Una ripartenza da manuale, orchestrata da Kvara e finalizzata dal Pallone d’Oro Dembélé. Poi una partita ordinata, rischiando quasi nulla – Safonov chiamato a una parata ordinaria per tempo, su Musiala e Olise – fino al gol di Kane in pieno recupero e anzi costruendo diverse occasioni nitide per il raddoppio. Il PSG l’ha gestita in scioltezza, insomma. Solo che giocava all’Allianz Arena. Di fronte c’era il Bayern Monaco. E in palio c’era la finale di Champions League. La seconda consecutiva per i paragini. La seconda nel segno geniale di Luis Enrique.
“Ora facciamo un altro regalo ai nostri tifosi”, dice l’allenatore nel postpartita. “Abbiamo passato una semifinale molto tosta, è sempre difficile affrontare il Bayern: loro giocano a un livello alto, amiamo giocare la palla entrambi, difendere pressando alti. Anche oggi abbiamo visto una bella partita e abbiamo giocato con intensità: stavolta le difese sono state migliori degli attacchi, ma il carattere che abbiamo dimostrato è quello giusto e dimostra che continuiamo ad avere fame”.
Ecco dunque il colpo di scena. Dopo i botti del Parco dei Principi, con lo spettacolare 5-4 che rimarrà nella storia della competizione – tra chi ne decanta le emozioni e chi punta il dito contro le dormite difensive: in ogni caso se ne parla –, tutti si aspettavano un altro match a ritmi indemoniati, incalzati dall’impressionante potenza di fuoco delle due formazioni. D’altronde i numeri ribadivano questo copione: 174 gol stagionali il Bayern, 122 il PSG, prima di mercoledì sera. E non c’è trio d’attacco, nell’Europa di oggi, prolifico come quello dei bavaresi: Kane, Diaz e Olise hanno già segnato 101 reti in tre. Una valanga da record – per intenderci, i 122 della Messi-Suarez-Neymar, Barcellona 2014/15, restano irraggiungibili ma non così lontani.
Il verdetto inaudito è che il PSG ha cancellato completamente il copione dell’andata. Ha dato scacco al Bayern con un gol rapido. Poi, senza affatto chiudersi a riccio, ha dimostrato non soltanto di saper gestire – e a tratti imporre, abbassandolo – il ritmo partita. Ma di poter neutralizzare senza nemmeno soffrire troppo l’attacco avversario: mai come stasera imbrigliato, inconcludente, frustrato come il pallone scaraventato in rete da Kane quando ormai era troppo tardi. Non è che nel giro di una settimana il PSG ha imparato a difendere alla morte e il Bayern si è dimenticato come segnare, naturalmente. La risposta a tutto questo ha un nome e un cognome: Luis Enrique, ovvero il trasformismo puro su un campo di calcio. Ormai nel gotha degli allenatori, per forza di cose. Di ieri, di oggi e di domani.
La mano dello spagnolo è ovunque. Nelle chiusure di Marquinhos. Nel palleggio di Vitinha. Nelle fiammate di Kvaratskhelia, sempre più dominante anche ai massimi livelli del calcio mondiale. Negli ultimi due anni il PSG ha dimostrato di saper ammazzare la concorrenza, di riscrivere gli annali della finale di Champions League, di mostrarsi sornione, a tratti, commettendo qualche passo falso in Ligue 1 o snobbando il Mondiale del Club. Ma ecco che poi, quando conta davvero, il Chelsea prende otto palloni in due partite. Il Liverpool non riesce più a far gol. E al Bayern viene concessa un’illusione straripante: come dire, all’andata possiamo pure fare gli spavaldi, giocarsela a chi ne ha di più negli ultimi trenta metri. Ma è pur sempre un rischio: Hansi Flick al Barcellona non riesce a fare a meno di questo approccio – e la mancanza di piani B gli è stata fatale soprattutto contro l’Inter l’anno scorso. Luis Enrique ha fatto vedere invece che all’occorrenza, quando la posta in palio scotta davvero, la sua squadra non perde mai la bussola. Ed è una pessima notizia soprattutto per l’Arsenal: se un altro 5-0 in finale parrebbe improbabile, vista la granitica difesa dei Gunners, pas de problème. Il PSG può vincere anche nel modo cinico che piace tanto ad Arteta. E che Luis Enrique sa far suo perfino in casa del grande Bayern.