Finalmente sono arrivati quel rispetto e quella visibilità che il calcio femminile non ha mai avuto, intervista a Elena Linari

È partita dalla sua Firenze. Oggi è la leader la Nazionale e sta vivendo una nuova esperienza in Inghilterra con il London City Lionesses.
di Jacopo Morelli 29 Novembre 2025 alle 14:21

Per comprendere il rapporto di Elena Linari con il calcio basta fare un salto sul suo profilo Instagram. Luglio 2013. Ci sono foto del cane, selfie con il duomo di Santa Maria del Fiore a Firenze, diciottesimi compleanni. La risposta che cerchiamo sta nella quinta foto: sei paia di scarpini, uno accanto all’altro. La passione di Elena. E ogni scarpetta deve essere trattata secondo il manuale del buon calciatore: prendersi cura dei propri strumenti. E quindi via di grasso, cera, pelle mantenuta sempre lucida. Praticamente una mania. Nel momento in cui Elena scatta la foto, la Nazionale femminile azzurra è appena stata eliminata dagli Europei dalla Germania. Nella collezione pubblicata su Instagram due scarpette saltano all’occhio. Verdi, bianche e rosse. Gli stessi colori che Elena porterà in giro per l’Europa rilanciando il calcio femminile in Italia. Da capitana. 

«Non ho mai dubitato della mia passione» racconta Elena a Undici. «I miei genitori hanno alimentato il fuoco della mia volontà, quindi non mi sono mai posta il problema di giocare a calcio». Elena è connessa da Londra. Sono passati alcuni mesi dall’Europeo vissuto con la squadra di Soncin e la felpa che indossa ci parla del suo presente: London City Lionesses, FA Women’s Super League. Il calcio inglese. Ma il biglietto per l’Inghilterra è arrivato dopo anni di sacrificio. Tutto è partito dalla sua Firenze. Quando del calcio femminile nemmeno si parlava. «Ti dirò: mio babbo era felicissimo. Mia nonna forse era un po’ meno felice del fatto che volessi giocare a calcio, ero la ragazza della famiglia e voler fare la calciatrice ancora non era considerata una scelta da ragazza. D’altronde parliamo anche dei primi anni Duemila. Ma cambiò idea in fretta: bastava che fossi felice. E per Natale mi regalò la tuta da portiere, perché mio padre era un portiere. Sono stata tanto fortunata, la mia famiglia mi ha sempre assecondata».

Neanche Elena pensava troppo al calcio femminile. A lei interessava giocare, fine. Anzi, quando decisero di farla passare dalla squadra dei maschi a quella delle femmine, Elena non capiva proprio: non era il calcio maschile quello che contava? «In quel momento il calcio femminile in Italia non era conosciuto. Quando all’età di dodici anni mi sono dovuta spostare dalla squadra maschile a quella femminile mi sentivo disorientata. Perché volevo stare nell’unico calcio che conoscevo. Invece furono gli anni del Mondiale negli Stati Uniti, uno degli ultimi prima del Mondiale del 2019 al quale ci siamo qualificate dopo vent’anni, con affluenza di pubblico e conoscenze assurde, squadre pazzesche, giocatrici che poi hanno fatto la storia del calcio italiano e americano».

E quindi Elena cominciò il suo percorso. Quando parla dei sacrifici, del liceo e del suo passato torna a galla sempre una parola: famiglia. «Da piccoli conta soltanto giocare, che sia il parco o il campetto con gli amici. Nel caso sono i genitori a mettere pressione. Io mi ritengo molto fortunata. Ho conosciuto ragazze che si son ritrovate a fare pallavolo per volontà della famiglia. Oggi è fondamentale parlare con le famiglie, più che con le ragazze o i ragazzi». Elena ha visto il movimento mutare sotto i suoi occhi. Ha girato l’Europa, vinto la Liga con l’Atletico Madrid, vissuto il calcio femminile francese con il Bordeaux. «Quando sono tornata a giocare alla Fiorentina e sono andata a Madrid il calcio femminile stava emergendo. Ho toccato con mano il primo sviluppo. I Della Valle a Firenze furono i primi proprietari di una società maschile a investire nel calcio femminile. Andando in Spagna ho visto un cambiamento assurdo: centri sportivi al top, partite trasmesse in chiaro in televisione su uno dei canali più visti da tutti gli spagnoli. In Italia non avevo mai visto niente del genere».

