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Dortmundland

Guerreiro, Emre Mor, Dembélé, e poi i già presenti Weigl e Pulisic: l'esperimento di eugenetica calcistica del Borussia Dortmund.

Di Alfonso Fasano

Jürgen Klopp ha lasciato il Borussia Dortmund al termine della stagione 2014/15 e di un bellissimo ciclo. Eppure, pochi giorni fa, in un’intervista rilasciata alla Bild, l’attuale manager del Liverpool ha parlato così della campagna trasferimenti condotta dalla sua vecchia squadra: «Stanno facendo un lavoro eccezionale, i migliori talenti del calcio europeo sono finiti al Borussia». Forse si sentiva orgoglioso, pure a distanza, di come a Dortmund stessero gestendo acquisti e cessioni. Probabilmente, anche lui avrebbe richiesto una sessione di mercato così.

Il club della Westfalia ha deciso di seguire una strada. Sempre quella, sempre la stessa. Da anni. Nessuna scorciatoia, nessuna deviazione. I migliori talenti, come sono stati definiti da Klopp, in entrata; in uscita, invece, i calciatori più ambiti del panorama europeo. Un ciclo continuo, una fabbrica di campioni che lavora senza sosta. Al di là di nomi (Mkhitaryan, Gündoğan, Hummels) e cifre incassate (107 milioni di euro in tutto, fonte Transfmarkt), basta leggere la lista delle squadre venute ad acquistare al Signal Iduna Park per misurare la qualità del lavoro del BvB: Manchester United, Manchester City, Bayern Monaco. Se non dovesse essere ancora sufficiente, uno sguardo ai nomi degli allenatori che hanno fatto shopping alla boutique del Borussia: Mourinho, Guardiola, Ancelotti. Otto delle ultime quattordici Champions League sono state sollevate al cielo da uno di loro. La metà più una.

Tuchel Borussia Dortmund

Thomas Tuchel in uno scatto della scorsa Bundesliga (Patrik Stollarz/Afp/Getty Images)

 

Quando i giornalisti hanno chiesto spiegazioni e fatto domande in merito a questa politica, il Ceo del Borussia Hans-Joachim Watkze ha preferito rispondere utilizzando l’arma del realismo: «Non c’era alternativa, anche se questo rappresenta il più grande cambiamento che abbiamo vissuto negli ultimi dieci anni. Chi individua il Borussia della prossima stagione come competitor del Bayern racconta un’illusione. Il nostro obiettivo è qualificarci alla prossima Champions League. E far crescere i nostri giovani». Una posizione forse troppo prudente, misurata. L’esatto contrario della sensazione di total hype che avvolge questo nuovo corso. Definito da welt.de, lo stesso sito tedesco di analisi calcistica che ha pubblicato le dichiarazioni di Watkze, «das spannendste Projektdes Fußballs». Ovvero, letteralmente, «Il progetto più entusiasmante del calcio». Qualcosa di cui i tifosi «dovrebbero gioire, nonostante i rischi». Insieme a loro, sempre secondo welt.de, dovrebbero farlo anche «tutti gli appassionati di questo sport».

Per spiegare l’entusiasmo degli addetti ai lavori, che poi è anche quello di Klopp, abbiamo selezionato tre momenti di gioco precisi, tre attimi su Youtube: sono tre gol, tutti e tre bellissimi. E tutti e tre di sinistro, quasi come a voler confermare la narrativa dei calciatori mancini più belli da vedere, più bravi a prescindere. Una teoria che, in realtà, è pure scientificamente dimostrata, al di là delle suggestioni. La prima immagine è quella di un calcio di punizione battuto da Raphaël Guerreiro. Non è quello finito sulla traversa che abbiamo visto durante la finale degli Europei, ma viene da un Portogallo-Norvegia, girone di qualificazione alla kermesse francese. Questo non finisce sul legno. È un gol, pure di gran classe: palla letteralmente scucchiaiata sopra la barriera, perfettamente al sette. Il portiere neanche riesce a muoversi, accenna l’intervento e poi sembra che il terreno sotto i piedi gli venga a mancare. È la seconda rete in Nazionale per Guerreiro, acquistato dal Borussia per 12 milioni di euro al Lorient. E spiega come il ragazzo che ha rubato il tiro a Quaresma nel secondo tempo supplementare di una finale europea avesse tutte le credenziali per farlo.

Borussia must see, reperto numero uno: la punizione di Guerreiro

Il secondo momento viene dal campionato danese: è una serpentina condotta tutta col piede sinistro da Emre Mor, calciatore turco (nato in Danimarca) scoperto, allevato e lanciato dal Nordsjælland. La partita è tra la squadra giallorossa, avversaria della Juventus in Champions nel 2013, e il Copenaghen. Il gol è perfetto per i video-skills su Youtube: palla sempre attaccata al piede, avversari dribblati in serie e poi la conclusione di precisione, a superare il portiere in uscita. Emre Mor giocherà a Dortmund, il Borussia ha pagato 7 milioni di euro al club danese. Il terzo gol arriva invece dalla Ligue 1, è segnato al 90esimo di Tolosa-Rennes. Ousmane Dembélé, attaccante della squadra ospite, riceve palla al limite dell’area di rigore e indovina una perfetta conclusione a giro, sul secondo palo. Poco prima del tiro vincente, ha combattuto a centrocampo su un pallone vagante; poi si è inserito alle spalle del compagno. Dopo il gol, esulta in maniera stranissima: prima sorride e salta, poi sembra quasi infastidito dal fatto di aver segnato. Il Borussia Dortmund ha versato al Rennes 15 milioni di euro per portarlo al Signal Iduna Park.

