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Il Barça en rose

Un reportage dal mondo del Barcellona femminile: successi, difficoltà, confronti e speranze delle ragazze allenate da Xavi Llorens.

Di Antonio Moschella

Gli occhiali ben piantati non si spostano di un millimetro dal naso di un tipo metodico come Xavi Llorens, sguardo accigliato ma vispo e fedele alla sua passione di allenatore.  Seduto a bordo del campo numero 8, mentre le sue ragazze rientrano negli spogliatoi, colui che fu, insieme a Carles Rexach, uno dei primi a levarsi gli stessi occhiali per stropicciarsi gli occhi davanti alle giocate di un certo Lionel Messi, ricorda come era iniziato tutto proprio in quel posto, dieci anni fa. Solo due mesi prima, il 17 maggio 2006, Carles Puyol e Ronaldinho alzavano la seconda Champions della storia del Barcellona, mentre l’allora allenatrice della compagine femminile, Natalia Astrain, lasciava la squadra all’improvviso. Pochi giorni dopo, un nervoso José Ramón Alexanko, allora direttore tecnico del club catalano, vide passare Llorens attraverso il vetro del suo ufficio e lo esortò a entrare, folgorato da un’idea: «Xavi, ho pensato a te come nuovo allenatore della squadra femminile. Io e il presidente Laporta concordiamo che è arrivato il momento di dare un’identità di gioco alla squadra femminile e credo che tu sia il più indicato a farlo». Allenatore di ragazzi dai 10 ai 13 anni, Llorens veniva da una vita nel Barça, prima da giocatore di calcio a 5 e poi come tecnico dei pulcini, anche se lui ama definirsi «un formatore di calciatori. Mi hanno scelto perché ho in me il dna del Barça e affinché dessi un’impronta di gioco basato sulla rapidità di controllo e passaggio del pallone, un bagaglio tecnico che mi porto dietro dai miei anni di calcio a 5, dove lo spazio è stretto e il tempo è scarso».

 

Designato prima da Johan Cruijff e Rexach a impiantare il seme nei giovani arbusti blaugrana col fine di farli diventare querce, Llorens venne dunque insignito di un altro incarico importante, dopo aver appena compiuto 48 anni: «All’epoca già avevo smesso di partecipare ai torelli o alle partitelle coi ragazzi, il mio corpo mi chiedeva più riposo e presi l’opportunità di allenare le ragazze come un segnale». Eppure gli inizi furono duri: «Ricordo il primo allenamento quando, dopo i classici dieci minuti di corsa, iniziai subito a inserire il pallone, nello stupore generale. Inoltre imposi un rigore alimentare e comportamentale importante ed esigente, che al principio non fu assimilato bene, anche perché le ragazze non erano ancora delle professioniste e spiccavano più per il talento innato che per la cultura del lavoro. Per me chi gioca a calcio ad alti livelli deve rinunciare ad alcune cose come uscire la sera prima di una partita o di un allenamento, come bere alcol o fumare». La prima stagione si concluse con un’inaspettata retrocessione, ma la rivoluzione copernicana imposta da uno che imparava calcio andando a cena con Cruijff e Pep Guardiola avrebbe dato i suoi frutti di lì a poco. Immediata la risalita in Primera División, con la scommessa forte del club sulle ragazze, che finalmente usavano una maglia di gioco propria, simile a quella della prima squadra, e non più quelle riciclate dalle stagioni passate. Il Barça femminile, nato nel 1988, era un diciottenne allo sbaraglio che Llorens prese per mano alla fine dell’adolescenza, portandolo a raggiungere la maturità assoluta adesso che ha 28 anni. Questa maturità si evince anche dalla crescita mediatica della squadra, che nell’andata dei quarti di finale della Champions League della stagione scorsa ha ottenuto l’appoggio diretto di quasi 30mila tifosi accorsi al MiniEstadi, di fronte al Camp Nou, concesso eccezionalmente per l’occasione.

