Sono giorni in cui si parla di rifondazione, ci si scervella a trovare la ricetta per la ripartenza – credibile, radicale e sostanziale, questa volta – del calcio italiano. Le idee e la teoria non mancano. Ma per fare i conti con la pratica, sotto lo stesso tetto regolamentare dettato dalla UEFA, occorre studiare all’estero. Guardare a modelli di successo ormai affermati a livello globale, dopo lunghe fasi di delusione – sì, non siamo gli unici ad avere le nostre Bosnie e Macedonie del Nord, ma altrove i tempi di reazione sono stati decisamente più accettabili del pachidermico immobilismo tutto italiano.
Si pensi alla Germania dopo Euro 2004, alla Spagna quasi orfana di successi prima degli anni Duemila. Oppure al piccolo Portogallo, che sull’onda della divinità di Cristiano Ronaldo – e della più secolare occasione di un Europeo in casa – ha saputo costruire un sistema efficacissimo e durevole. Ben oltre la straordinaria carriera di CR7, facendosi trovare pronto già prima del suo prossimo ritiro.
Se, in Italia, oggi facciamo i titoli di giornale invocando il ritorno al calcio spontaneo, di strada, sappiate che nemmeno nelle strade di Porto o Lisbona si gioca più a pallone: le nuove fucine di talento spontaneo, infatti, sono i centri sportivi. Non necessariamente per l’avanguardia delle infrastrutture, che a volte c’è e a volte non c’è, ma per l’approccio di lavoro, una sorta di “metodica educazione” all’imprevedibile calcio dei vicoli e dei campetti: senza imbottire i bambini di overdosi tattiche, in Portogallo si spinge forte sulla tecnica di gioco sin dalla tenera età. Si creano situazioni di handicap – l’obbligo a usare solo il piede debole, o portare i ragazzini a scuola di ballo per stimolarne la creatività di movimento, per esempio – e si addestrano gli aspetti più carenti del bagaglio di un giocatore. Si complicano gli allenamenti per rendere più facili, in seguito, le partite. E si dà libero sfogo alla fantasia, in barba al grottesco risultatismo che attanaglia i nostri vivai sin dai più piccoli.
Il vero traguardo, per le accademie portoghesi, è la coltivazione nel tempo di potenziali fuoriclasse in senso di completezza. Finiscono presto, già in piena adolescenza, sui taccuini dei più attenti scout d’Europa. E gli incassi di queste vendite forniscono al sistema la linfa economica per rigenerare e moltiplicare un prodotto calcistico tanto apprezzato. Una ricerca accademica dell’Università di Porto dimostra come l’esportazione dei talenti lusitani sia non soltanto innescata da settori giovanili all’altezza, ma anche correlata al capillare radicamento dei medesimi su tutto il territorio. Non esistono insomma zone grigie o inesplorate: i club hanno accesso a database sconfinati che possono essere utilizzati per l’allocazione delle proprie risorse, identificando partnership strategiche con squadre minori per aumentare il loro raggio d’azione nella scoperta di nuovi talenti.
Si è dunque venuto a creare un ecosistema ideale per i giovani giocatori, supportati da centri sportivi di livello, metodologie di allenamento intelligenti, un ambiente tutt’altro che tossico – che anziché favorire l’ansia per il risultato permette di proteggere il piacere di divertirsi, anche quando ci si avvicina a percorsi professionistici. Gli stessi campionati giovanili sono calibrati con attenzione, permettendo a tutti di mettersi in mostra in base a criteri di merito e con sbocchi naturali verso le prime squadre. Non c’è pressione sui ragazzi perché vengono innanzitutto educati alla vita, con un percorso scolastico formativo e rassicurante – garantito dalle medesime Academy – anche in caso di un futuro lontano dal calcio. Sporting, Benfica e in misura minore Porto e Braga sono i top club che anche in questo senso tracciano la via. Ma affinché tutto questo funzioni, servono infrastrutture di supporto adeguate – dormitori, posti studio – e investimenti costanti nei vivai, un reparto scout sempre all’opera, un filo conduttore lineare dai pulcini alla Primavera.
In cima a questa piramide-modello, in termini sia di successo sia di anzianità, c’è l’invidiabile accademia dello Sporting. Già luogo di formazione di Cristiano Ronaldo, Quaresma e Figo nel secolo scorso, dalle parti di Lisbona si dice sia da sempre specializzata nello sviluppo di giocatori di spinta, fascia e dribbling – quello che all’estremo opposto manca terribilmente dalle nostre parti. I biancoverdi puntano su estro e metodo, ma anche su una capillare attenzione allo sviluppo psicofisico dei ragazzi, sin dalle prime fasi dell’approccio, quando vengono contattati nelle squadre periferiche del Paese – e il rischio di montarsi la testa è altissimo. Una dieta sana vale quanto saltare l’uomo, il fair play va di pari passo col palleggio. Qui si formano le persone, prima ancora dei calciatori. E sulle lavagne degli spogliatoi si perpetua il seguente motto: “Impegno, dedizione, devozione, gloria”. In quest’ordine. L’ordine delle priorità è alto, il modello funziona: non è un caso, non può esserlo.