Nel pezzo potete trovare i video di cui abbiamo parlato. La cosa più importante sui tre calciatori protagonisti della nostra selezione è però un’altra. L’avevamo omessa, volutamente. Guerreiro è nato il 22 dicembre 1993, sette mesi dopo la doppia finale di Coppa Uefa tra Borussia Dortmund e Juventus, vinta dai bianconeri con un aggregate di 6-1. Emre Mor e Ousmane Dembélé sono nati, rispettivamente, il 15 maggio e il 24 luglio 1997. Tredici giorni prima e due mesi dopo la finale di Champions League di Monaco di Baviera. Una partita che è una rivincita attesa quattro anni, Borussia Dortmund-Juventus 3-1. La doppietta di Riedle, il gol di tacco di Del Piero e il pallonetto di Lars Ricken. La notte dell’unica Champions League nella storia del club giallonero.

Borussia must see, reperto numero 2: il gol di Emre Mor contro il Copenaghen

Ovviamente, non sono solo questi momenti singoli a costruire l’hype intorno a Guerreiro, Emre Mor e Dembélé. La narrazione di questi calciatori è molto più articolata, e chiarisce perfettamente l’aspettativa che caratterizza il loro acquisto e, per estensione, il nuovo corso del BvB. Un giro veloce, su internet, per capire. Lo scorso aprile Fernando Santos, tecnico che poco più di una settimana fa è diventato Campione d’Europa con il Portogallo, rilascia un’intervista in cui inverte i ruoli. Perché è lui a porre una domanda, pure se retorica: «Ma che talento è Guerreiro?». Poi rinsavisce, e si risponde da solo: «È molto forte in fase offensiva, ma qualche volta a Lorient non sembra riuscire a concentrarsi bene quando si tratta di interpretare la fase di non possesso. Però è in crescita, e uno dei criteri che mi guida nella costruzione delle mie squadre è la versatilità». Guerreiro è diventato un terzino, perché in realtà nasce come laterale a tutto campo. Ha subordinato il talento alla disponibilità tattica e ha imparato bene a conciliare tutte le esigenze del suo allenatore: 7,6 eventi difensivi a partita durante il suo eccellente Campionato Europeo, ma anche 1,6 key passes ogni 90′. E un assist, quello a Ronaldo per il primo gol contro il Galles. La versatilità, appunto: Santos avrà apprezzato.

Il racconto di Emre Mor è invece più simile a quello lirico e sempre un po’ ripetitivo dei predestinati del pallone. Quelli che si capisce che segneranno un’epoca non appena compaiono sulla scena per la prima volta, per quello che faranno di buono o per i rimpianti di talento sprecato che lasceranno dietro di sé. Quella del turco-danese è un’apparizione: dopo cinque partite con la maglia del Nordsjælland, il sito tipsbladet.dk gli dedica un lunghissimo pezzo biografico, pieno di quotes interessanti. Tutta roba che scolora quando l’autore, Troels Ørum Andersen, scrive: «Emre Mor è il sogno distrutto della Danimarca, che finalmente aveva trovato il suo Zlatan, anche se lui è molto simile a Messi». Non serve aggiungere altro: Ibrahimovic, Messi e l’ossessione della Danimarca per i cugini svedesi in un articolo su un calciatore da cinque presenze in Superliga. Difficile immaginarsi un carico di aspettative maggiore.

Ousmane Dembélé, invece, ha una storia più accidentata. Fisico brevilineo, diciamo pure piccolo e magro (177 cm per 61 kg), e una bocciatura del tecnico Montanier perché «troppo fragile» poco più di un anno fa (giugno 2015). Meno di un anno dopo è lo stesso allenatore, in una dichiarazione riportata dal sito ouest-france.fr, a servirsi della narrazione di Dembélé per spiegare la differenza tra buoni calciatori e grandi calciatori: «Giocare una partita di Champions come se fosse un’amichevole tra amici. Ousmane ci riesce». Nello stesso pezzo, parla di Dembélé anche l’uomo di riferimento, il calciatore più poetico dell’organico del Rennes: Yoann Gourcuff. E dice parole che hanno il senso dell’investitura: «La sua formazione non è ancora finita: deve migliorare nella comprensione del gioco collettivo, ma è un artista. Un artista solista». Nell’ultima Ligue 1, Dembélé è andato a segno una partita sì e una no: 24 presenze, 12 gol. Non male, per uno troppo fragile.

