Da un po’ di tempo i club di Premier League fanno mercato soprattutto tra di loro, perché sono troppo ricchi per il resto d’Europa

E al contempo diminuiscono le spese verso il continente, ormai relegato a satellite dello strapotere inglese.
di Redazione Undici 04 Febbraio 2026 alle 15:09

È la Superlega di fatto, proiettata verso un altro universo calcistico rispetto al resto del mondo. E d’Europa, in particolare: la Premier League ormai è un affare nazionale. Nel senso che, per le venti partecipanti e soprattutto per i top club, sta diventando sempre più conveniente e redditizio comprare e vendere giocatori all’interno del loro stesso campionato. Una tendenza netta, a tratti nuova, riscontrabile da Manchester a Londra. E che presto cambierà le dinamiche del calciomercato per come lo conosciamo — anzi, in parte l’ha già fatto.

Basta una breve panoramica per rendersi conto del fenomeno. Il Manchester United, per assicurarsi le prestazioni di giocatori provenienti dalla Premier, ha sborsato più soldi in questa stagione — quasi 150 milioni di euro, tra Bryan Mbeumo e Matheus Cunha — rispetto alle cinque precedenti. Stessa storia per i cugini del City, con oltre 160 milioni stanziati sul mercato per Semenyo, Guéhi, Trafford e Aït-Nouri — tutti, come avrete capito, sono arrivati da altre squadre inglesi. Analogo trend per Liverpool, Chelsea, Newcastle e Arsenal, con i Gunners a tracciare la via durante tutta la gestione Arteta: da Madueke a Norgaard, l’attuale capolista ha costruito la propria forza tecnica principalmente grazie a rinforzi “casalinghi” (soprattutto ex Chelsea).

Insomma, cercare il colpo da novanta all’estero rappresenta un azzardo oggi poco appetibile. Come racconta The Telegraph, si tratta di una dinamica piuttosto recente ma già altrettanto radicata. Nel 2019/2020, la spesa combinata all’interno della Premier League da parte delle suddette Big Six (Liverpool, Manchester United, Arsenal, Manchester City, Chelsea, Tottenham) ammontava a nemmeno dieci milioni di euro. E anche fra gli altri club si è registrata una progressiva propensione verso il mercato domestico: sei anni fa, soltanto il 14% della spesa totale per la campagna acquisti si concentrava su giocatori già militanti in Premier; nell’ultimo triennio, quella quota è volata al 35. E continua a salire.

Come spiegare questo ribaltone di mercato? Questione di usato sicuro: molti club si sono accorti che le capacità di adattamento dei nuovi calciatori all’interno del campionato inglese richiede sempre più pazienza e un orizzonte di lungo periodo. E chi aveva sognato il crack dall’Europa continentale, molto spesso è rimasto deluso. Su tutti il Manchester United, naturalmente: altri 100 milioni sborsati per l’Antony di turno, fanno capire dalle parti di Old Trafford, non verranno più investiti. In fin dei conti è una presa di coscienza anche naturale. Perché il divario finanziario fra la Premier e il resto d’Europa è ormai abissale: soltanto quest’anno, la spesa per i trasferimenti sostenuta dai primi venti club inglesi è pari a quella di Bundesliga, Serie A, Liga e Ligue 1. Messe assieme.

Succede allora che si spostano gli equilibri, che si riscrivono i ruoli. Dunque a bussare alla porta delle italiane o delle spagnole, di norma, non saranno più il Chelsea o il Manchester City. Ma magari Nottingham, Brighton o Bournemouth: insomma, le medio-piccole che si assumeranno il rischio — allettate dalle potenziali plusvalenze — di prelevare i migliori giocatori degli altri campionati europei e cercare di adattarli all’intensità e alle specificità di quello inglese. Facendo così da tramite fra i top club continentali e quelli di Premier. Cioè fra il passato e il futuro del calcio. Meglio farci l’abitudine.

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