È vero, il termine “giant killing”, l'”uccisione dei giganti” lo hanno inventato gli inglesi, riferendosi a tutte quelle occasioni in cui una super squadra di Premier League viene eliminata dalla FA Cup da un avversario di una serie inferiore. Eppure, forse, c’è un’altra coppa che fa ancora più vittime eccellenti: è la Coppa del Rey spagnola. Il formato, a pensarci bene, è lo stesso: le big giocano contro le più piccole, decide il sorteggio. La particolarità, però, è che fino alla semifinale i turni sono a eliminazione diretta e le squadre di divisione più bassa giocano automaticamente in casa, se sorteggiate contro una rivale di categoria superiore. La scelta della Federazione spagnola va in due direzioni: la prima è garantire un vantaggio tecnico, dato che di solito i campi sono più piccoli e gli stadi decisamente più caldi. La seconda, invece, riguardo l’impatto economico. Giocare contro Real Madrid, Barcellona o Atlético Madrid, infatti, permette a squadra di seconda, terza o quarta divisione di generare incassi record, di aumentare i ricavi delle attività commerciali, di farsi conoscere dagli appassionati, in poche parole di mettersi sulla mappa del calcio spagnolo.
Ne sa qualcosa il Real Madrid, che negli ultimi anni ha avuto un rapporto parecchio complicato con la Coppa del Re e ha permesso a numerose club minori di compiere le più grandi imprese sportive della loro storia. Quella contro l’Albacete, 17esimo in Ségunda División, è solo l’ultima di una lunga serie di eliminazioni sorprendenti. Certo, i blancos non stanno passando un periodo facile, l’esonero di Xabi Alonso è ancora freschissimo, ma la prima del nuovo tecnico Arbeloa non ha portato la scossa che ci si aspettava. Una prestazione sottotono e un finale da incubo hanno fatto il resto, confezionando un 3-2 storico, per i blancos meno famosi di Castiglia.
E sì che il Real aveva ripreso l’Albacete due volte, prima con Mastantuono nel recupero del primo tempo e poi con Gonzalo García al 91esimo. Poi è arrivata la ripartenza che nessuno si aspettava, francamente poco degna del Madrid. Jéfte Betancor, uno da 815 minuti e soli quattro gol in Liga2, è stato comunque lasciato libero di fuggire in contropiede. Alaba e Carvajal lo hanno controllato solo a vista senza accorciare, permettendogli di calciare da appena dentro l’area due volte e di piazzarla all’angolino. Segnali di una distrazione e di una presunzione che spesso hanno fatto scottare il Real.
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Dando un’occhiata all’andamento delle Merengues in Coppa dal nuovo millennio in poi, infatti, si notano diverse uscite anticipate dalla competizione. Il primo caso risale proprio alla stagione 2000/01, quando il Toledo, allora squadra di Ségunda B (la terza divisione) ha fatto fuori il Madrid. Un caso simile è capitato nel 2008(09, con il Real di Cristiano Ronaldo, Kakà e Benzema è stato eliminato dal Real Unión. C’è stato poi il caso Alcorcón l’anno dopo, addirittura clamoroso nel risultato: 4-0 subito all’andata contro una squadra sempre di Segunda B.
Bendita locura ser del Albacete Balompié 🤍🦇 pic.twitter.com/Be80Pk7Dp8
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Nelle stagioni successive il trend non è cambiato. Il Cadice nel 2015/16 ha eliminato il Real senza nemmeno scendere in campo nel ritorno, a causa di un errore amministrativo della squadra allora allenata da Benítez: nel match d’andata, venne schierato in campo un giocatore, Cheryshev, che doveva scontare una squalifica. Poi sono arrivati l’Alcoyano nel 2020/21, capace di vincere ai supplementari in gara secca e infine l’Albacete ieri sera, ulteriore conferma di una vulnerabilità che ha attraversato epoche, allenatori e rose profondamente diverse. Ciò che ha colpito è stata la continuità del fenomeno: non è una questione di partite secche o doppio confronto, squadre di Segunda o Segunda B, stadi piccoli o contesti ostili. Insomma, è cambiata la forma ma non la sostanza: il Real Madrid si è spesso presentato in Copa con rotazioni profonde, approcci rivedibili e un livello di concentrazione che raramente ha eguagliato quello mostrato nelle grandi notti europee. Non si è trattato necessariamente di sottovalutazione, ma di una gerarchia implicita degli obiettivi.
Ed è proprio qui che emerge il vero nodo: la differenza di stimoli, cosa che in parte colpisce anche il cammino in Liga. La Champions League rappresenta per il Real Madrid un territorio identitario, quasi naturale, dove storia, pressione e ambizione si alimentano a vicenda. La Copa del Rey, al contrario, è spesso percepita come una competizione accessoria, sacrificabile, in cui il margine d’errore sembra accettabile. Il paradosso è evidente: il club che domina l’Europa con ferocia competitiva accetta una normalità quasi disarmante in Coppa nazionale. E finché questa scala emotiva non cambierà, il Giant Killing continuerà a sembrare incredibile solo a chi guarda senza memoria storica.