È stato Andre Agassi il primo a fare outing tramite best seller. L’ex numero uno al mondo odiava il tennis, da sempre e «di una passione oscura e segreta”» Brooke Shields, gli sponsor, la fama, Wimbledon, il Career Grand Slam, Steffi Graf, la standing ovation il giorno dell’addio lo hanno aiutato a sopravvivere, ma l’odio è rimasto ed è diventato letteratura (e presto anche una serie tv). Cosa dovrebbe dire allora il resto del Tour, i numeri 100, quelli che arrancano per mestiere fino a quando non diventa insostenibile emotivamente e fisicamente, quelli che sopravvivono ai margini del circuito, che vincono e perdono in solitudine?
I campioni non hanno bisogno di un cognome. Roger, Serena, Rafa, tutti sanno di chi stiamo parlando. Fuori dal cerchio magico, al contrario, non solo nessuno ti chiama per nome, vieni identificato dal ranking; la classifica ti precede, ti identifica, decide se meriti di essere salutato oppure no. Conor Niland da giocatore è stato numero 129 al mondo (nel 2010) e per anni il miglior tennista irlandese. Il suo cursus honorum comprende la partecipazione a Les petits As, torneo mondiale under 12 e under 14, l’accademia di Nick Bollettieri (nel gruppo dei “coniglietti”, ovvero i giocatori di basso livello ma con genitori in grado di finanziare i sogni di gloria, propri e della prole), i warm up con le sorelle Williams, i Futures, i Challenger, tornei e torneini a caccia di punti e di qualificazioni per i tornei dello Slam. È la gavetta dei tennisti, per alcuni dura una stagione, per altri non finisce mai. Niland da junior ha anche battuto Federer, suo coetaneo, poi lo svizzero è diventato Roger, appunto. Lui no.
La sua carriera è diventata un libro, Quasi farcela (Mondadori, 2026), vincitore del premio William Hill (il riconoscimento più prestigioso al mondo dedicato alla letteratura sportiva) come miglior libro dell’anno nel 2024 e appena pubblicato in Italia con la traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi.
Sono passati 13 anni dal suo ritiro. Qual è oggi il suo rapporto con il tennis?
Lo definirei complesso. È stato il centro della mia vita per trent’anni ma quando ho deciso che era finita ho totalmente smesso di seguirlo. Ho ricominciato da poco grazie ai miei figli, a cui il tennis piace molto. Ci svegliamo la mattina presto per guardare gli Australian Open. Amano Sinner e Alcaraz.
Nel libro racconta la vita nel Tour durante la generazione dei Big 3 dal punto di vista di chi non è Big 3. Il sottotitolo è: «La dura realtà del 99% dei tennisti professionisti». Pensa che avrebbe avuto ugualmente la necessità di scriverlo se fosse entrato in top 50?
Forse no. In un certo senso scrivere è stato catartico. Mi ha permesso di liberarmi di alcuni dolori e frustrazioni quotidiane. Mi ha anche aiutato il fatto di essermi laureato in Letteratura inglese all’università. Prima di cominciare il libro non c’era giorno in cui non ripensassi al mio match giocato a Wimbledon (nel 2011 contro il francese Adrian Mannarino) con tutti i rimpianti che ne derivavano. Quando è uscito Quasi farcela ha smesso di essere un pensiero ricorrente. Sono sempre i miei figli che me lo ricordano. Adrien gioca ancora e ogni volta che viene inquadrato i miei figli esclamano: «Buuu, lui è quello che ha battuto il papà a Wimbledon». Io sorrido e dico di smetterla, che è un bravo ragazzo, che è tutto finito.
Altri pensieri ricorrenti da ex tennista?
Se per sbaglio guardo l’orologio e segna l’1.29 penso immediatamente al mio best ranking, la stessa cosa accade con il contachilometri della macchina, 129 miglia per me diventa il mio numero. Quel numero è parte della nostra identità di giocatori, te lo porti dietro anche quando smetti.
Nel libro scrive una frase brutale: «Una carriera tennistica professionale si basa in definitiva su una scommessa terrificante: ogni giocatore di successo pregiudica la propria infanzia per raggiungerlo, ma lo stesso vale anche per chi non ce la fa».
Purtroppo è la realtà. Il tennis è un enorme investimento a fondo perduto. Da piccolo ti obbliga a prendere rischi senza alcuna garanzia. E il successo è un privilegio per pochi, non conosco altri sport dove sono così pochi quelli che ce la fanno. Nel calcio non conta solo la Serie A. Nel tennis, come qualità della vita, il numero 70 al mondo è più vicino al numero 200 che non ai top 20.