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Rivista Undici (@rivistaundici)

Poi è arrivato l’Europeo in Svizzera. Le immagini ce le ricordiamo tutti: il gol di Cristiana Girelli all’ultimo secondo contro la Norvegia, la finale sfiorata, il gruppo abbracciato sotto la curva dei tifosi. E soprattutto un Paese intero incollato davanti allo schermo della televisione per seguire la Nazionale femminile. Le Azzurre di Soncin hanno costruito un nuovo entusiasmo. Perché le generazioni future cresceranno inseguendo dei riferimenti. Hanno la forma dell’urlo di Cristiana Girelli, oppure i colori della grinta di Elena Linari. Era tutto ciò che serviva al movimento italiano. «Il rilancio è stato sotto gli occhi di tutti. È normale che tantissime persone ci abbiano seguito, apprezzato e visto in noi dei valori che si erano un po’ persi. Abbiamo avuto una visibilità unica. Mi fa ancora strano quando la gente mi ferma per strada per una foto. Io nasco tifosa e continuerò a esserlo. Quando qualcuno su Instagram mi dice “voglio diventare come te” io gli rispondo dicendo “spero tu diventi più forte!”. Adesso sono felicissima, sto toccando l’Everest con un dito. Il calcio mi sta regalando tantissime soddisfazioni. Ma non riesco a fermarmi a questo. Stiamo finalmente ottenendo un po’ di rispetto e visibilità che per tanti anni le mie colleghe non hanno avuto. Ed è un fattore che dobbiamo portare avanti noi».

Elena non è mai banale. Non ha paura di fare un passo in avanti, che sia un rigore da battere al novantesimo o una questione sociale. «L’Europeo ha dato la seconda scossa al calcio femminile dopo il Mondiale del 2019. Probabilmente realizzerò di più quando smetterò di giocare. Ma non mi vedo come un modello, come una figurina, mi sento ancora come la bambina che le colleziona». C’è un’altra persona che non ha avuto paura di mettersi in gioco. Andrea Soncin è atterrato sulla panchina della Nazionale femminile nel settembre del 2023 dopo aver passato una vita nel calcio maschile. «Non è scontato trovare ex giocatori che apprezzino totalmente il nostro calcio. Questo ci ha rese veramente molto orgogliose. Soncin ci ha dato la serenità di poter affrontare qualsiasi nazionale senza alcun tipo di paura. Con il suo staff ci ha messo a disposizione tutta la professionalità per prepararci nel migliore dei modi sapendo che avevamo davanti un percorso lungo. Venivamo da un Mondiale e un Europeo negativi, l’umore nei confronti del calcio femminile in Italia di conseguenza non era dei migliori. Loro non si sono spaventati, si sono buttati a capofitto in una situazione nuova mettendosi in gioco».

Soncin è una tessera fondamentale nel mosaico del cambiamento. Non ha portato grandi rivoluzioni: è riuscito a entrare in sintonia con il gruppo. Prima con il rispetto, poi con le idee. «Lui parla al femminile, si è messo totalmente al nostro pari. Noi tante volte ridevamo perché non ci era mai capitato. Solitamente sono le donne a definirlo. Penso che il linguaggio possa davvero cambiare la rotta. Non a caso, in Italia, sulla fascia quest’anno c’è scritto capitana. Stiamo cercando di stabilire nuovi modelli per creare un linguaggio per il futuro. In questo momento storico però dobbiamo lavorare anche su tanti altri aspetti di discriminazione. Non dobbiamo fermarci soltanto alla parola. Il linguaggio può ancora cambiare. Il difensore, per dire. Forse è la parola più difficile da cambiare. La difendente potrebbe essere una soluzione. In Spagna però dicono la defensora, suona bene. È anche un discorso legato all’etimologia, alla lingua. Con il tempo cambierà sempre di più il linguaggio, anche perché sta evolvendo il calcio». L’Italia ha trascorso il ritiro dell’Europeo nel verde delle montagne svizzere. Nella stanza di Elena Linari ci sono tute, scarpette, divise. Sulla scrivania c’è una tesi di laurea coperta da una corona d’alloro. Dottoressa Linus, per le compagne. «Se ce l’ho fatta io è finito tutto! Ci sono voluti dieci anni. Giustamente i miei genitori hanno sempre voluto che studiassi. Io gli ho sempre detto, lo dico alla toscana, che in questi anni non ho mai fatto gingillometria applicata (tradotto: non si è mai girata i pollici, per intenderci, ndr). Mi sono sempre allenata tanto perché mi piace l’allenamento. Anche durante l’estate mi sono sempre interamente dedicata al calcio. È normale che se poi vuoi dedicarti a questa professione tu abbia meno tempo. Questo non mi permetteva di poter studiare, ma l’importante è aver portato a termine il percorso».

