Non avevo mai pensato di affrontare Djokovic, ma adesso so di essere sulla strada giusta: intervista a Francesco Maestrelli

Il tennista italiano racconta l'esordio in uno Slam, l'emozione di giocare contro uno dei più grandi fuoriclasse di sempre, il suo percorso e le sue prospettive.
di Margherita Sciaulino 27 Gennaio 2026 alle 02:17

Gli Australian Open sono il torneo dove tutti desiderano ritrovare il tennis. L’Happy Slam segna la fine di un’attesa durata due mesi e l’inizio di una stagione dove si possono rimescolare le gerarchie. A Melbourne, quindi, si trova il cancelletto di partenza di una nuova annata, un luogo dove si arriva freschi e riposati. Per questo l’attenzione viene posta su tutti i campi, anche quelli secondari, alla ricerca delle prime sorprese. Francesco Maestrelli, 23 anni, originario di Pisa, era sul campo numero 7 di Melbourne Park quando ha vinto il terzo turno di qualificazioni, da numero 141 del mondo, raggiungendo per la prima volta il tabellone principale di uno Slam. Era il suo decimo tentativo, dopo averlo sfiorato in altre due occasioni, fermandosi all’ultimo turno di qualificazione allo US Open 2022 e al Roland Garros 2024.

Dotato di un servizio che supera i 220 km/h e di un gioco solido, costruito soprattutto sulla diagonale di rovescio, Maestrelli in passato era stato soprannominato come il piccolo Medvedev per la postura in campo, simile a quella del suo idolo. Al suo debutto Slam ha vinto una battaglia al quinto set contro Terence Atmane, 64 del ranking ATP (6-4, 3-6, 6-7, 6-1, 6-1), durata quasi tre ore e mezza di gioco. Tra i crampi e le temperature folli di Melbourne, Maestrelli si è trascinato ai margini del campo, dove gli hanno rivelato che al secondo turno avrebbe affrontato Novak Djokovic, vincitore di 24 titoli Slam: «No dai, davvero?» ha risposto lui sorpreso. «Non guardo mai il tabellone, uno non dovrebbe mai fare previsioni».

Una frase che racchiude perfettamente la voglia di essere pronti e la paura di non esserlo. Nonostante la sconfitta in tre set contro il serbo, Maestrelli ha raccontato a Undici che, dopo due anni difficili in cui ha vacillato sul suo futuro, si sente finalmente pronto per competere ai massimi livelli del tennis. Con i complimenti di Djokovic, Jannik Sinner e di Alberto Gilardino, allenatore del Pisa, la sua squadra di calcio del cuore, la stagione di Francesco Maestrelli è iniziata nel migliore dei modi.

Tra tante emozioni che hai provato in pochi giorni, qual è stata la più grande: qualificarti per la prima volta a un torneo dello Slam, vincere il primo turno contro il numero 64 ATP o giocare contro Novak Djokovic?
Diciamo che qualificarmi in un torneo dello Slam era un obiettivo più concreto, un obiettivo che ho cercato di costruire giorno dopo giorno. Mentre giocare con Djokovic, sul centrale di Melbourne, era forse più un sogno a cui sinceramente non avevo mai pensato. Quindi sono state due emozioni molto diverse con dei pensieri differenti. Ma direi che la qualificazione all’Australian Open vince su tutto.
La sera prima di giocare contro Djokovic come ti sentivi, sei riuscito a dormire bene o hai fatto fatica?
Eh, insomma, ero un po’ agitato. Non vedevo l’ora di entrare in campo ma allo tesso tempo speravo di fare una buona partita e sapevo che non era per nulla scontato. No, non ho dormito nel migliore dei modi.

