Si chiama Otto Infinito: Vita e morte di un Mamba, ed è lo spettacolo teatrale su Kobe Bryant che Federico Buffa sta portando in giro per l’Italia. Dopo il debutto dello scorso anno, quest’anno la tournée tocca tutto il Paese, per celebrare la grandezza e la complessità di una superstar della NBA e di tutto lo sport. Prodotto da Imarts per la regia di Maria Elisabetta Marelli e presentato da Sky Sport, Otto Infinito è un viaggio nella personalità debordante di Kobe: la sua ossessione per il successo, la sete di conoscenza e la capacità di ispirare generazioni.
Per Federico Buffa è un ritorno alla sua grande passione, la pallacanestro, per concentrarsi su un personaggio pieno di sfaccettature e contraddizioni, certamente epocale, anzi, infinito. Buffa lo descrive come il personaggio più complesso che abbia mai raccontato. E questa complessità nasce sin dall’inizio della sua formidabile saga: «In NBA certi giocatori si passano un testimone, un’ideale torcia. Nel caso di Kobe, la torcia arriva dal più grande di tutti i tempi. Nello spettacolo racconto che Jordan gli dice questo è il mio numero, chiamami quando vuoi, ma Kobe non lo chiama, gli parla in campo. Gli chiede cose tipo: “Michael, cosa fai in queste situazioni?”. E Jordan gli risponde, mentre stanno giocando! Alla fine di quella partita, un anonimo Bulls contro Lakers vinto senza nessun problema da Chicago, il bordocampista chiede a Michael: ci è sembrato che tu parlassi col ragazzino, ma non è per te sconcertante dover condividere i tuoi segreti? E Jordan dice: io facevo lo stesso. Chiedevo a Magic, chiedevo a Bird. Se loro non ti rispettano, non ti rispondono. Ma se ti rispettano…»
Vuol dire che i campioni ti riconoscono come uno di loro.
Perché il gioco va diffuso così. I giocatori dicono: ce lo passiamo tra di noi. Ecco, questa cosa è puramente NBA. Non c’è nessun altro sport, a parte il football americano che è poco diffuso nel mondo, dove tutti i migliori giocano nella stessa lega. È un caso unico.
Kobe da Jordan ha preso tantissimo: l’ossessione, il culto della vittoria, il lavoro maniacale su se stessi… e anche una certa cattiveria.
Questa è una cosa interessantissima di Kobe. Kobe non ha nessuna ragione di essere così aggressivo. Lui è cresciuto in una famiglia dove sua madre considerava ogni giorno il suo compleanno. Michael è cresciuto nel Sud degli Stati Uniti a fine anni Sessanta, la sua prima lezione a scuola è in una classe segregata: insomma, avrà qualche fame di riscatto. Kobe proprio no, ma è evidente che Kobe ha intuito la forza del sistema Jordan, cioè l’idea di annichilimento dell’avversario, questa idea di essere sempre al top della condizione. È il motivo per cui l’11 settembre lui sta guardando le Torri che cadono, ed è sudato: ma da lui, sulla costa ovest, sono le sei del mattino. Vuol dire che si è alzato alle quattro del mattino perché non sopporta l’idea che dall’altra parte del Paese qualcuno si sta già allenando per batterlo.
Questa mistica agonistica ha fatto sì che Kobe diventasse un modello per una lista infinita di atleti professionisti, anche fuori dal basket.
Il motivo è che gli sportivi professionisti si accorgono di qualcuno che interpreta lo sport come un mestiere. Per loro è un mestiere. Vuol dire che pensi al gioco 24 ore al giorno, ed è una cosa difficile da fare. Tantissimi ragazzi avrebbero delle doti ma non hanno questo tipo di mindset. In un certo modo devi essere predisposto a essere così, ma al tempo stesso ci devi lavorare su, tantissimo. Devi far fatica.
Per Kobe era più soddisfazione o una condanna autoinflitta?