Che differenza c’è tra il 120 del mondo e il numero 10?
I top 10 si muovono meglio, ma a livello tecnico non ci sono tante differenze. I colpi sono gli stessi. Sfido chiunque a riconoscere il numero 20 e il numero 120 del mondo durante una sessione di allenamento. Il divario economico è molto maggiore rispetto a quello qualitativo.
Lei ha vissuto il Tour da entrambe le prospettive, dai tornei dello Slam e dai circuiti minori. In vent’anni di tennis sono stati più gli alti o i bassi?
Sfortunatamente sono molti di più i bassi, e credo sia un pensiero comune. Gli alti si contano nelle dita di una mano sola, i bassi accadono ogni volta che perdi un match, una volta alla settimana se non sei Sinner o Alcaraz, ogni volta che prendi un aereo da solo, che vai a dormire da solo. Il dispiacere dopo una sconfitta è una cosa a cui non ci si abitua.
E il momento più alto qual è stato?
Quando mi sono qualificato nel tabellone principale di Wimbledon. Quando ho vinto l’ultima partita di qualificazioni contro Nikola Mektic (ancora oggi nel circuito ATP di doppio). Mi ricordo che mi sono accasciato sull’erba d’istinto, un modo per liberare la tensione. In quel momento ho capito cosa significa essere in pace. Nello stesso anno sono entrato nel main draw anche allo US Open, ma non è stato uguale.
Nel libro, quando parla del 2012, l’anno dell’addio, cita un episodio avvenuto a Singapore tra lei e il suo papà. Scrive che invece che essere grato a suo padre perché aveva viaggiato dall’Irlanda all’Asia per non lasciarlo solo, aveva pensato: «Ho trent’anni: cosa diavolo ci facciamo io e lui dall’altra parte del mondo, in questa minuscola stanza d’albergo»?
Non succede altrove che un uomo di trent’anni divida la stanza d’albergo con suo padre, sembra quasi ridicolo. Per i tennisti invece è la normalità. Mi ricordo quel giorno, avevo un dolore cronico all’anca, ma non solo per quello avevo compreso che era finita. Avevo raggiunto in qualche modo il mio sogno, giocare a Wimbedon. Smettere mi sembrava la scelta più saggia.
I suoi genitori sono stati fondamentali per la sua carriera. Nel tennis sono ovunque, quasi sempre sono gli artefici dei successi e dei fallimenti dei loro figli. Li vediamo gravitare attorno ai loro figli dall’inizio fino al giorno dell’addio. I genitori nel Tour sono troppi e troppo presenti?
Direi di sì. Sono ovunque. Infatti mi stupiscono molto il papà e la mamma di Sinner, loro li vedo poco nei box, e mi sembrano rilassati. Un giorno lui ha detto che è stato fortunato perché ha avuto due genitori che lo hanno lasciato libero di scegliere, è raro e soprattutto ammirevole.
Da genitore vorrebbe che i suoi figli giocassero a tennis? Serena Williams un giorno ha detto che spera che le sue figlie non seguano le sue orme.
È strano che lo dica la tennista più forte di tutti i tempi. I miei figli giocano a tennis, si sono appassionati da quando ho scritto il libro. Io, senza forzarli, assecondo la loro passione. Quello che preferirei non fare è seguirli per tornei. Ma è decisamente troppo presto.
Lei ha mai odiato i suoi avversari, o quelli che ce l’hanno fatta?
Il tennis ti porta a odiare te stesso prima di tutti gli altri. Io non ho mai provato rancore nei confronti di Mannarino per avermi battuto a Wimbledon né tanto meno per Roger Federer e tutti quelli che sono arrivati. Il problema è che il tennis è brutale. Pensiamo agli Australian Open, sono 128 giocatori nel tabellone principale, nel giro di due giorni la metà di loro torna a casa, sconfitta, e deve ricominciare da capo.
Cosa le ha insegnato il tennis?
Ad avere la pelle dura. Grazie allo sport ho imparato a non abbattermi troppo per le sconfitte… il più delle volte ha funzionato.
Cosa c’è dopo il tennis?
La vita vera. Fuori dai tornei, a trent’anni erano poche le cose che conoscevo. Non sapevo cucinare, cambiare una lampadina, scrivere una mail, usare Excel. Da giocatore tutto si riduce a un campo da tennis. Quando ho detto addio al tennis ho dovuto imparare a essere meno egoista, che il mondo non girava intorno ai miei match. Per anni, dopo che ho smesso, a casa aprivo il frigo e prendevo quello che mi andavagg in quel momento. Ci ho messo del tempo prima di imparare a girarmi verso la mia compagna Síne e chiederle se volesse dividere il cibo con me.