Come mi sono innamorato di Weston McKennie

È per il suo gioco moderno, poliedrico, ma anche per ciò che rappresenta nella storia della Juventus e per il calcio del futuro.
di Federico Sarica 24 Dicembre 2020 alle 04:12

Sono pazzo di Weston McKennie. Ho anche uno sticker suo su Whatsapp che ormai uso al posto dell’emoji del cuore. Pazzo di lui, per quello che sta dimostrando di saper fare in campo e per quello che rappresenta fuori. La sua cifra è la modernità, che poi, mi rendo conto che sia difficile da comprendere per chi osserva il calcio dai preconcetti duri a morire che vigono oltre i confini della juventinità, è esattamente il motivo per cui tifo la prima squadra di Torino, che la modernità e il futuro li ha iscritti nel dna fin dal nome. Sai quando si dice “essere avanti”? Per me la Juve è sempre stata questo. Ecco, McKennie, nel calcio di oggi, vuol dire un po’ questa cosa qui, significa un po’ essersi riappacificati con uno status di avanguardia che compete alla mia squadra del cuore.

In realtà credo che tutta la decisione di scegliere Pirlo e il suo progetto lo sia, e lo dico poche ore dopo aver preso tre gol in casa dalla Fiorentina, a scanso di equivoci. All’interno di questo progetto, l’acquisto del numero 14 americano in pieno agosto, dal nulla, rappresenta un po’ l’esempio estremo. McKennie, ne ho scritto sul numero di Undici in edicola, fa parte di questa incredibile generazione di giocatori che sta rendendo una forza globale il calcio maschile professionistico americano, campioni in divenire, ventenni o giù di lì, già centrali nei progetti tecnici di alcuni primari club europei.

Solo per citare i più celebri: Pulisic nel Chelsea, Dest nel Barcellona, Reyna nel Dortmund. Ma ce ne sono molti, e molto interessanti. Weston McKennie, di loro, in questo momento, è forse il più visibile (ha appena vinto il premio come giocatore statunitense dell’anno) e il fatto che sia venuto a prendersi il centrocampo della mia Juve, fortemente voluto da Andrea Pirlo, come vi dicevo, sarebbe già sufficiente per il colpo di fulmine.

Finora, McKennie ha accumulato 15 presenze con la maglia della Juventus, con due gol segnati: uno in Serie A, contro il Torino, e uno in Champions League, in casa del Barcellona (Marco Bertorello/AFP via Getty Images)

Poi però ci sono il campo e il ragazzo. Il campo: Weston McKennie mette insieme una serie di caratteristiche che fanno di lui un tipo di centrocampista che fino a un lustro fa non esisteva. Lo so, è una cosa un po’ da generazione X, ma davvero molti juventini miei amici fanno fatica a capire se è un mediano, un incontrista, un trequartista, un box to box. Un 8? Un 4? McKennie, non solo lui, rappresenta bene proprio il superamento di questo modo vecchio di vedere i ruoli nel calcio. Non lo dico da tattico, ne so poco o nulla, ma da appassionato: vedergli fare più cose insieme, e tutte quasi sempre bene, con quella sua disciplina ma allo stesso tempo piglio ribelle, con quella serietà mai respingente, con quel suo spirito di squadra che non disdegna la prestazione personale, mi fa rinnamorare del calcio quotidianamente. Del resto, niente di più bello di un ventenne che prende la passione della tua vita, la eleva, la trasforma, gli assicura un futuro. Magnifico.

E poi c’è Weston fuori dal campo. Il primo giocatore di calcio a mostrare pubblicamente supporto al movimento Black Lives Matter, sempre in prima fila nell’impegno contro il razzismo e per i diritti della comunità afroamericana, sempre con la sua storia personale usata come testimonianza vivente, con pudore ma senza remore. Fa parte di quella generazione di bravi ragazzi cui abbiamo dedicato la cover di Undici. Guerrieri col sorriso, in lotta contro tutti gli stereotipi. Globali, cosmopoliti, col futuro nel cuore e nelle scarpe da calcio. Se aggiungiamo che Weston è pure della Juve, della mia Juve, amore è la parola giusta. Solo amore.

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