50 e 50. Certamente una condanna, però ha scelto di essere condannato. Quindi le due cose combaciano. In più è una storia completamente atipica, anomala, nel senso che lui cresce in Italia e quando arriva alla scuola superiore, dove gli afroamericani gli parlano in slang, lui sorride e non capisce una parola. È totalmente privo di cultura afroamericana, il che lo rende diverso. Ma non si è mai opposto all’idea di esserlo, pur nel fatto che una certa cultura black lo attrae. Per esempio prova a rappare, ha un compagno di scuola che gli dà indicazioni, ma Kobe non mette una cosa di strada nei suoi testi. Ha solo delle bellissime storie d’amore.
L’italianità di Kobe è una cosa che è finita persino in campo: l’utilizzo della nostra lingua per non farsi capire dagli avversari.
Il suo compagno di squadra preferito era Vujacic, che l’italiano lo parlucchiava per aver giocato a Udine. Succede che si parlino in italiano anche prima dei due liberi fondamentali contro Boston (nel 2010, nda): lì si decide il futuro di Kobe, in bilico tra attestarsi come erede di Jordan e restare un perdente di successo. Kobe dice a Vujacic, che sta per tirare i liberi: “Se vuoi l’anello, questo lo devi mettere, cazzo di uno stronzo”.
E lui li mette.
In maniera fantastica, come se fosse al campetto. Vujacic è del resto una figura super interessante, tant’è vero che Phil Jackson recentemente lo ha chiamato a casa sua in Montana per consegnargli i libri del suo sistema. Di tutti i giocatori che ha allenato, ha scelto proprio lui. Come dire: spargilo tu il verbo.
L’evangelista.
San Sasha. Tra Kobe e Vujacic c’è sempre stato un legame molto particolare. Del resto Kobe – sempre invitato, mai presentato – va incredibilmente al compleanno di Sasha. In quella festa, in un locale di tendenza di Los Angeles, a un certo punto Sasha, che come tutti gli slavi è molto attratto dal melodico italiano, chiede di metter su Marina: pezzo di tale Rocco Granata del 1959. Vujacic mi ha raccontato che in quel momento tutti i giocatori dei Lakers hanno preso i piatti e li hanno spaccati, con Phil Jackson che se n’è andato ridendo per quella sorta di rituale.
Chi poteva pensare che Rocco Granata riscuotesse così successo sulla West Coast.
“Marina” è il terzo brano italiano più famoso della storia, dopo “Volare” e “‘O Sole Mio”. Questo perché nel 1955 Italia e Germania si accordano tra di loro per la libera circolazione, favorendo così l’emigrazione degli italiani che vanno a lavorare in Germania. E “Marina” era la canzone di questa gente. Tra l’altro ho scoperto che Maradona si scaldava solo con “Marina”.
Te la ricordi la prima volta che hai osservato Kobe?
Io e Flavio Tranquillo avremmo dovuto commentare la sua prima partita di NBA. Ma lui non resiste alle tentazioni, vuole andare a giocare sul playground di Venice, che si chiama The Recreation. Lui l’ha visto al cinema, in White Men Can’t Jump e in American History X. Kobe va a schiacciare e si appende al ferro pensando che sia retratto, ma ovviamente non lo è. Si rompe il polso destro e quindi deve saltare la prima parte di stagione. Quindi lo vedo all’All Star Game del 1997. Lì mi sono accorto che si muoveva in sintonia con il mondo, anche se in quell’acquario lui era l’ultimo arrivato. Avevo proprio la sensazione che avesse qualcosa di speciale.
E dopo di lui? Ne è arrivato uno come lui?
Beh, questo è un problema. Questa ossessione compulsiva non c’è. Vedi giocatori con passione, con talento, ma che non si applicano come faceva lui. Un nome su tutti: uno di talento come Anthony Edwards a livello mentale non gli è minimamente vicino. C’è qualcuno che vorrebbe, ma non ha i mezzi, e qualcuno che avrebbe i mezzi, ma non ha quella predisposizione. LeBron ha un atletismo sopra la norma, e quindi è un messaggio impossibile da recepire. Nel senso: per quanto tu possa imitarlo, dentro quel corpo non finisci.
Flavio Tranquillo ti manda un messaggio, anzi una riflessione: oggi la NBA è popolata da uno star system che non è più americano-centrico.