Dopo Roma, c’è Londra. A Elena è bastato prendere un ascensore per misurare il livello del calcio femminile in Inghilterra. Persino il display sopra i pulsanti mostrava partite, risultati, prossimi impegni. «Vedo una volontà di migliorare tutto ciò che circonda il calcio femminile: social, broadcaster, giornali, persone. Tutti sanno tutto. In Inghilterra le partite sono in diretta su YouTube, possono vederti in chiaro un sacco di persone. Questa è la maggiore differenza oltre anche al livello dei centri sportivi. L’opportunità di poter toccare con mano il campionato più bello d’Europa mi ha spinto fuori dalla mia comfort zone. Affrontiamo squadre e avversarie di livello mondiale e giochiamo in stadi pazzeschi. Poi la nostra presidentessa, Michele Kang, ha un progetto magnifico per la London City Lionesses, interamente pensato al femminile con un centro sportivo dedicato alle donne. Io ho trentuno anni, a Roma si stava chiudendo un ciclo e mi sentivo di poter vivere un nuovo cambiamento. Era il momento giusto per farlo». Certo, un po’ di cose sono cambiate. La lingua naturalmente, anche se «hanno tutti slang diversi, ma con l’inglese va bene dai». Poi c’è il capitolo meteo. E quello non si può cambiare. «A Roma ero viziata, non ho mai portato il giacchetto praticamente. Io mi sveglio sempre presto, ceno presto, ho abitudini regolari. Adesso va di moda dirlo: seguo il ritmo circadiano. Qui ho meno distrazioni, mi sto dedicando interamente al calcio, leggo tanti studi.  È tutta questione di ritmo».

Elena ci spalanca la porta della sua mente. È aperta, ci sono scenari, possibilità, culture che si intrecciano. La calma e il suo accento toscano disegnano una delle giocatrici più impattanti per il nostro movimento. Non ha paura di mettersi in gioco, di lanciarsi nel vuoto dell’estraneo. E sull’orizzonte del futuro rimbalzano mille idee. «Non so quando smetterò, il nostro sport è molto volatile da questo punto di vista. Adesso voglio rimanere giocatrice. Mi vedo comunque all’interno del calcio. Con la Nazionale sto seguendo il corso UEFA B, mi sta piacendo molto. Poi ho avuto la grande fortuna di poter conoscere Daniele De Rossi e il suo staff, mi piace come ragionano così come mi piace conoscere. Su Instagram guardo un sacco di esercitazioni, come si può allenare una squadra. Più studio in campo più riesco a crescere a livello individuale. Mi piacerebbe fare anche il corso di preparatore dei portieri, di match analyst. Oppure la magazziniera, per esempio. Vivere l’essenza quotidiana del calcio. Conoscere in modo globale per poi specializzarmi. Essendo una persona molto attiva e amante del calcio forse mi piacerebbe allenare prima di arrivare a un ruolo istituzionale. Per ogni cosa della vita ci sono dei vari momenti da cogliere». Ma per il futuro c’è ancora tempo. Elena ha segnato contro il Liverpool, giocato contro l’Arsenal davanti a un Emirates Stadium gremito. Sta vivendo il suo sogno. «A una bambina oggi farei una domanda: sei felice?». Elena lo è. Si sente una ragazzina. Come quando fotografava le scarpette messe in fila. Adesso ha una fascia azzurra sul braccio, qualche tatuaggio in più. E l’Italia è tornata a sognare d’estate grazie al calcio femminile. 

>

Leggi anche

Calcio
Non sapevo niente di calcio femminile, ma mi ha insegnato tutto
Un racconto in prima persona sui ricordi, gli insegnamenti, la crescita professionale. Dentro un movimento che non ha bisogno di paternalismo, ma solo di mettere il gioco al centro di tutto.
di Alessia Tarquinio
Calcio
La capitana dell’Italia agli Europei femminili, Elena Linari, ha scelto di indossare una fascia arcobaleno
Un messaggio significativo su un palcoscenico importante.
di Redazione Undici