Il tema dei montepremi dei tornei è senza dubbio il più discusso nel mondo del tennis. Ne hanno parlato tutti, soprattutto due tre le più importanti giocatrici del mondo, la numero uno del ranking WTA Aryna Sabalenka e la numero quattro Coco Gauff, arrivando a sostenere addirittura l’ipotesi di boicottare gli eventi più attesi dell’anno: quelli del Grande Slam. Ma andiamo per ordine: tutto comincia la scorsa settimana, quando alcuni tra i primi e le prime atlete dei Rankoing ATP e WTA, impegnati da oltre un anno nel dialogo con gli organizzatori dei tornei dello Slam, ha l’anno espresso la propria delusione per il montepremi del Roland Garros 2026, ritenuto insufficiente rispetto alla quota dei ricavi complessivi del torneo.
In una delle conferenze stampa prima dell’inizio degli Internazionali d’Italia, Aryna Sabalenka ha rincarato la dose: «A un certo punto arriveremo al boicottaggio», ha detto la tennista bielorussa, che ha spiegato come potrebbe essere «l’unico modo per difendere i nostri diritti». Sabalenka, poi, ha sottolineato come, soprattutto nel circuito femminile, sia oggi più semplice trovare un fronte comune. Alle sue parole hanno fatto eco Coco Gauff ed Elena Rybakina. La statunitense ha dichiarato di condividere pienamente la posizione della collega: «Se tutti ci muovessimo insieme, è uno scenario che posso vedere al 100%». La questione va oltre i top player, toccando soprattutto tutti i giocatori e le giocatrici che non fanno parte dei primi 100 del mondo: «Molti tra i primi 200 al mondo vivono praticamente torneo per torneo, quindi giorno per giorno, mentre in altri sport questo non accade» ha sentenziato Gauff.
La matassa da sbrogliare resta la distribuzione dei ricavi. Il montepremi del Roland Garros 2026 salirà a 61,7 milioni di euro (+9,5% rispetto al 2025), ma rappresenterà circa il 15% degli introiti stimati del torneo: una quota ritenuta troppo bassa dai giocatori. Nei tornei ATP e WTA – che, ricordiamolo, non organizzano i tornei dello Slam – la percentuale arriva fino al 22%. Anche questa percentuale è piuttosto bassa: come riporta The Athletic, negli sport di squadra statunitensi come NFL, NBA e MLB gli atleti percepiscono quasi il 50% dei ricavi. «Con ricavi record, la quota destinata ai giocatori continua a diminuire» recita un comunicato firmato da 20 tennisti di primo piano, tra cui Sabalenka, Sinner, Alcaraz e la stessa Gauff. Il documento denuncia anche la mancanza di consultazione e investimenti nel benessere degli atleti, parlando di un sistema che «non rappresenta adeguatamente chi è al centro del successo dello sport».
Dal canto suo, la Federazione francese ha assicurato la volontà di migliorare le condizioni dei giocatori, cercando il dialogo. La sensazione, però, è che che per quest’anno, almeno, le cose non cambieranno. Come detto, infatti, gli Slam sono indipendenti rispetto all’ATP e alla WTA, quindi possono decidere in autonomia sul montepremi. La questione è decisamente delicata, specie se si aggiungono anche le tasse che i giocatori devono versare sui premi, soprattutto in Inghilterra per Wimbledon.
Le richieste avanzate dai tennisti ruotano attorno a tre punti principali: una maggiore quota dei ricavi destinata ai montepremi, più investimenti nel welfare e una rappresentanza strutturata, attraverso la creazione di un Consiglio dei giocatori degli Slam. Non tutti, però, spingono per misure drastiche. Iga Świątek, numero 3 del mondo, ha definito il boicottaggio «un’opzione estrema» pur riconoscendo l’importanza dell’unità tra giocatori e del dialogo con gli organizzatori. Sulla stessa linea Ben Shelton, che però ha ribadito come agli atleti manchi ancora «un posto al tavolo» nelle decisioni relative ai tornei più importanti. Un precedente storico esiste: nel 1973, 81 giocatori boicottarono Wimbledon in solidarietà con Nikola Pilić, escluso dal torneo. Nello stesso anno, Billie Jean King aveva minacciato di disertare gli US Open in assenza di parità nei premi. Fino al via del Roland Garros, il 24 maggio, c’è tempo per rimediare, ma il clima resta decisamente teso.