Borussia must see, reperto numero 3: il gol Dembélé al Tolosa

Tutto questo calcio in divenire è ovviamente da inscatolare in un microcontesto dentro un macrocontesto. Ovvero, il Borussia Dortmund nella Bundesliga. Ovvero, scendendo ancor più nella fattispecie, la squadra che «esiste per dominare» (Nick Bidwell su Worldsoccer.com, maggio 2016) nel campionato che, tra le 5 grandi leghe europee, fa registrare la media gol più alta (2,86 gol, dato 2015/16) e l’età media più bassa (23,7, dato 2015/16). La scelta di cavalcare l’hype è quindi non solo “giusta” per principio, ma anche motivata da tutto ciò che il Borussia Dortmund rappresenta. A livello tattico, tecnico e strategico. E a quello che la Germania, intesa come sistema-calcio, richiede ai grandi club che non siano il Bayern Monaco. Pure gli “altri” acquisti, quelli dalla narrazione meno suggestiva, aderiscono perfettamente a tutta questa serie di concetti: Sebastian Rode, Marc Bartra, Mikel Merino. Anche loro rispettano la combinazione tra parametri, talento ed età verde: i primi due compiranno 26 anni durante la prossima stagione,  e provengono da Bayern Monaco e Barcellona; il terzo, basco di Pamplona, festeggerà il suo 21esimo compleanno nel prossimo giugno. Al termine della prima annata in quello che, in un’intervista a Marca, ha definito come «un club importante che però dà tantissima fiducia ai giovani». Banale, ma vero.

Vero soprattutto se guardi il resto dell’organico, quello che ha caratterizzato la prima stagione di Tuchel in panchina. E ci trovi Durm e Ginter, 44 anni e 38 match (di campionato) in due. Oppure ci trovi Julian Weigl, 19enne con 31 partite totali in Bundesliga (25 da titolare) al primo anno col Borussia dopo la trafila giovanile con il Monaco 1860. Uno che, secondo Brian Meyers di fearthewall.com, «è sulla buona strada per diventare uno dei centrocampisti più forti del calcio europeo pur avendo collezionato, nell’ultima stagione, 0 gol e altrettanti assist». Del resto, il 90% di pass accuracy al primo campionato tra i grandi potrebbe essere un dato indicativo. O magari ci trovi Christian Pulisic, che fra due mesi compirà 19 anni ma nel frattempo ha già messo insieme 6 presenze e un gol con la nazionale statunitense ed è finito nella Next Generation 2015 del Guardian. E che, soprattutto, sa fare cose così.

Borussia must see, reperto numero 4: cose sparse e belle di Christian Pulisic

Il compito più bello e più difficile è ora nelle mani di Thomas Tuchel, che per il direttore sportivo giallonero Michael Zorc (storico centrocampista e capitano del Borussia di Hitzfeld campione d’Europa) rappresenta, semplicemente, «l’allenatore perfetto cui affidare questa squadra». Il tecnico ex Mainz si prepara a quella che, secondo welt.de, è «la sfida più grande della sua carriera». Alla quale, bisogna riconoscerlo, si è approcciato in maniera ambigua: da una parte il rammarico per aver perso «tre pilastri, difficilmente sostituibili. Soprattutto quando parliamo di calciatori di livello europeo, che rappresentavano la nostra struttura portante in una costruzione sensibile». Dall’altra, però, c’è la certezza di aver scelto calciatori che possono dare nuova linfa al progetto Dortmund: «Abbiamo scelto determinati calciatori per la loro personalità, la loro creatività e per la scintilla che avevano negli occhi. Aspettiamo e vediamo, potrebbe essere che il rischio che abbiamo deciso di correre venga premiato».

Le prime indicazioni sembrano promettenti. L’impatto dei nuovi calciatori con la realtà del BvB è positivo, e un esempio di questi sorrisi iniziali e condivisi è il viaggio che Youtube ti concede nei primi momenti di Ousmane Dembélé come calciatore del Borussia. C’è l’intervista rilasciata al canale ufficiale, in cui sottolinea la bellezza del progetto e delle infrastrutture del club giallonero. Ousmane è sicuro, sorride e parla in maniera spigliata di fronte alla telecamera. Lo è ancora di più, poi, nella prima prova del campo, visibile grazie a un video-highlights personale tratto dall’esordio nell’amichevole col Wuppertal. Dembélé non segna, ma ruba gli occhi: gioca a destra e a sinistra, salta puntualmente l’avversario diretto. In un commento sotto il video, un utente dal nome portoghese scrive forse la sintesi più letteraria di questi 195 secondi di pure skills: «So easy for him to dribble…». Dembélé magari non segnerà, ma intanto gioca davvero bene a pallone. A Tuchel l’onere di trasformare questo talento grande e innegabile in una macchina da calcio. Il concetto è ampliabile, può passare dal fantasista francese a tutto il Borussia. Dall’hype al must see il passo è breve. In mezzo, il talento da razionalizzare e trasformare in squadra. In palio c’è lo spettacolo. Vale la pena rischiare, dopotutto.

 

Nell’immagine in evidenza, Christian Pulisic festeggia un suo gol contro l’Amburgo, lo scorso aprile (Patrik Stollarz/Afp/Getty Images)