Saúl Ñíguez ha rilasciato un’intervista molto importante sulla salute mentale dei calciatori, in cui ha detto che «mi sentivo Maradona poi è successo qualcosa nella mia testa»

Un resoconto che vale per tanti fuoriclasse come lui, che a un certo punto hanno disatteso le aspettative per problematiche troppo spesso trascurate, purtroppo.
di Redazione Undici 06 Maggio 2026 alle 18:23

Oggi Saúl Ñíguez ha 31 anni. Gioca nel Flamengo, in Brasile, e sarà sempre “grato al club brasiliano: in un momento di grande debolezza personale, mi hanno dimostrato affetto senza che io avessi dato loro nulla”, racconta il centrocampista in una lunga intervista rilasciata alla testata spagnola ABC. Al Flamengo pian piano le cose sono migliorate, fino alla conquista della Copa Libertadores – con Saúl comunque a incitare i suoi compagni dalla panchina. Eppure c’è stato un tempo in cui, tra le file dell’Atlético Madrid, questo ragazzo sembrava un autentico predestinato. “Il Gerrard di Spagna”, lo chiamavano, con il valore di mercato del suo cartellino che arrivò a toccare i 90 milioni di euro. E poi?

“Volevo diventare un simbolo dell’Atlético come Koke, è finita che mi hanno messo alla porta”, racconta Saúl Ñíguez. “Si è trattato di un lungo problema mentale: smetti di divertirti e perdi quel tocco magico. Non hai più quello che ti distingue dagli altri, quell’entusiasmo, quella passione. Fino a 25 anni, pensavo di essere Maradona, poi non so cosa sia successo nella mia testa, ma ho iniziato ad avere problemi, ho smesso di divertirmi e il mio destino è cambiato”. Il primo presto, nel 2013 al Rayo Vallecano, era per consentire a una giovane promessa di farsi le ossa altrove. Il secondo, al Chelsea nel 2021, dopo sette anni di successi fra i Colchoneros – memorabile il suo eurogol in semifinale di Champions contro il Bayern –, ha avuto i caratteri della diminutio. Di un rapporto che stava iniziando a incrinarsi. Il terzo, al Siviglia tre anni dopo, è stato quello dell’addio. “Non mi divertivo più anche perché mi spostavano da una posizione all’altra, aumentando la pressione su di me. Un giorno il commissario tecnico della Nazionale mi ha chiamato e mi ha detto: “Se giochi in quella posizione, non ti convocherò”. Così inizi a vedere cose, a perdere sicurezze. Bam, bam, bam. Non avevo la forza per cambiare mentalità e tornare al mio livello”.

Le parole di Saúl pesano perché raccontano il retroscena di alcune dinamiche comuni a tantissimi giocatori. Dinamiche che se non affrontate in un certo modo rischiano di paralizzare il talento, di ripercuotersi sulla persona. “Non ho accettato il cambio di ruolo”, spiega l’ex numero 8 di Simeone. “Non l’ho gestito bene, perché non mi divertivo. Loro pretendevano gli stessi standard da me, ma nella mia testa non c’era verso. E questo dialogo interiore negativo ha causato un calo significativo delle mie prestazioni. Quando il Cholo mi ha detto che non contava più su di me, credo sia rimasto sorpreso: invece di incolparlo, l’ho semplicemente ringraziato per l’opportunità e per la sua onestà. Perché in fin dei conti, capisco che se un giocatore non rende al meglio all’Atlético Madrid, deve andarsene, che sia cresciuto nel settore giovanile o meno. Punto. L’ho ringraziato per avermi permesso di realizzare il mio sogno e, in un certo senso, ti senti in debito con lui per non aver continuato a dare il 100% al club della tua vita. Volevo farlo, ma a causa del mio stato mentale, non sono riuscito a mantenere quel livello”. Dopo 427 presenze con la maglia del club.

Il problema è che intanto di quel calo se ne accorgono anche i tifosi, l’ambiente, i social. E la cosa che oggi dà più fastidio a Saúl è aver dovuto sopportare l’accusa di essere un mercenario. Di giocare svogliato perché non aveva accettato una riduzione dello stipendio. “Una bugia fra le tante. Quando mi hanno detto di andarmene, semplicemente me ne sono andato. Non voglio trovarmi in un posto dove non sono desiderato e non vorrò mai essere un problema per l’Atlético: mi dispiace non essere stato ancora lì ad aiutarli, oggi, nella cavalcata di questa Champions League”.

Invece si sono messi di mezzo anche gli infortuni, alcuni dei quali piuttosto seri. Un altro aspetto che può rivelarsi devastante, per la salute mentale di uno sportivo. Come ne è uscito Saúl Ñíguez? Da sempre, con la terapia. “Lavoro con un preparatore atletico e uno psicologo da quando avevo 18 anni. C’è una frase che mi disse durante un periodo buio e che mi è piaciuta molto: “Sono molto più orgoglioso di te ora di quando avevi 23 anni e hai segnato quel gol fantastico contro il Bayern, perché hai imparato a gestire tutto molto meglio”. All’epoca, non affrontavo bene i momenti difficili: se giocavo male, non uscivo di casa. Mi assumo la responsabilità delle mie prestazioni in campo, ma ci sono molte situazioni che non dipendono completamente dal giocatore, e in quei casi non ho avuto il supporto o la vicinanza del mio ambiente calcistico”. E come lui tantissimi altri: oltre a sdoganare la questione, ci vuole la volontà di iniziare ad affrontarla come sistema. Per mettere i campioni del futuro in condizioni migliori di quelle in cui si è trovato Saúl.

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