Il regolamento della Champions League asiatica aiuta troppo le squadre saudite (che in realtà non ne hanno bisogno)

Il nuovo format prevede che le gare dai quarti in poi si giochino in una sola sede, ed è stata scelta Gedda. Come se nom bastassero le enormi distanze economiche coi club delle altre nazioni.
di Redazione Undici 06 Maggio 2025 alle 12:14

«Non ci sono parole per descrivere ciò che provo dopo aver vinto questo trofeo». Fa un certo effetto pensare che queste parole le abbia dette Roberto Firmino in riferimento alla Champions League: in fondo l’ex attaccante del Liverpool ha vinto una Premier League, una Coppa America, una Supercoppa Europea, una FA Cup e soprattutto una Champions League europea. Eppure l’emozione di Firmino dopo la finale vinta dal suo Al-Alhi per 2-0 contro i Kawasaki Frontale sembrava assolutamente genuina. Sarà che forse era l’unica competizione che poteva giocare (è stato escluso dalla lista per la Saudi Pro League), sarà stata l’atmosfera che si respirava a Gedda, nello stadio di casa, saranno stati i 60mila tifosi in festa. Ma anche per uno che ne ha vissute tante come il brasiliano, evidentemente, la AFC Champions League Elite ha avuto un grande impatto emotivo.

Come detto, Firmino è riuscito a scendere in campo solo in questa competizione: il regolamento della Saudi Pro League, infatti, impone il limite di dieci stranieri per squadra e il suo posto è stato preso dall’ex Porto Galeno, acquistato per circa 50 milioni di euro a gennaio scorso. Una scelta, quella di lasciar fuori Firmino in campionato, che pareva insensata. Ma che in qualche modo si è dimostrata vincente, dato che Bobby, come lo chiamavano a Liverpool, è stato l’MVP del torneo continentale.

Firmino è stato autore dei due assist decisivi in finale, il primo per un gran tiro a giro di Galeno, il secondo per un colpo di testa dell’ex Milan Franck Kessié. «Mi hanno escluso dalla Saudi, ma io non mollo mai», ha raccontato il brasiliano a fine partite. Giusto per far capire la qualità della sya squadra, nell’Al-Alhy giocano anche Mahrez, che in finale ha sfiorato la rete del 3-0 e che nel corso della Champions ha messo a tacere le critiche ricevute nei mesi scorsi su forma fisica e condizione, Ivan Toney e Gabri Veiga (subentrato addirittura dalla panchina). L’allenatore dei biancoverdi è il tedesco Matthias Jaissle, che sembrava destinato a una grande carriera in Europa e invece ha scelto di tentare l’esperienza saudita, in un club che solo due anni fa era in seconda divisione e ora è sul tetto d’Asia.

Ecco: ma come è possibile un salto di qualità così repentino? Il motivo principale è legato all’acquisizione del club da parte del fondo sovra saudita PIF, nel 2023. Contando anche gli club del fondo, l’l-Hilal, Al-Nassr e Al-Ittihad, come riportato dal Guardian, sono stati investiti sul mercato 950 milioni di sterline. L’effetto è stato immediato anche sulla Champions League asiatica, competizione che faticava a imporsi nei diversi mercati del continente. L’arrivo di stelle globali come Cristiano Ronaldo, Karim Benzema e Neymar, giusto per citare alcune tra le più luminose, ha trainato il mercato e l’interesse mediatico.

Forse è per questo che, nello scrivere il nuovo regolamento del torneo, si è strizzato l’occhio ai club sauditi. Il format entrato in vigore quest’anno prevede due gruppi da 12 squadre, uno per l’area occidentale e uno per quella orientale, rimpiazzando il vecchio sistema con dieci gironi da quattro squadre. L’idea era alzare il livello. Obiettivo in parte centrato, proprio grazie ai club sauditi: nella fase a gironi, Al-Hilal, Al-Ahli e Al-Nassr hanno messo insieme 18 vittorie, cinque pareggi e una sola sconfitta complessiva. Ma anche altre scelte organizzative hanno generato un bel po’ di polemiche. Tutti i match dai quarti di finale in poi si sono infatti giocati a Gedda, in Arabia Saudita: una decisione che ha favorito in modo ancor più netto le squadre della Saudi Pro League. I club dell’Est, come i sudcoreani del Gwangju FC (al debutto nella competizione), si sono ritrovati a dover viaggiare per più 20 ore. E. una volta arrivati, hanno dovuto affrontare avversari con un monte ingaggi 30 volte superiore. Inevitabile che il match ai quarti contro l’Al-Hilal finisse con il risultato di 7-0 in favore dei sauditi. Anche un’eventuale impresa li avrebbe messi davanti a un’altra montagna: una semifinale contro Al-Ahli, di fronte a 60.000 tifosi di casa.

Anche la finale, come anticipato, si è disputata a Jeddah. E non è certo un caso: se il dominio saudita in campo è fuori discussione, anche quello politico è ormai consolidato. Il problema, però è che la sistematicizzazione del vantaggio casalingo rischia di compromettere l’equità e l’attrattiva della AFC Champions League. La vecchia struttura, con partite di andata e ritorno, era decisamente più bilanciata e garantiva parità di condizioni: una necessità inevitabile per un torneo già di per sé sbilanciato, in cui convivono e competono – o meglio: dovrebbero competere – club ricchissimi e club “normali”.

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