, invece, vincono il torneo da due edizioni e hanno rivoluzionato il modo di intendere il gioco. Questa è una buona occasione per ammirarne la linea difensiva, che schiaccia per quasi tutta la partita il Bayern dentro la propria metà campo; i continui movimenti dei giocatori; l’impressionante onnipresenza di Johan Cruijff, che teoricamente è il centravanti, ma che vedrete in ogni zona del campo, tranne che in porta.

Ma Ajax-Bayern permette anche di sfatare qualche mito sul conservatorismo del calcio tedesco. State attenti a Franz Beckenbauer: un difensore centrale, ma con una capacità di portare palla e impostare il gioco (a volte anche di eludere in dribbling il pressing degli attaccanti avversari) che lo proiettano vent’anni avanti nella storia del calcio. Il suo giovane collega Paul Breitner, terzino sinistro, si destreggia abilmente in ogni ruolo del campo e, sui contropiede, arriva a volte quasi in posizione di trequartista. Il Bayern sta ponendo le basi per una sintesi tra la rivoluzione olandese e lo stile tedesco che è destinata a segnare il resto del decennio.

Real Madrid-Manchester United (15 maggio 1968)

Il Grande Real è ormai storia passata: niente più Kopa, Di Stéfano e Puskás; di quel tempo rimane solo l’ormai 35enne Francisco Gento, affiancato da talenti locali come Zoco e Amancio. È una squadra che si sta ricostruendo dopo un’epoca d’oro e fino a questa semifinale di Coppa dei Campioni ha avuto un cammino agevole (pur avendo rischiato tantissimo al primo turno, davanti alla giovanissima formazione dell’Ajax, destinata da qui a poco a dominare l’Europa). Ma il Manchester United è un ostacolo non semplice da fronteggiare.

Non si può capire questa squadra senza conoscere la storia dei Busby Babes, i ragazzi cresciuti dal tecnico scozzese Matt Busby, che dieci anni prima erano arrivati a un passo dal regalare all’Inghilterra la sua prima coppa, per poi sfracellarsi sulla pista dell’aeroporto di Monaco di Baviera. Pochi i sopravvissuti, anche meno quelli ancora in grado di giocare a calcio; tra di loro Bill Faulkes e Bobby Charlton, oltre allo stesso Busby, che tornerà in panchina per ricostruire la squadra. Il Manchester reagì a quella tragedia rimettendosi in piedi con pazienza, grazie all’apporto di nuovi giocatori come il roccioso mediano Nobby Stiles, l’attaccante ex-Torino Denis Law e un’ala destra nordirlandese che nel nome sembrava avere scritto il destino: George Best. Se non l’avete mai visto all’opera, questo è il momento giusto.

Proprio Best ha segnato la rete decisiva nella gara d’andata, che però è sembrata un risultato troppo risicato per il Manchester, soprattutto considerato che il Real, nel proprio stadio, ha una media di quasi tre gol segnati e meno di uno subito per ogni incontro. La vincente volerà poi a Londra, per la finale contro il fortissimo Benfica di Eusébio. Ma questa è un’altra storia.

{

Per migliorare la tua esperienza utilizziamo cookie tecnici, statistici e di profilazione, anche di terze parti, per fornire un accesso sicuro al sito, analizzare il traffico sul nostro sito, valutare l’impatto delle campagne e fornire contenuti e annunci pubblicitari personalizzati in base ai tuoi interessi. Chiudendo il banner acconsenti all’uso dei cookie. Maggiori informazioni. Cookie policy