Racconto una cosa di Flavio. Finals di NBA, giugno, ristorante di San Antonio con R.C. Buford, general manager degli Spurs. Fuori ci sono 44 gradi, persino le farfalle sudano. In mezz’ora Flavio convince Buford a scegliere al Draft Manu Ginobili, di cui non ha praticamente nozione. Quando gli fanno i complimenti per averlo pescato a metà del secondo giro, Buford risponde: “Solo fortuna: se avessimo saputo che era così forte, secondo voi avremmo aspettato il secondo giro?”. Qui c’era l’idea di Flavio di raccontare agli americani che c’è un altro mondo oltre gli States, anche non tradizionalmente legato al basket.
Sappiamo come è andata con Ginobili in NBA.
A oggi non ho mai visto uno non americano così pronto per il mondo americano, senza che nessuno se l’aspettasse. Lui è stato una cosa incredibile. Un pioniere. Mi ricordo la gara 7 delle Finals contro Detroit (2005, nda) in cui la vince giocando un basket che non esiste negli Stati Uniti. Fa una roba che non si è mai vista prima: nelle penetrazioni a canestro appoggia la palla sulla testa o sul fianco del difensore, prendendo la spinta da quell’appoggio per andare al vetro. Un’idea inedita: gioco sul corpo dell’avversario per prendere slancio. Segna quattro canestri così nel quarto quarto, decisivi per la vittoria del titolo. Quella serie è stata stupenda, incantevole. Non ne fanno più serie così. Quando andrà via LeBron, quando non c’è più il tiro di Ray Allen cadendo indietro contro San Antonio… Non hai la sensazione che ci sia gente che sia in grado di ridarti quell’epica.
E secondo te questa cosa è figlia di un cambiamento solo dei protagonisti o anche del gioco?
C’è un cambiamento climatico nella NBA, che ha fatto delle scelte di business. Scottie Pippen ha detto: beh, se oggi è sempre favorito l’attacco, se non puoi usare i gomiti, se i body check sono vietati, è ovvio che improvvisamente c’è gente che fa 70 punti e che nel nostro basket ne avrebbe fatti 18. Se favorisci tanto l’attacco, perdi un po’ di bellezza del gioco. In più avere il tiro da tre punti ha tolto un’intera parte del campo: chi la sa abitare, tipo Gilgeous-Alexander, inevitabilmente domina, perché l’avversario fatica a difendere quella zona.
La tua prima volta negli States ha assunto le proporzioni del mito: viaggio premio a UCLA, anno 1978.
Non era solo un viaggio nello spazio, era un viaggio nel tempo. All’epoca andavi in un posto che era 30 anni più avanti, fu una cosa frastornante. Qui a Milano, per giocare a tennis, andavi al Campo Colombo e per mille lire avevi un campo in semiterra rossa e poche altre opportunità. A UCLA trovavi 24 campi a disposizione per gli studenti illuminati di notte, non dovevi neanche chiedere il permesso per giocare. In sala mensa vedevi gli americani consumare una quantità di cibo invereconda, e c’era la Coca Cola gratis. La prima cosa che faccio è prendere 13 bicchieri di Coca Cola per togliermi la soddisfazione: me li bevo tutti e non pago niente.
Poi sono arrivate altre volte al di là dell’Atlantico: innumerevoli.
Ho fatto i conti col passaporto: ci sono stato più di cento volte. E ho rischiato la vita almeno tre volte. Una più di tutte: in Louisiana, in un motel da 12 dollari. Me ne pento subito: verso le quattro del mattino mi sfondano la porta, arriva una persona che mi dice: I call the police. Quando poi arriva la polizia, non ho mai visto picchiare una persona così. Però andare nel sud degli Stati Uniti e non avere un altro bianco nello spazio di trenta chilometri o andare in un’università dove tu sei dall’altro lato della storia secondo me è molto formativo. Entri in un’angolazione visuale diversa.
E la tua ultima volta negli States quando è stata?
Non ci vado dal 2020, dalla morte di Kobe. E non ci torno più. Non sono più i miei. Sono diventati degli altri.