I nomi di certi videogiochi talvolta invecchiano più del loro contenuto. Prendiamo Football Manager, serie intramontabile lanciata nel 2004: a distanza di due decenni resta popolarissima – oltre ad aver davvero formato diversi professionisti del pallone – eppure dovrebbe valutare un piccolo restyling. Non succederà perché “Football Head Coach” suonerebbe malissimo, ma a rigor di precisione il mestiere ormai si chiama così. Anche in Premier League, la patria per antonomasia del manager sportivo a tutto tondo. Una volta, forse.
Ultimi vennero Chelsea e Manchester United, che da questo mese hanno deciso di chiamare la propria guida tecnica con la nuova formula: se Enzo Maresca e Ruben Amorim erano ancora dei manager, Liam Rosenior e Darren Fletcher sono a tutti gli effetti head coach. Cioè l’allenatore capo, che tiene le redini della squadra essenzialmente fra spogliatoio e panchina. Niente strategie di mercato, niente gestione del club in senso lato. Un ridimensionamento sistematico, contestualmente giustificato dalla contemporanea ascesa del direttore sportivo nel senso più italiano del termine. Maggior spazio e libertà di manovra per il dirigente, minori i poteri del coach. “Avevo accettato questa panchina per essere il manager”, aveva attaccato Amorim alla vigilia dell’esonero. Un autentico spartiacque, anche lessicale.
Perché figure alla Ferguson o alla Wenger, anche in Premier League, semplicemente non esisteranno più. Come racconta ESPN, oggi ormai gli unici manager superstiti – non necessariamente in piazze periferiche, anzi – si possono vedere tra Arsenal, Manchester City, Everton, Crystal Palace e Leeds. Cinque club su venti. “Dopo sei mesi di lavoro”, spiega Arteta, “i dirigenti hanno iniziato a darmi carta bianca: questa è la mia visione, questo è quello che faccio, questo è il progetto che intravedo, qui è dove posso aiutare. Ho presentato il piano e da lì abbiamo iniziato tutti insieme a impreziosire queste idee”.
Il concetto di head coach, al contrario, deve fare i conti con una restrizione dietro l’altra. Si tratta di figure professionali preposte a lavorare all’interno di una struttura dalle responsabilità ripartite, tra scouting, trattative di mercato, questioni mediche e analisi dei dati. “Un manager è un visionario a cui tutti devono rispondere. Un head coach è più un ingranaggio di rilievo all’interno di un macchinario più grande”, l’efficace definizione sintetizzata sempre da ESPN.
In Italia e in Serie A è quasi sempre stato così – tranne qualche eccezione: il Milan di Sacchi, l’Inter di Mourinho –, ma per gli standard inglesi è un salto di specie concettuale non semplice da digerire. Certo è che il calcio odierno tende a mettere in luce dei club intenti a stabilire la propria identità sulla base di principi precisi, attraverso la propria infrastruttura e sovrastruttura sportiva, anziché affidare la loro aura nelle mani di profili tecnici temporanei. Al 2025, la durata media di un’esperienza in panchina – sia per i manager, sia per gli head coach – è stata di appena 1,42 anni. Una tendenza marcatamente zampariniana, anche se il Palermo oggi è nelle salde mani dei proprietari del Manchester City. Sono proprio altri tempi.