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I quattro titoli di Liga consecutivi dal 2011 al 2015, accompagnati da tre coppe nazionali, hanno come comune denominatore la presenza in panchina di Llorens e quella in rosa di Marta Unzué, anche lei ventottenne e l’ultima ad abbandonare l’allenamento. Il capitano di origini navarre, nonché nipote del secondo di Luis Enrique, Juan Carlos Unzué, è il Mascherano di Llorens. Capace di giocare sia come mediano sia come centrale difensivo, è la leader morale del gruppo: «Da quando sono capitano sento l’obbligo morale di sostenere e incoraggiare le mie compagne. Ho un carattere introverso fuori dal campo, ma quando porto la fascia al braccio mi calo in una realtà nella quale so di dover tenere saldo il gruppo e sono la prima a essere esigente con le mie compagne e con me stessa». Arrivata a Barcellona nel 2005 insieme alla sorella per studiare all’università, Marta, che aveva iniziato a calciare il pallone all’età di 7 anni in una squadra regionale di Pamplona, si ritrovò catapultata nell’universo Barça durante il cambio di allenatore, ed è l’unica ad aver vissuto da protagonista questo cambio da Cenerentola a Regina del calcio spagnolo del club catalano. «All’inizio le cose non erano come adesso, abbiamo dovuto costruire questa grande realtà poco a poco», afferma la Unzué, che sorride quando dice che le cose sono cambiate in meglio anche dal punto di vista sociale: «Fino a qualche anno fa ricordo di insulti provenienti dagli spalti, su tutti il classico “andate a lavare i piatti”.

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C’era molta diffidenza e maschilismo. Adesso, fortunatamente, tutto questo è stato estirpato e giochiamo molto più serenamente, lo vediamo come una vittoria dal punto di vista sociale e sono felice che anche grazie a noi tante ragazze si avvicinano al calcio con più leggerezza». Con Xavi e Guardiola come modelli storici, il capitano blaugrana si identifica però maggiormente nel tipo di gioco di Piqué, che prova a imitare impostando il gioco dalle retrovie, perché «a me piace vedere tutto il campo davanti a me e avere maggiori opportunità di passaggio e circolazione del pallone». Fiera sostenitrice di un calcio tecnico ed elaborato, la Unzué è però cosciente che la vittoria viene prima di tutto, anche se «il fine non giustifica i mezzi perché quando vinciamo giocando male portiamo a casa tre punti ma non il sorriso». Una evidente traccia della filosofia di gioco del Barcellona.

Sua compagna di reparto e omonima, Marta Torrejón è invece il difensore che predilige una chiusura o un tackle all’impostazione di gioco: «Un tackle per me è come un gol per un attaccante, è la finalità assoluta del mio gioco, una gran scossa di adrenalina». Sorella di Marc, ex calciatore dell’Espanyol, la 26enne originaria di Mataró, un paesino della costa a Nord di Barcellona, ha intrapreso il cammino nel calcio fin da piccolissima, quando andava all’Espanyol a vedere gli allenamenti del fratello, più grande di quattro anni. Durante un incontro delle giovanili, scese in campo all’intervallo per dare due calci al pallone e in quel momento fu notata e invitata a iscriversi alle giovanili femminili dell’altro club di Barcellona. «Mia madre non voleva che giocassi a calcio come mio fratello, ma quando a 7 anni entrai all’Espanyol non ebbe alternative se non arrendersi al fatto di avere due figli calciatori». Formatasi nell’infanzia in un campo di quartiere dove giocava spesso con dei ragazzi, la Torrejón è oggi non solo il pilastro della difesa del Barça ma anche della Nazionale spagnola, con la quale sogna non tanto un Mondiale. quanto di disputare le Olimpiadi di Tokyo 2020, mostrando il suo sorriso più ottimistico. Le due Marta, che si alternano nell’intervista, ridono e scherzano. Molte ragazze del Barça vivono insieme in appartamenti del club adiacenti al Camp Nou, si frequentano fuori dal campo, hanno un gruppo Whatsapp dedicato alla squadra.