La preparazione fisica che hai svolto nell’ultimo periodo secondo te ha fatto la differenza? Ti ha fatto sentire pronto per competere ai massimi livelli?
Secondo me sì, questo è già il secondo anno che lavoro con il preparatore atletico argentino e in termini di esperienza mi ha dato tante certezze. Abbiamo lavorato affinché in campo mi sentissi nel pieno delle mie forze e con tanta energia per sostenere i cinque set. Ma è un lavoro che parte da molto lontano. Insieme abbiamo consolidato la base che avevamo costruito l’anno scorso.
Oltre al tuo coach, era sempre presente la tua fidanzata, a cui affidavi le tue racchette. Lei ti segue sempre nei tornei? Quanto è importante per te la sua presenza quando giochi?
No a dire la verità non mi segue spesso, lei studia economia e sta facendo il suo percorso. Ma questa volta era più libera dallo studio ed è venuta con me. È stata molto importante in Australia, come supporto ma anche come persona con cui staccare dal tennis dopo aver lavorato, con cui godere del tempo passato insieme. Mi ha dato tanta tranquillità e non ci succede quasi mai di vivere i tornei così.

Cosa ti ha lasciato Melbourne? La tua vita è già cambiata in qualche modo dopo questo Australian Open?
Per quanto riguarda me stesso no, la mia vita è rimasta uguale. A livello mediatico ho avuto una spinta maggiore sicuramente, ma anche se le emozioni sono state molto forti, non voglio distrarmi perché so di essere sulla strada giusta. A Melbourne ero sotto i riflettori ma è molto più importante quello che uno fa tutti i giorni nel quotidiano rispetto a certe partite o al risultato in sé, che a volte è fuorviante. Questo torneo mi ha dato tanto carica per continuare a migliorarmi.
Ho letto che i tuoi idoli sono Federer e Medvedev, due giocatori opposti. Per il primo direi che non c’è bisogno di dare spiegazioni, invece vorrei chiederti come mai Medvedev?
Si lo so è un giocatore un po’ atipico. Mi piace molto la sua creatività tecnica, se lo guardi esteticamente non è convenzionale ma dietro al suo essere diverso c’è un talento incredibile e una forza mentale pazzesca. Medvedev ti cuoce a fuoco lento, è un grande servitore ma si muove benissimo in campo, e ha un rovescio che invidio.

Quando eri piccolo hai lasciato il calcio per dedicarti al tennis. Ricordi cosa ti ha spinto a fare questa scelta?
Il calcio mi piaceva molto e mi piace ancora, ma quando giocavo le partite mi rendevo conto che uscivo dal campo e mi sentivo incompleto. Non mi dava l’adrenalina che mi dava il tennis. Mi godevo molto di più i risultati con il tennis, perché sapevo che dipendevano solo da me.
Ora che hai vissuto il momento migliore della tua carriera, se ti guardi indietro quanto è stato difficile arrivare fin qui? C’è stato un momento in cui hai pensato di mollare?
Un momento preciso no, ma i due anni successivi al 2022, quando avevo raggiunto l’ultimo turno di qualificazione allo US Open, sono stati molto difficili per me. Da quel momento non ero più il giovane italiano di cui non si sapeva niente e mi sentivo tante pressioni addosso. Secondo me, nel mio piccolo, non ero ancora pronto al 100% per i risultati che avevo raggiunto. Dovevo fare ancora tanti step nel mio quotidiano e quella pressione mi avevo creato tante incertezze. Poi l’anno scorso mi sono infortunato e sono stato due mesi fermo. Quindi direi che in questi due anni – 2024 e 2025 – ho un po’ vacillato, non sapevo più se ero in grado di continuare. Ma lavorando, con pazienza, sono ripartito e direi che è andata bene.
Che programmi hai adesso, dove giocherai
Ora vado a Tenerife sabato e faccio due tornei lì. Poi forse giocherò lo swing americano.
Secondo te chi vince l’Australian Open?
Mi auguro Sinner o Musetti ma vedo Alcaraz molto centrato. Per quello che ho visto, le mie sensazioni dicono Alcaraz.

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