Serie A

Le nostre vite senza il taglio di Callejón

Lo spagnolo ha lasciato Napoli e noi avremo meno spazio, meno speranze, meno attese.

Le nostre viste senza il taglio di Callejón, senza quegli istanti d’attesa. L’attimo in cui il presente è distante dall’area di rigore, il futuro è un gol tra dieci secondi, quell’attimo è la terra di mezzo, è il nugolo di polvere ed erba dal quale salta fuori, ma forse è meglio dire sbuca, più precisamente, sarebbe meglio scrivere compare, il numero sette spagnolo. Mille volte è stato quel tempo, quel lampo, quel movimento. Eppure nessuno l’ha imparato. Non l’hanno imparato gli appassionati, impressionati ogni volta, non l’hanno capito i difensori. Non uno di loro ha intercettato la lieve folata di vento alle spalle, lo spostamento d’aria premonitore. Nessuno ha capito se non a cose fatte, a gol subito, ad azione conclusa senza rimedio. A quel punto le inutili mani sollevate a reclamare fuorigioco che non esistono, a protestare più contro se stessi che contro il guardalinee di turno. Il braccio alzato è sempre stato una resa. Le dita verso l’alto e Callejón già verso la curva a raccogliere l’abbraccio del compagno, del tifoso. I capelli sempre a posto, il movimento dell’inchino. Questo è per voi, io vi ringrazio. Noi ringraziamo te.

Le nostre vite senza il taglio di Callejón, senza dover scrivere quel nome, con l’accento acuto sulla o e quindi simbolo/inserisci, devi proprio amarlo uno che ti fa perdere tempo in Word. Guarda Mertens, è senza accento e infatti rimane. Come si compie il movimento, come si compare, come si conviene da dietro, sempre alle spalle, sempre a tradimento. Tu non te lo aspetti e io te la faccio. Un ragazzino come quando noi lo eravamo. Lo sberleffo, l’astuzia, la leggerezza, l’intelligenza tattica. Qualcosa, poi, che ha a che fare con il fiuto. Il cane che nel bosco sente l’aria, da qualche parte il tartufo, dall’altra la preda. Il cane che sa pure che certi padroni non perdonano e allora è meglio essere pronti a scappare. Eccoci spuntare alle spalle di Chiellini, di un interista, di un centrale milanista, di un tizio della Roma, pure di un laziale. Senza distinzioni, senza chiedersi il perché. Tagliare e poi spuntare, di testa nell’angolino, il destro in diagonale, l’appoggio in scivolata, oppure in controbalzo. Esserci e realizzare, oppure metterla per il compagno che può insaccare a porta vuota. Qualche volta sbagliare. Ma a chi importa se il taglio è riuscito, se lo spostamento è risolto se il viaggio breve senza biglietto è andato a buon fine. Il confine passato, la frontiera elusa, il doganiere beffato.

Le nostre vite senza il taglio di Callejón. Bloccati nel traffico di tutte le tangenziali, nessun sorpasso a destra che riesca, nessun motorino da evitare. Lasciar scendere prima di salire, il bus è pieno come un’area intasata per un calcio d’angolo, ma alla bandierina c’è Calle, schema chiamato, palla tesa al centro, Koulibaly di testa, Buffon battuto. Il numero sette che quasi va via, che la parte dopo è secondaria, non conta, conta il gesto che è già avvenuto. Che salga il controllore io il biglietto ce l’ho. Sostituitemi, inchino di nuovo, bravo chi entra. Sorridere? Io sorrido a casa, scendo qui. Le nostre vite senza il taglio di Callejón. Fermi, perennemente in coda. Chiusi tra un suv e il guardrail, da oggi e per sempre.

Le nostre vite senza il taglio di Callejón. Sfogliamo l’album di fotografie, e ci sono tutte. L’ordine non è cronologico, è sentimentale. Prima perciò quel gol alla Juve, quelli all’Inter, più avanti quello alla Fiorentina, quelli in Coppa. Tutti quanti gli assist su un album a parte. Scianna ha detto che per una fotografia l’ambizione massima è stare in un album di famiglia. Lartigue ha fotografato per anni soltanto i suoi parenti. Tutti e due hanno scattato centinaia di capolavori. Callejón lo avrebbero fotografato entrambi, solo qualche volta sarebbe stato nel centro dell’inquadratura. La maggior parte delle altre un piede, la spalla sinistra, il sette un po’ sfocato, l’erba dal quale è partito, il pallone sul fondo della rete. Alle molte fotografie che abbiamo ne aggiungiamo un paio. L’ultimo taglio contro la Lazio in un San Paolo deserto, il diagonale fuori di poco e per sempre. La sostituzione, l’applauso ai compagni, gli spalti vuoti, nessuno a salutare.

Callejón si è trasferito al Napoli nel 2013; in sette anni con la squadra partenopea, ha accumulato 349 presenze in competizioni ufficiali, con 82 gol realizzati (Francesco Pecoraro/Getty Images)

Le nostre vite senza il taglio di Callejón. Finale di Coppa Italia, i compagni festeggiano. Un calciatore è seduto per terra, la testa tra le mani. Piange. José realizza in quel momento la felicità e la disperazione, è tutto finito, tutto è passato, ma non tutto è perduto. Si può andare via con una coppa, con qualcosa. Ci saranno poi i saluti. I compagni twitteranno. Tutti diranno: è stato un signore. Tutti saranno preda della nostalgia, del disincanto. Con Callejón che va via finisce qualcosa. Finisce una stagione di calcio spettacolare, di possibilità, di squadre che avevano paura di giocare contro il Napoli. La fascia destra non potremo più chiamarla così, sarà una striscia di terra e d’erba da coltivare in assenza. Sarà il luogo principe della mancanza. Ne verranno altri, forse più bravi, chissà, ma non sarà mai uguale. Se qualcuno dirà che abbiamo pianto avrà sbagliato ma non di tanto, la lacrima l’abbiamo trattenuta sul filo del fuorigioco.

Le nostre vite senza il taglio di Callejón. Che vite saranno? Appena un po’ grigie, malinconiche. Avremo, di partita in partita, una speranza in meno da coltivare. Non ci sarà più il calciatore che compare dal niente, senza avvisare, senza parlare. Saranno vite con meno spazio. Callejón aveva imparato, e noi con lui, la lezione di Ettore Sottsass. L’architettura non è solo quello che costruisci ma è soprattutto lo spazio che immagini intorno, e cosa farà l’uomo dentro a quello spazio. L’architettura, perciò, deve guardare al futuro. José Maria Callejón lo ha sempre saputo. Il futuro era lo stargate da attraversare dopo il movimento. Lo spazio in cui il guizzo andava a compiersi era progettato da un architetto. Qualcuno che calcia un pallone in un punto dove non c’è niente, il pallone scompare dietro la schiena di un difensore qualsiasi, il pallone cade là dove qualcun altro è comparso. Il piede impatta, il pallone – quasi sempre – in diagonale verso la porta. Poesia, futuro, architettura, immaginazione, matematica.

Le nostre vite senza il taglio di Callejón. Su un muro qualcuno ha scritto: “Innamoratevi di qualcuno che vi cerchi come Insigne cerca Callejón”. Ve lo auguriamo.

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