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È la coesione del gruppo il segreto di una squadra che, anche se quest’anno non ha vinto alcun titolo, è arrivata seconda in Liga e ha raggiunto per la seconda volta i quarti di finale di Champions League, risultato storico e mai registrato da altre squadre spagnole. Ed è proprio questa forse la gran differenza tra la squadra maschile e quella femminile, come dice Llorens: «In Spagna siamo diventati un punto di riferimento, ora aspiriamo ad esserlo anche in Europa, ma qui da noi a livello culturale il calcio femminile non è ancora così importante come lo è in Francia o in Germania, dove si investe di più». Gli fanno eco le due Marta, entrambe coscienti che sarà difficile competere ad altissimi livelli in Europa, ma in fondo depositarie del sogno di poter alzare quel trofeo.

Chi invece è incaricata di fare gol e creare giocate offensive è Olga García, ventiquattrenne attaccante esterno cresciuta con il mito di Ronaldinho, del quale emula la posizione in campo e che la affascinava «per i suoi cambi di ritmo e i suoi dribbling, qualcosa che per me vale più di un gol, che qui al Barça lascio volentieri fare a Jenni Hermoso (centravanti, nda). Il mio pensiero fisso è puntare l’avversario, anche se quando posso cerco anch’io la porta, non per una questione di protagonismo, ma perché il gol è il fine assoluto del calcio». Garçía, anche lei fissa nella Nazionale spagnola, crede che il calcio femminile abbia assunto un valore sociale importante nella crescita delle ragazze: «Per me, anche se ormai sono diventata una professionista, il calcio è un divertimento, e oggi è soprattutto un veicolo di integrazione sociale che va al di là dei sessi e ha aiutato a sconfiggere il maschilismo. Alle bambine che vogliono giocare a calcio dico di provarlo senza vergogna e di vederlo in primis come una passione, come l’ho sempre visto io». Lontano dal sentirsi una stella, così come le due sue compagne, Olga riconosce che ultimamente, dopo il quarto di finale di Champions League, l’attenzione mediatica verso di loro sta aumentando. Capita che venga riconosciuta per strada. La numero 20 blaugrana è appassionata di lettura e di macchine, si rilassa guidando, anche se ha dovuto rinunciare alla passione per le moto, per ovvi motivi: «Ora non posso ma da piccola avevo cominciato anche a fare motociclismo, oltre al basket e al taekwondo. Eppure avevo sempre in testa il pallone, alla fine il calcio ha avuto la meglio».

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Sono alcune facce del Barça en rose, di quella realtà bluagrana più vera e umana, lontana dai riflettori sotto i quali ristagna la squadra maschile, forse il prodotto di marketing più venduto del calcio moderno. Si tratta di gente semplice agli ordini di Xavi Llorens, un artigiano del pallone che porta dentro di sé l’orgoglio di «aver creato una squadra con un’identità, piena di valori sani, di gioia di condividere tanti momenti». Finiamo di parlare e le giocatrici si recano al refettorio, che si raggiunge passando nuovamente per il campo di allenamento, per pranzare insieme nel loro speciale “terzo tempo”, prima di prendere ognuna la strada di casa, chi insieme, chi da sola. Le ragazze del Barça, seppur ultimamente travolte dall’onda della fama, restano con i piedi per terra e contano sulle dita di una mano le volte in cui sono state fermate per un autografo. Lo si vede dai loro occhi quando parlano e rispondono alle domande: c’è semplicità, amore per lo sport. Non importa, non ancora, che le luci della ribalta siano per Messi, Neymar e Suárez.

 

Articolo uscito sul numero 11 di Undici
Fotografie di Salva López