Più che i cinque Masters 1000 consecutivi, più che 28esimo titolo nel circuito maggiore, il quarto dell’anno dopo Indian Wells, Miami e Monte Carlo, più che la vittoria a Madrid che ancora gli mancava per completare tutti i tornei (ora “avanzano” solo Roma e il Roland-Garros), più che il numero uno del ranking, la cosa più significativa del pomeriggio di Jannik Sinner è una faccia. Quella disperata di Alexander Zverev, completamente tramortito nella finale del master spagnolo. Se il numero tre del mondo esce frustrato, svuotato e massacrato da una finale 1000, vuol dire che Jannik, in questo momento, vive su un altro pianeta. E allora, con un Alcaraz alle prese con i problemi al polso che lo terranno fuori ancora a Roma e a Parigi, Jannik può davvero pensare di arrivare alla stagione sull’erba con l’en plein.
La finale di Madrid, in questo senso, è un indizio inquietante (per gli altri, per tutti gli altri). Nel primo set Sinner è partito fortissimo, trovando subito grande continuità con la prima di servizio. Giusto per mettere in chiaro la situazione, il primo 15 è arrivato con il 36esimo ace del torneo e il secondo con un servizio a uscire potentissimo. Tre prime consecutive hanno indirizzato l’1-0 seguito dal break che ha indirizzato la partita, frantumando fin da subito le speranze di Zverev. «Dovrò giocare il mio migliore tennis per poter avere una chance. Spero di riuscirci», aveva detto il tedesco dopo la semifinale chiusa in due set contro il belga Blockx. Ecco, non ci è riuscito, schiacciato dalla pressione, dalla frustrazione e dal nervosismo che lo ha portato a commettere diversi errori: tre di fila che lo hanno mandato sotto di due game e quattro gratuiti che gli hanno fatto perdere il quarto game.
Il numero uno del mondo ha continuato a martellare, non ha lasciato nulla per strada, controllando ogni singolo turno in battuta e imprimendo un ritmo forsennato che ha trasformato il primo set in un monologo di 25 minuti: 81% di prime in campo e solo cinque punti concessi nei turni di servizio, bastano questi numeri a spiegare il dominio di Jannik. Nel secondo il trend è cambiato poco, pochissimo: Zverev ha cominciato meglio, tenendo a zero il suo turno di battuta a zero e ritrovando l’aiuto del servizio, ma Sinner ha continuato a tenere il controllo dei turni di battuta, chiudendo il secondo game con un altro ace.
Poi è arrivato il terzo gioco, quello in cui è girato (o meglio: è finito) il match: Sinner è salito sul 15-40 prendendo l’iniziativa da fondo, l’errore di rovescio di Zverev, visibilmente frustrato, ha fatto il resto. Nel quarto e nel sesto game Jannik ha tenuto il servizio serenamente, giocando sempre meglio, punto dopo punto e concedendosi anche qualche discesa a rete – un fondamentale di gioco perfezionati proprio a Madrid. Alla fine il 6-1 6-2 è stato confezionato in 57 minuti complessivi: 57 minuti che hanno incorniciato una prestazione semplicemente perfetta.
Non ci sono altri aggettivi per definire una partita del genere. Straordinaria, in particolare, è stata l’efficacia di Sinner al servizio: il numero uno al mondo è arrivato al 93% di punti vinti sulla prima e non ha concesso neanche una palla break. In una finale 1000, beh, dei numeri e un andamento del genere devono essere considerati rari, rarissimi. E invece Sinner li ha fatti diventare routine, normalità. Certo, su tutte queste valutazioni/rilevazioni pesa chiaramente l’assenza di Alcaraz. Ma bisogna anche riconoscere che Jannik ha fatto dei passi in avanti incredibili in senso assoluto, anche e soprattutto su quella terra battuta che non gli era mai andata veramente a genio (i due titoli conquistati a Monte Carlo e a Madrid sono stati il numero due e il numero tre della sua carriera sul rosso). Adesso sta agli altri capire quando e soprattutto come possono intromettersi in un dominio ormai consolidato, in una dittatura monocratica che sembra difficilissima anche solo da incrinare, figuriamoci da ribaltare. All’orizzonte ci sono Roma e soprattutto Parigi, gli ultimi due pezzi che mancano alla collezione di Jannik. Che ha già fatto la storia conquistando, primo tennista di sempre in assoluto, cinque Master 1000 consecutivi. E ha tutto ciò che serve, ma davvero tutto, per entrare nella leggenda e “completare” il tennis. A 25 anni non ancora compiuti.